martedì 21 gennaio 2014

Il Partito socialista italiano dalla svolta liberale di inizio Novecento all'avvento del fascismo

(articolo apparso su Prima Pagina del 19 gennaio 2014)
 
Con il nuovo secolo si apriva quella che gli storici hanno definito «età giolittiana», individuando nello statista di Dronero il principale protagonista della vita politica italiana. Giolitti riteneva che lo Stato liberale non avesse nulla da temere dallo sviluppo delle organizzazioni operaie e che la politica repressiva si sarebbe rivelata, a lungo andare, nociva. Per questo, una volta giunto al potere, mantenne l'esecutivo su posizioni di rigida neutralità in materia di conflitti sul lavoro e promosse un programma di riforme per il quale si avvalse del dialogo coi socialisti, giungendo persino a proporre a Turati – che tuttavia rifiutò per timore di non rispecchiare le aspettative della base del partito – di entrare nel governo.
La svolta liberale di inizio secolo venne incoraggiata dall'atteggiamento collaborativo dei socialisti, che appoggiarono in Parlamento i governi disposti a varare un piano concreto di riforme. Nel primo Novecento il notevole sviluppo delle organizzazioni operaie sembrava inoltre corroborare la linea riformista di Turati, sempre più determinato a difendere il sodalizio con Giolitti. Tuttavia, man mano che si palesavano i limiti del liberalismo-progressista e in risposta ai sempre più frequenti scontri tra lavoratori e forze dell'ordine, venne emergendo in seno al partito la corrente rivoluzionaria, influenzata dal sindacalismo soreliano e più che mai decisa a combattere in termini classisti lo Stato monarchico e borghese.
Nell'aprile del 1904, al Congresso di Bologna, i rivoluzionari riuscirono ad imporsi alla guida del partito. Pochi mesi dopo, in seguito all'eccidio proletario verificatosi a Buggerru, in Sardegna, durante una manifestazione di minatori, si ebbe il primo sciopero generale della storia d'Italia, che ebbe un impatto psicologico notevole sull'opinione pubblica. A dispetto delle forti pressioni ricevute affinché intervenisse con durezza, Giolitti mantenne fede al metodo utilizzato in passato e lasciò che la manifestazione si esaurisse da sé. Successivamente convocò nuove elezioni per sfruttare il clima politico avverso alle sinistre che lo sciopero aveva generato, ed ottenne un esito favorevole, palesando gli evidenti limiti dei socialisti, soprattutto per quanto concerneva la mancanza di coordinamento tra le organizzazioni operaie e il partito.
Nel 1906 i riformisti riconquistarono la guida del PSI e promossero la fondazione della Confederazione Generale del Lavoro. L'unificazione del movimento sindacale che in tal modo si determinò segnò l'emarginazione del gruppo rivoluzionario, che peraltro non si squagliò, continuando a soffiare sul fuoco delle proteste popolari. Ma anche tra i riformisti sorsero divisioni ed emerse una corrente revisionista, facente capo a Leonida Bissolati e a Ivanoe Bonomi, che intendeva strutturare il PSI come partito privo di connotazioni ideologiche rigide, in funzione di una più stretta collaborazione con le forze democratico-liberali. Se in un primo tempo le differenze rimasero confinate su un mero piano teorico, la mancata opposizione di Bissolati e Bonomi all'impresa libica del 1911 inasprì notevolmente le divergenze. Al Congresso di Reggio Emilia dell'anno seguente, i rivoluzionari, tra i quali emerse la figura di Benito Mussolini, riuscirono a riconquistare il comando del partito e a imporre l'espulsione dei leader revisionisti e di altri esponenti di spicco della destra riformista (i quali diedero vita al Partito socialista riformista italiano). Il futuro capo del fascismo fu poi chiamato alla direzione dell'«Avanti!», che trasformò in un moderno strumento di propaganda rivolto alle masse per preparare «psicologicamente il proletariato all'uso della violenza liberatrice».
Benché i riformisti conservassero il controllo del gruppo parlamentare e della CGL, la sconfitta nel partito subita a Reggio Emilia rappresentò l'inizio di un momento di crisi per la componente moderata del movimento operaio. Come sottolinea Maurizio Degl'Innocenti, «il limite dell'integrazione sociale e politica delle masse popolari in età giolittiana, nonostante la "svolta liberale" [...], fu evidenziato dalla permanenza della vasta area del sovversivismo, antidemocratica e antiriformista».
Il 1913 vide una forte accelerazione delle lotte sociali, che, sotto l'impulso della propaganda mussoliniana, sfociarono in numerosi scioperi e agitazioni nelle campagne. Tuttavia, il vero banco di prova per il PSI furono le elezioni, le prime a suffragio universale maschile. In un clima caratterizzato da una forte radicalizzazione dei contrasti, i socialisti riscossero un discreto successo (72 seggi, comprendendo i riformisti), anche se il contributo cattolico conseguente al patto Gentiloni premiò nuovamente i liberali. La nuova maggioranza ebbe però vita breve: a causa di inconciliabili divisioni, alla prima difficoltà Giolitti fu costretto alle dimissioni e venne sostituito da Salandra. Contrariamente a quanto più volte accaduto in passato, non si trattò di un abbandono temporaneo, ma della fine di un'epoca. In poco più di due mesi infatti due avvenimenti scossero nel profondo la vita politica italiana. Nel giugno del 1914 la cosiddetta «settimana rossa» (ondata di scioperi e manifestazioni provocata dalla morte di tre dimostranti in uno scontro con le forze dell'ordine durante un comizio antimilitarista ad Ancona) sconvolse la penisola, finendo per rafforzare le tendenze conservatrici in seno a una classe dirigente che si mostrava sempre più insofferente nei confronti della linea tollerante di Giolitti. Appena un mese dopo, lo scoppio della Grande Guerra convinse definitivamente l'opinione pubblica dell'inadeguatezza dello Stato liberale, che pareva del tutto impreparato ad affrontare le difficoltà della nascente società di massa.
Il grande conflitto europeo scosse profondamente i socialisti dell'intero continente. La Seconda Internazionale, dopo aver invitato i proletari di tutti i paesi a manifestare contro la guerra, cessò praticamente di esistere in seguito alla decisione dei principali partiti socialisti di aderire alle rispettive azioni di governo. L'Italia si divise tra neutralisti e interventisti. Questi ultimi annoverarono tra le proprie file anche molti esponenti della sinistra, dai socialriformisti di Bissolati ai sindacalisti rivoluzionari. Molto netta fu invece in senso neutralista la posizione assunta dal PSI, con l'importante eccezione di Mussolini, che per il suo «tradimento», dopo aver lasciato la direzione dell'«Avanti!», fu espulso dal partito.
L'ingresso dell'Italia nel conflitto nel maggio del 1915 mise in difficoltà i socialisti, che, incapaci di reagire con efficacia, si limitarono a ribadire la loro ostilità alla guerra attraverso l'ambigua formula «né aderire, né sabotare». La crisi del PSI si protrasse per tutta la durata del conflitto ed è ben inquadrata dall'acuta analisi di Benedetto Croce, il quale rilevò che il partito, avversando una guerra comunque avvertita come suprema prova di patriottismo, di fatto lasciò «che in Italia la minoranza rivoluzionaria assumesse la parte nazionale». 
L'eredità politica del conflitto si concretizzò nell'avanzata dei partiti di massa. Il PSI, al cui interno la sinistra si trovava in netta maggioranza, fece registrare una crescita impetuosa, divenendo il primo partito italiano (con il 32% delle preferenze) dopo le elezioni del 1919. Obiettivo dei massimalisti, guidati dall'esempio della rivoluzione bolscevica, era l'instaurazione immediata della dittatura del proletariato. Tuttavia le strategie adottate a tal fine si rivelarono presto inadeguate: il PSI ebbe infatti troppo a lungo un atteggiamento attendista, probabilmente derivante dalla convinzione che la rivoluzione – inevitabile nel lungo periodo, secondo il dogma socialista – fosse imminente. Fu l'estrema sinistra, facente capo a Bordiga e Gramsci, a rilevare per prima il problema e fare pressioni affinché il partito giocasse la carta dell'insurrezione.
Il clima politico-sociale era del resto infuocato. Tra 1919 e 1920 (il cosiddetto «biennio rosso») le principali città italiane furono teatro di violenti tumulti, di scioperi e di agitazioni agrarie, che culminarono nell'occupazione di numerosi stabilimenti metallurgici e meccanici da parte degli operai aderenti alla Fiom. Questi ultimi presero il controllo della produzione, presidiando gli impianti con guardie armate e issando la bandiera rossa sui tetti delle officine. La rivoluzione pareva ad un passo, ma ancora una volta le indecisioni dei socialisti – divisi tra un partito a maggioranza massimalista e un gruppo parlamentare e una CGL guidati dai riformisti – preclusero alla rivolta un concreto sbocco politico. Giolitti, tornato al governo nel giugno del 1920, fu come suo solito abile nel proporre una mediazione che, se da un lato prevedeva importanti concessioni economiche e sindacali, dall'altro scongiurava esiti anticostituzionali. Il fallimento dell'occupazione delle fabbriche rese improponibile ogni ulteriore intesa tra massimalisti e riformisti. La resa dei conti si ebbe al Congresso di Livorno del 1921, quando gli esponenti della sinistra abbandonarono il PSI per dare vita al Partito comunista d'Italia, che si diede un programma rigorosamente leninista.
La conseguenza più rilevante del biennio rosso fu l'isolamento delle forze progressiste. Lo spettro del comunismo e la sensazione diffusa che fosse indispensabile approfittare delle incertezze delle sinistre spinsero la borghesia tra le braccia del nascente fascismo. «Molta gente – ha scritto Denis Mack Smith – preferì credere che la rivoluzione avrebbe potuto venire solo da sinistra» e, puntando su Mussolini, si fece sedurre dal mito dell'uomo forte, necessario per riportare ordine in una realtà, come quella italiana, dilaniata dai conflitti sociali. Il fascismo pertanto nacque – o almeno così fu inizialmente interpretato – come reazione a una minaccia sovversiva che non aveva trovato nel PSI un organismo politico capace di tradurla in rivoluzione.
 
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giovedì 16 gennaio 2014

Il Partito socialista italiano dalle origini alla svolta liberale di inizio Novecento

(articolo apparso su Prima Pagina del 12 gennaio 2014)
 
L'Italia della seconda metà dell'Ottocento era un paese scarsamente industrializzato, essenzialmente agricolo e privo di un moderno proletariato di fabbrica. Le uniche organizzazioni operaie di un certo rilievo consistevano nelle cosiddette società di mutuo soccorso: si trattava di associazioni aventi principalmente scopi di solidarietà, che peraltro rifiutavano categoricamente lo sciopero e la lotta di classe come strumento di affermazione politica. Le campagne costituivano di fatto l'ambiente più idoneo allo sviluppo delle idee socialiste, che soprattutto nel nord della penisola si diffusero prima della formazione, a partire dai primi anni del Novecento, di una vera e propria struttura produttiva capitalistica. Quelli che la propaganda indicava come «operai» erano per lo più artigiani o lavoratori manuali, che spesso integravano la propria attività con il lavoro nei campi.
Fu in seguito all'inasprimento dei conflitti sociali negli anni '70 che in Italia si sviluppò l'internazionalismo socialista, inizialmente fedele, più che alle dottrine marxiste, al credo bakuniniano basato sull'insurrezione e sulle agitazioni nelle campagne. Il pressoché completo fallimento di questi moti indusse Andrea Costa ad intraprendere un percorso completamente nuovo attraverso l'elaborazione di un programma politico più coerente e la fondazione, nel 1881, del Partito socialista rivoluzionario di Romagna. Si trattava di una svolta significativa, che nelle intenzioni dell'agitatore imolese avrebbe dovuto portare alla fondazione di un Partito rivoluzionario italiano e che, nell'immediato, fruttò a quest'ultimo l'elezione a deputato nel 1882.
In quello stesso anno, per iniziativa di alcune associazioni operaie milanesi, sorse il Partito operaio italiano, che si strutturò su base rigorosamente classista e antiborghese e fu promotore dei grandi scioperi che si tennero nel Mantovano e nel Polesine tra il 1884 e il 1885. Rimaneva tuttavia sostanzialmente irrisolto il problema della frammentazione politica delle singole associazioni (il Partito operaio era in realtà una federazione di organizzazioni locali), dal momento che anche le numerose Camere del lavoro sorte a partire dalla seconda metà degli anni '80 avevano un raggio d'azione tutto sommato limitato. La questione era di non poco conto: il marxismo faticava ancora ad imporsi, col risultato che il movimento socialista si mostrava privo di quello che sarebbe stato l'indispensabile perno ideologico-dottrinario del futuro partito. Un contributo decisivo alla conoscenza delle opere di Marx venne dal filosofo materialista Antonio Labriola, che tuttavia concepiva il socialismo secondo principi rigorosamente intellettuali ed elitari.
Fu Filippo Turati, avvocato milanese di formazione positivistica, il principale artefice del drastico cambio di rotta che portò alla nascita del Partito socialista italiano. Gaetano Arfé, nell'illustrare i tratti salienti della svolta, si è soffermato sul «legame con le organizzazioni operaie, tra le quali la teorizzazione dell'inconciliabile antagonismo tra le classi dava contenuto alla nascente coscienza della propria autonomia e della propria funzione, mentre le suggestioni fatalistiche, ammantate di scientismo, che attribuivano al socialismo l'ineluttabilità dei fenomeni naturali, andavano a costituire il nucleo di una massiccia, incrollabile fede, destinata a colmare il vuoto lasciato negli strati più avanzati e vivaci delle classi popolari dalla religione tradizionale, in seguito all'opposizione del clero al moto risorgimentale prima, al nascente movimento operaio dopo».
Il movimento operaio trovò nel marxismo un'ideologia politica omogenea, capace di superare i localismi e i contrasti tra le varie correnti che dividevano il socialismo delle origini. Decisive si rivelarono alcune idee-guida, secondo le quali il capitalismo, per la sua stessa natura contraddittoria, avrebbe da sé prodotto le condizioni politiche per il suo superamento e per l'instaurazione di una società basata sull'egualitarismo e la collettivizzazione dei mezzi di produzione. La fede in un'inevitabile evoluzione sociale consentiva inoltre di impostare la lotta politica non più soltanto sul mito della rivoluzione e dell'insurrezione, aprendo di fatto la via del riformismo.
Rispetto quindi alla linea intransigente di Labriola, Turati aveva in mente un partito che si battesse su scala nazionale sul campo delle rivendicazioni economiche e delle riforme, e che fungesse da organo di mediazione politica tra la base e i vertici della società. Il Partito dei lavoratori italiani (il cui nome cambiò in Partito socialista dei lavoratori italiani nel 1893 e in Partito socialista italiano nel 1895), che sotto la sua guida vide la luce in occasione del Congresso di Genova del 1892, veniva pertanto impostato con l'obiettivo di ottenere la socializzazione attraverso una duplice lotta per la conquista, a lungo termine, del potere politico e per il miglioramento, nell'immediato, delle condizioni della classe operaia. Pur con tutti i contrasti che rendevano ardua una costante unità di intenti, il socialismo italiano aveva trovato in Turati come rileva Franco Livorsi «l'uomo giusto al momento giusto», capace di agire «da amalgama» tra tendenze politiche parse sino ad allora inconciliabili.
Il Congresso di Genova rappresentò pertanto una tappa decisiva per la storia del movimento operaio italiano. Decretò in primo luogo la scissione tra socialisti e anarchici; diede al partito un programma unitario e marxista; fece infine emergere la corrente riformista di Turati, che si sarebbe imposta per più di un decennio.
Nei suoi primi anni di vita il partito fu costretto ad affrontare una grave crisi politico-parlamentare, dovendo peraltro difendersi dai ripetuti attacchi del governo miranti a minarne le basi. La fase più critica si ebbe nel 1894. Come reazione ai Fasci siciliani – vasto movimento di protesta sociale contro tasse e malgoverno che fra '92 e '93 si era propagato in Sicilia, coinvolgendo organizzatori di matrice socialista –, in gennaio Crispi proclamò lo stato d'assedio, facendo seguire a questo provvedimento una generale operazione di polizia rivolta contro giornali, leghe e circoli socialisti. Con l'approvazione, in luglio, delle leggi cosiddette «antianarchiche», che imponevano rigorosi limiti alle libertà di stampa e di associazione e che portarono allo scioglimento, qualche mese più avanti, del Partito socialista dei lavoratori italiani, i dirigenti socialisti furono costretti a rivedere parte delle loro strategie. In particolare, in occasione del Congresso che si tenne clandestinamente a Parma nel gennaio del 1895, si decise, pur con qualche resistenza, di aprire a radicali e repubblicani – allo scopo di costruire un'alleanza capace di affrontare l'imminente tornata elettorale – e, soprattutto, di organizzare il partito non più come federazione di organizzazioni operaie, bensì sulla base dell'adesione personale dei suoi membri.
«Fu questa – osserva Giorgio Candeloro – una conseguenza positiva della dura reazione che si era abbattuta sul Partito e sul movimento operaio, la quale aveva colpito indiscriminatamente le associazioni aderenti al Partito, ivi comprese molte cooperative e società di mutuo soccorso. [...] Si era quindi imposta l'esigenza di distinguere nettamente il movimento economico (sindacale, cooperativo, mutualistico ecc.) dal movimento politico del proletariato». Le conseguenze più immediate furono la compilazione di un nuovo statuto e l'acquisizione del nuovo nome di Partito socialista italiano.
Nonostante le difficoltà, alle elezioni del maggio 1895 i socialisti riuscirono a fare eleggere dodici candidati. Fu una dimostrazione di forza, che si avvalse anche della crescente simpatia che veniva mostrata verso il partito da parte di numerosi intellettuali e uomini di cultura, contrari per principio alle persecuzioni e ai provvedimenti liberticidi. Il clima di quella che è nota come «crisi di fine secolo» favoriva peraltro inevitabilmente le forze di opposizione, che ebbero buon gioco a trarre giovamento da una serie di fallimenti del governo, primo fra tutti la disfatta di Adua del 1896. In seguito all'approvazione di nuove misure repressive volte a rafforzare l'esecutivo, la situazione precipitò nel 1898. L'aumento del costo del pane provocò infatti in tutta la penisola una lunga ondata di agitazioni che culminò nei tumulti di Milano. In quell'occasione la violenza della repressione raggiunse il suo acme: il generale Bava Beccaris ordinò di sparare sulla folla, provocando la morte di circa 80 manifestanti. Seguirono la proclamazione dello stato d'assedio in diverse province e l'arresto di numerosi esponenti socialisti, tra cui Turati.
Riportato l'ordine nel paese, la maggioranza moderata e conservatrice volle trasferire lo scontro in Parlamento, allo scopo di dare vigore di legge all'azione repressiva. Ma quando il primo ministro Pelloux presentò una serie di provvedimenti miranti a ridurre drasticamente le libertà di sciopero, di stampa e di associazione, i gruppi della sinistra ricorsero alla pratica dell'ostruzionismo, paralizzando i lavori. La lotta si protrasse per quasi un anno, indebolendo un governo che, tra le diverse difficoltà, doveva affrontare la crescente opposizione del gruppo liberal-progressista guidato dal duo Zanardelli-Giolitti. A Pelloux non rimase che sciogliere la Camera, nella speranza, tramite il voto, di trarre appoggio alla sua politica. L'esito premiò invece ancora una volta i socialisti, che salirono a 33 deputati. Umberto I fu così costretto a prendere atto del fallimento di quella politica illiberale che egli stesso aveva incoraggiato. Prima di cadere vittima dell'attentato dell'anarchico Gaetano Bresci il 29 luglio 1900, nominò a capo del governo Giuseppe Saracco, un moderato al di sopra delle parti. I tempi per una svolta liberale parevano maturi. (Continua)

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venerdì 10 gennaio 2014

La politica estera del fascismo: un precario equilibrio tra prudenza e aggressività (seconda parte)

(articolo apparso su Prima Pagina del 5 gennaio 2014)

Anni 1935-1939


 

Quando Mussolini si sentì più forte e più libero di osare decise di imboccare la strada dell'espansione militare. Si trattava di un'esigenza che dipendeva dalla natura stessa del fascismo. Come ha infatti precisato Emilio Gentile, «ai fascisti, la dimensione nazionale appariva troppo angusta per poter contenere l'orizzonte massimo delle loro ambizioni rivoluzionarie, che trascendevano la realtà della nazione per elevarsi alla contemplazione di vasti panorami, europei e mondiali, verso i quali proiettare le future conquiste della "rivoluzione fascista"». L'Italia – a parere del duce – doveva necessariamente mettersi alla pari delle altre potenze per quanto riguardava i possedimenti coloniali, anche a costo di una guerra che, comunque, sarebbe rimasta circoscritta al territorio africano.
Mussolini si sentiva infatti sicuro che Francia e Inghilterra non lo avrebbero intralciato più di tanto. Per quanto riguardava la prima, il duce aveva avuto rassicurazioni dal primo ministro Laval (accordi del gennaio 1935), il quale aveva accettato di dare mano libera in Etiopia, in cambio della rinuncia italiana alle rivendicazioni sulla Tunisia; quanto alle intenzioni della seconda, Mussolini ritenne che l'esito della conferenza di Stresa – dove nell'aprile del 1935 Italia, Francia e Gran Bretagna avevano confermato gli accordi di Locarno e posto le basi per una politica di opposizione al riarmo tedesco – lo mettesse al riparo dalle insidie.
La campagna di Etiopia, al di là delle valutazioni contrastanti che hanno diviso gli storici, a livello politico fu un successo per Mussolini. Il duce poté ancora una volta vantare una vittoria che lo elevava al di sopra dei fallimenti dell'Italia liberale e fu abile nello sfruttare propagandisticamente le sanzioni economiche inflitte all'Italia dalla Società delle Nazioni. Il regime ne uscì rafforzato, tanto che anche il leader comunista Togliatti, dopo aver invano sperato che la guerra portasse il fascismo alla rovina, firmò nell'agosto del '36 un appello intitolato Per la salvezza dell'Italia, riconciliazione del popolo italiano!, rivolto anche ai «fratelli in camicia nera».
Pochi mesi dopo la conquista di Addis Abeba, Mussolini decise per l'immediato intervento nella guerra civile spagnola, il primo conflitto europeo che coinvolse tutti i principali paesi protagonisti sulla scena internazionale. Per l'Italia la guerra ebbe essenzialmente il carattere di scontro ideologico tra fascismo e antifascismo, anche perché il duce si convinse – scrive Elena Aga Rossi – «che si era di fronte a un momento importante per l'affermazione internazionale del fascismo e, nello stesso tempo, a una seria minaccia per la sua stessa sopravvivenza di fronte all'ipotesi di una vittoria repubblicana». Il comune impegno bellico determinò un netto avvicinamento tra Italia e Germania, che culminò nella firma, da parte del neo ministro degli Esteri Ciano, di un accordo politico passato alla storia come Asse Roma-Berlino (ottobre 1936). Hitler si impegnò a garantire un consistente aiuto militare a Franco e si disse disponibile a riconoscere il ruolo di potenza egemone nel Mediterraneo che l'Italia ambiva a ricoprire; Mussolini promise di difendere gli interessi tedeschi in seno alla Società delle Nazioni e lasciò intendere che non si sarebbe nuovamente opposto all'Anschluss (che i nazisti avrebbero effettuato nel marzo del '38). Nel 1937 seguirono, in questa deriva totalitaria, l'adesione dell'Italia al patto anti-Comintern (con Germania e Giappone) e l'uscita dalla Società delle Nazioni, che costituiva un segnale inequivocabile delle intenzioni di Mussolini di stravolgere l'ordine europeo.
L'alleanza italo-tedesca indusse il governo di Londra a ristabilire buone rapporti con Roma, dopo i contrasti legati alle sanzioni. Nel gennaio del '37 un gentlemen's agreement impegnò i due paesi a rispettare lo status quo nel Mediterraneo (con l'evidente incongruenza della partecipazione fascista alla guerra di Spagna), mentre l'anno successivo con un nuovo accordo la Gran Bretagna riconobbe la sovranità italiana sull'Etiopia, in cambio della promessa dell'immediato ritiro dei «volontari» italiani dal suolo iberico al termine della guerra civile. In questo modo, se l'Italia poteva rallegrarsi per aver dimostrato la propria autonomia rispetto ai tedeschi, la Gran Bretagna si illudeva di aver allontanato Mussolini da Hitler in vista di un'eventuale guerra europea.
Il duce si convinse in quei mesi che all'Italia sarebbe spettato il ruolo di ago della bilancia per dirimere le controversie internazionali. Di conseguenza, quando Hitler minacciò di risolvere con la forza l'intricata questione dei Sudeti (dove vivevano oltre 3 milioni di tedeschi) e si preparò all'invasione, Mussolini sollecitò la convocazione di un vertice a quattro a Monaco con Daladier, Chamberlain e il Fuhrer (29-30 settembre 1938). L'esito, scontato, delle trattative fu l'accettazione della volontà di Hitler da parte delle potenze occidentali, che pagarono il prezzo voluto dal dittatore con l'illusione che questi si sarebbe accontentato e non avrebbe trascinato l'Europa in un conflitto. Ma appunto di illusione si trattava, come l'occupazione nazista della Boemia e della Moravia (ottobre '38) e l'aggressione alla Polonia (1° settembre '39) si incaricarono di dimostrare.
Quanto all'Italia – come rileva Giorgio Candeloro –, a Monaco «Mussolini ottenne un successo di prestigio, che fu molto strombazzato dalla propaganda fascista e fu a lungo giudicato effettivo, mentre poteva divenire tale solo se Mussolini avesse cambiato da quel momento la sua politica estera». Ma non lo fece, e anzi, forse per spirito di emulazione nei confronti di Hitler, predispose in tutta fretta l'attacco all'Albania (aprile '39), con l'obiettivo di rinforzare l'influenza italiana sui Balcani. 

L'epilogo


 

Un mese dopo la conquista dell'Albania, Italia e Germania siglarono il Patto d'acciaio, vera e propria alleanza militare. Gli accordi prevedevano che «se, malgrado i desideri e le speranze delle Parti Contraenti, dovesse accadere che una di Esse venisse trascinata in complicazioni belliche con un'altra o più Potenze, l'altra Parte Contraente si porrà immediatamente come Alleato al suo fianco e la sosterrà con tutte le sue forze militari per terra, per mare e nell'aria». Si trattava quindi non di un accordo difensivo, bensì per la guerra, nonostante Mussolini avesse fatto presente a Hitler che l'Italia avrebbe necessitato di un periodo di pace di qualche anno (almeno fino al '42) per preparasi a un conflitto europeo.
Il Fuhrer aveva però ben altri progetti e preparava già l'invasione della Polonia all'insaputa dell'alleato. Solo l'11 e il 12 agosto, incontrando Ribbentrop e Hitler a Salisburgo, Ciano apprese le reali intenzioni dei tedeschi. La sua preoccupazione, come traspare dalle pagine del diario riferite a quei giorni, consente di comprendere quanto l'Italia, al di là delle ambizioni e della propaganda, fosse impreparata ad affrontare una guerra. Mussolini rischiava di diventare schiavo dell'immagine che di sé aveva costruito. Temeva un conflitto, ma non avrebbe mai accettato l'umiliazione di ammetterlo pubblicamente. Fu così costretto, non senza imbarazzo, a dichiarare la «non belligeranza» quando le armate hitleriane, varcando il confine polacco, diedero inizio alla seconda guerra mondiale.
Per il duce i primi mesi di guerra furono una sorta di agonia, dal momento che la valutazione realistica delle forze disponibili tarpava inesorabilmente le ali della sua ambizione. Di fatto, solo le travolgenti vittorie tedesche del maggio 1940 spinsero Mussolini a rompere gli indugi.
Con l'ingresso in guerra (10 giugno 1940) si chiudeva così una lunga fase della politica estera italiana. Iniziata nel rispetto e nella ricerca costante dell'equilibrio, quella politica si concludeva con la rinuncia, di fatto, all'unico ruolo di rilievo che l'Italia fosse riuscita a ricoprire tra i due conflitti mondiali: quello di mediatrice tra le nazioni europee. L'obiettivo di elevare l'Italia al rango delle grandi potenze fallì proprio a causa dell'abbandono della politica del «peso determinante». Legandosi a Hitler, infatti, Mussolini perse la propria autonomia, e il fallimento dell'estremo tentativo di ignorare questa verità – la conduzione di una guerra parallela – finì per ridurre l'Italia a satellite politico-militare della Germania.

Un bilancio conclusivo


 

Le indecisioni, i ripensamenti e le ambiguità che la caratterizzarono per vent'anni rendono difficile arrivare a un'interpretazione univoca e condivisa della politica estera del fascismo. Soprattutto gli ultimi anni, dopo l'impresa etiopica, furono quanto mai ricchi di contraddizioni: basti pensare ai rapporti con la Germania  – a cui si guardò, alternativamente, con ammirazione, invidia e timore –, all'ambizione, più volte frustrata, di stravolgere l'equilibrio internazionale al fine di costruire la «nuova Europa», al ruolo sempre più decisivo che acquisì l'ideologia nella determinazione di scelte politiche che avrebbero richiesto, invece, una più attenta meditazione sulle conseguenze. Le sorti di un intero paese furono sostanzialmente decise dalla volontà di un uomo solo, determinato a fare dell'Italia, contro ogni valutazione realistica della realtà, una grande potenza imperialista. La sua condotta altalenante, sempre più incerta nell'imminenza del conflitto, costituì probabilmente il fattore maggiormente destabilizzante della politica estera italiana e finì per trascinare la nazione nel baratro di una guerra mai completamente voluta, ma accettata per (errato) calcolo politico. Mai Mussolini ebbe progetti di collaborazione internazionale che non fossero strumentali ad accrescere il suo prestigio personale e a dare sfogo all'innata aggressività del fascismo. Per il duce l'Europa non fu altro che uno scacchiere, un tavolo su cui giocare d'azzardo ma senza le carte vincenti. E il bluff, alla fine, non riuscì.
 
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La politica estera del fascismo: un precario equilibrio tra prudenza e aggressività (prima parte)

(articolo apparso su Prima Pagina del 29 dicembre 2013)
 
«La politica estera dell'Italia fascista è una politica di realtà e di giustizia internazionale. È la politica di una Nazione vittoriosa, la quale è conscia dell'eredità di una passata grandezza e sente il dovere di esserne degna e di continuarla nell'avvenire. È la politica estera di un popolo giovane ed esuberante che, pena la soffocazione, deve fatalmente espandersi in un più vasto respiro».
Con queste parole il sottosegretario di Stato per gli Affari Esteri Dino Grandi, a conclusione di un lungo discorso tenuto alla Camera il 19 maggio 1926, illustrava le linee guida che avevano improntato la politica estera italiana durante i primi quattro anni del governo Mussolini. Al di là della retorica, è evidente una certa ambiguità, sia per quanto concerneva gli obiettivi – decisamente contraddittori –, sia (soprattutto) per quanto atteneva ai mezzi per conseguirli. Come conciliare – si chiedeva in effetti Mussolini – la volontà di dar prova, anche a fini propagandistici, di energia e vitalità, di fare del XX «il secolo del fascismo [...] [e] della potenza italiana», con la riluttanza ad affrontare la prova di un conflitto europeo?
L'Italia uscita dalla Grande Guerra era un paese debole, assolutamente incapace di far valere con la forza le proprie ragioni in contrasto con le maggiori potenze europee. Mussolini ebbe sempre presente questa fragilità e, anche se volutamente si mostrava talvolta aggressivo per ragioni di prestigio personale e per distogliere l'attenzione dai problemi di politica interna, non si sarebbe mai fatto trascinare nel secondo conflitto mondiale se la fulminea avanzata tedesca in territorio francese non gli avesse fatto ritenere imminente la cessazione delle ostilità. «Nessun uomo di Stato – scrisse il diplomatico Mario Luciolli – ebbe, fra il 1918 e il 1939 tanta paura della guerra quanta ne ebbe Mussolini».
La riluttanza di Mussolini era in sostanza figlia della consapevolezza dei limiti della potenza militare italiana. Il duce non voleva la guerra poiché si rendeva realisticamente conto che l'Italia non era preparata ad affrontarla. Allo stesso tempo, però, il fascismo, per la sua stessa natura politico-militaresca, fu sin dall'inizio un movimento logicamente propenso alla violenza, nei modi come nei toni. Mussolini, del resto, subordinava la politica estera a una duplice concezione dei rapporti internazionali, destinata a concretizzarsi in manifestazioni aggressive: la visione secondo la quale i popoli seguono, nella loro evoluzione, gli stadi di giovinezza, maturità e decadenza (la democrazia, in quest'ottica, altro non è che una forma di governo tipica delle nazioni in declino); l'idea che la storia sia continuo movimento e che la guerra costituisca l'esito naturale delle controversie tra i popoli. Uno scontro con le «demo-plutocrazie» era quindi da considerarsi inevitabile: il problema era la palese impreparazione militare dell'Italia, che – come detto – il dittatore non ignorava. Si trattava in sostanza di mantenere una posizione di equilibrio tra le grandi potenze, in attesa del momento propizio per imporsi a livello internazionale.
Questo atteggiamento produsse di frequente nell'animo del duce un senso di forte frustrazione, che si acuì alla vigilia della seconda guerra mondiale. Due giorni prima dell'invasione tedesca della Polonia (il 30 agosto 1939), scrisse infatti Ciano sul suo diario, riferendosi al suocero: «L'idea della nostra forzata neutralità gli pesa sempre di più. Non potendo fare la guerra, prende tutte quelle disposizioni che, in caso di soluzione pacifica, potranno permettergli di dire che l'avrebbe fatta. Richiami, oscuramenti, requisizioni, chiusure di locali». Al di là della prudenza, quindi, Mussolini avrebbe voluto recitare anche sul campo di battaglia il ruolo del protagonista, come dimostrò, all'indomani dell'ingresso dell'Italia nel conflitto, la conduzione della cosiddetta «guerra parallela» in autonomia rispetto alla Germania. Ma la politica calcolatrice del «bastone e della carota» rivelò tutta la sua ambiguità e pericolosità quando il dittatore azzardò la carta dell'entrata in guerra, nell'illusoria convinzione che fosse giunto il momento di compiere – scrive Emilio Gentile – la «missione universale della rivoluzione fascista nella ricostruzione della Nuova Europa».

 

La politica estera fascista fino al 1934


 

Nei primi anni, durante i quali prevalse una certa prudenza, Mussolini ottenne alcuni preziosi successi, che si rivelarono tali soprattutto per le reazioni positive che suscitarono in politica interna.
Nel 1923 una missione italiana incaricata di delimitare il confine greco-albanese venne attaccata e subì la perdita di quattro uomini. Il duce, dopo che la Grecia ebbe respinto alcune condizioni dell'ultimatum inviatole dal governo italiano, ordinò l'occupazione di Corfù, accettando poi in seguito alle pressioni della Società delle Nazioni di sgomberare l'isola in cambio di un compenso in denaro. Il messaggio per quanto basato su una mossa di facciata era chiaro: con l'Italia fascista non si poteva scherzare. Per Mussolini, che certamente non avrebbe potuto opporsi a lungo alle potenze occidentali, fu un colpo da maestro: nascondendo con la sua aggressività il reale intento di guadagnare prestigio in Italia e all'estero, poté vantare l'ardire di essersi spinto oltre un limite che nessun politico di scuola liberale avrebbe mai osato varcare. 
Altri successi furono, nel 1924, l'accordo su Fiume e la conclusione delle trattative per il riconoscimento diplomatico della Russia sovietica. Nel primo caso venivano superati i patti siglati quattro anni prima a Rapallo tra l'Italia di Giolitti e la Jugoslavia, che avevano dato vita allo Stato Libero di Fiume. La città istriana, alla quale molti italiani erano sentimentalmente legati dopo l'impresa dannunziana, fu annessa al territorio della penisola e Mussolini fu elogiato per essere riuscito là dove il «poeta armato» aveva fallito. Nel secondo, il regime bolscevico otteneva di uscire dall'isolamento in cui era stato relegato dalle potenze occidentali dopo la Rivoluzione d'Ottobre, mentre l'Italia poté garantirsi la firma di un trattato di commercio e navigazione, importante soprattutto per l'importazione di carbone.
Nei rapporti con gli altri paesi europei, la questione tedesca costituiva uno dei problemi più intricati. Mussolini era convinto – precisa Elena Aga Rossi – che «la potenza tedesca sarebbe presto rinata e che l'Italia dovesse farsi antesignana del revisionismo internazionale [...] per acquistare maggiore spazio in Europa». Il suo obiettivo era quello di sfruttare le tensioni europee per guadagnare prestigio personale e inserire l'Italia nel novero delle grandi potenze continentali. Fu così che nel 1925 accettò di ricoprire, a fianco della Gran Bretagna, il ruolo di garante nella firma del Patto di Locarno, siglato da Francia, Germania e Belgio per decretare l'inviolabilità dei comuni confini, in ossequio a quanto stabilito a Versailles.
Il patto avvicinò ulteriormente l'Italia alla Gran Bretagna, grazie anche ai buoni rapporti personali instauratisi tra Mussolini, il ministro degli esteri Austen Chamberlain e Churchill. Al governo inglese interessava soprattutto il mantenimento dell'ordine europeo, e il duce sembrava offrire garanzie in questo senso, in virtù del suo interesse ad ottenere per l'Italia un più netto riconoscimento internazionale. In particolare raggiunse il suo acme la cosiddetta politica del «peso determinante», così descritta da Grandi (nel 1929 nominato ministro degli Esteri e nel 1932 ambasciatore a Londra) in un discorso al Gran Consiglio del Fascismo del 2 ottobre 1930: «La Nazione italiana non è ancora abbastanza potente, politicamente, militarmente ed economicamente, da potersi considerare come una nazione protagonista della vita europea [...]. Ma la Nazione italiana è già tuttavia abbastanza forte per costituire col suo apporto politico e militare il peso determinante alla vittoria dell'uno o dell'altro dei protagonisti del dramma europeo».
In quegli anni Mussolini cercò di rafforzare la propria immagine di statista prudente e di evitare pericolosi eccessi. La nomina del filo-inglese Grandi rispondeva a questa esigenza, che si concretizzò nell'impegno italiano nella politica del disarmo e nell'appoggio del ministro alla Società delle Nazioni. I risultati furono incoraggianti, come testimoniano i numerosi elogi che il duce ricevette oltre Manica, e non solo.
I rapporti internazionali mutarono radicalmente nel 1933 con l'ascesa al potere di Hitler. «In questa situazione – sottolinea Aga Rossi – l'Italia assunse per la prima volta un ruolo primario nel mantenimento dell'equilibrio europeo», appoggiando da un lato parte del revisionismo tedesco e proponendo dall'altro un Patto a quattro (tra Gran Bretagna, Germania, Francia e Italia) per ribadire l'impegno comune alla non belligeranza. Il testo tuttavia fu approvato solo dopo che ad esso furono apportate drastiche modifiche, che lo trasformarono, in pratica, in una semplice dichiarazione di intenti (e l'inefficacia dell'accordo si palesò pochi mesi dopo con l'uscita della Germania dalla Società delle Nazioni).
Mussolini godeva dell'ammirazione di Hitler, ma non stimava e anzi temeva il dittatore nazista. Il duce era perfettamente conscio del pericolo che una Germania rinforzata militarmente avrebbe rappresentato per l'Italia; tuttavia riteneva – e in questo fu incoraggiato dalle potenze occidentali – di poter sfruttare il suo ascendente sul Fuhrer per giocare un ruolo da protagonista come mediatore sulla scena europea. Nel 1934 ebbe la forza di reagire con vigore alla notizia del putsch nazista di Vienna (che costò la vita al cancelliere austriaco Dolfuss), ordinando che venissero mobilitate le divisioni italiane di stanza al Brennero; ma le ambizioni imperiali del fascismo, una certa affinità ideologica col nazismo e l'accresciuto peso internazionale dell'Italia finirono inesorabilmente per avvicinare i due dittatori. (Continua)

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domenica 22 dicembre 2013

Un regime «che perde elezioni a ripetizione»: lo strano “fascismo” di Silvio Berlusconi

(articolo apparso su Prima Pagina del 22 dicembre 2013)

A proposito di Silvio Berlusconi, dieci anni fa lo storico inglese Paul Ginsborg azzardò una previsione su cui vale la pena riflettere: «Sarebbe forse del tutto fantasioso – scrisse in un suo saggio – immaginare che nel 2013 i "piccoli forzisti" vadano a letto stringendo nella manina il medaglione di Silvio B., come facevano i piccoli Balilla con quello del duce nel 1935?».
Occorre innanzitutto prevenire un'obiezione: Ginsborg non riteneva che l'Italia di inizio Terzo Millennio fosse paragonabile a quella degli anni Trenta. Ciò che intendeva suggerire era che Berlusconi rappresenta per i suoi seguaci un autentico mito, il classico personaggio rispetto al quale è impossibile restare indifferenti. O lo si ama, o lo si odia. In questo lo studioso britannico aveva indubbiamente visto giusto, anche se, passati dieci anni dall'uscita del saggio da cui sono tratte le righe appena citate, la fama del Cavaliere è senza dubbio in declino e – con buone probabilità – sono pochi i novelli Balilla che si addormentano abbracciando un medaglione con le sue iniziali.
Ciò che invece non accenna per nulla a placarsi è il forte, a tratti ossessivo, sentimento antiberlusconiano radicato in quella porzione di italiani che al fondatore di Forza Italia non ha mai accordato il proprio consenso. Per buona parte di questa consistente fetta di cittadinanza l'accostamento Berlusconi-Mussolini non è affatto fuori luogo: pur riconoscendo che il regime del duce era altra cosa, che – come ironizza Giovanni Orsina nello studio che è all'origine di questo articolo – oggi «Umberto Eco a Ventotene ci va – se lo vuole – in vacanza», gli antiberlusconiani continuano ad associare il Cavaliere al fascismo. Basta consultare Google per imbattersi in decine di fotomontaggi come quelli qui riportati: immagini innocue, non c'è dubbio, ma che acquistano per il semplice fatto di essere così diffuse un'innegabile valenza politica. Per quale motivo Berlusconi è considerato un fascista? In che senso, poi, potrebbe esserlo entro i confini di uno Stato repubblicano che ha bandito il fascismo dalle proprie istituzioni?
Per rispondere a queste domande è necessario fare un passo indietro e riflettere brevemente sul concetto di antifascismo. Giovanni Orsina, nel suo saggio contenuto nel volume L'ossessione del nemico (miscellanea a cura di Angelo Ventrone edita da Donzelli nel 2006), distingue tra antifascismo e Antifascismo, intendendo con il primo «l'opposizione al fascismo storico e a quel che ha significato», e con il secondo un «patrimonio  ideologico» che ha subito un «sovraccarico concettuale».
Per prima cosa, l'Antifascismo legge la storia d'Italia individuando nell'esperienza resistenziale una forte cesura tra l'intero periodo monarchico-unitario (fascista e prefascista) e quello repubblicano. L'interpretazione «assai forzata» della Resistenza come movimento popolare di massa consente di vedere in quello che è stato considerato un secondo Risorgimento non soltanto una prosecuzione dell'esperienza unificatrice ottocentesca, ma anche – secondo prospettive più radicali – un'autentica rivincita nei confronti di quest'ultima. Perché questa interpretazione sia possibile è però necessario considerare il fascismo non come una parentesi o il risultato di una concatenazione di prevaricazioni, bensì come il naturale prodotto di una congerie di vizi tradizionalmente italici sui quali è necessario affondare il bisturi del rinnovamento. L'ovvia conseguenza di questo processo non può che essere il suddetto sovraccarico ideologico, in base al quale l'accusa di essere un fascista può essere facilmente rivolta contro chiunque «impersoni quei fattori storici dei quali si presume che il regime mussoliniano sia stato il prodotto». Paradossalmente, persino il PCI – cui è stata a lungo contestata una sorta di apatia rivoluzionaria – ha subito in passato tentativi di delegittimazione che andavano in questa direzione.
L'aspetto più radicale dell'Antifascismo è senza dubbio la pretesa superiorità morale rispetto agli avversari (come visto, potenzialmente infiniti). Al "fascista", in altre parole, è proibito fare concessioni. In quanto nemico, egli sarà sempre un individuo spregevole guidato esclusivamente dai propri interessi; non un uomo dalla cultura distorta, ma un uomo di non-cultura; non un italiano in errore, bensì un non-italiano indegno di far parte della comunità nazionale.
Su questo terreno l'Antifascismo è giunto gradualmente.
Negli anni Cinquanta, in epoca centrista, la riflessione storiografica sulla Resistenza aveva interessato pressoché solo le forze progressiste, essendo la cultura moderata preoccupata che l'enfasi sulla lotta di liberazione e le origini dell'Italia repubblicana potesse giovare oltremodo al PCI. Di conseguenza, quando nel decennio successivo l'antifascismo tornò alla ribalta – come unica possibile piattaforma d'intesa tra i partiti che si apprestavano ad inaugurare la stagione del centro-sinistra –, esso finì per connotarsi secondo il paradigma Antifascista, dal momento che le interpretazioni non-Antifasciste delle vicende inerenti alla recente storia d'Italia avevano ormai accumulato un ritardo culturale impossibile da ignorare. Di fatto, isolando per anni la sinistra, la DC le concesse una sorta di esclusiva sull'utilizzo di un antifascismo destinato a gonfiarsi a dismisura.
Decisivo si rivelò, in questo processo degenerativo, il fallimento dell'esperimento di Tambroni di aprire al MSI, che di fatto rese improponibile, per il futuro, qualunque ipotesi di governo sorretto, seppure democraticamente, dalla destra. Di lì a poco – precisa Orsina –, la svolta degli anni Sessanta e il progetto del centro-sinistra coincisero con il battesimo dell'Antifascismo quale «ideologia ufficiale» della politica italiana, con la conseguente «estensione dell'area dell'illegittimità repubblicana oltre i confini del neofascismo, al conservatorismo e al moderatismo». Con questo, si badi, non si deve intendere che le forze moderate furono escluse dal governo: tutt'altro. Semplicemente esse dovettero subire in quegli anni, sul piano culturale, l'emarginazione del proprio conservatorismo – sospinto al di fuori della legittimità repubblicana –, e si trovarono costrette a «mascherarsi sotto volti posticci». Il che creò quello iato tra prassi di governo e cultura politica che fu alla base delle contestazioni sessantottine e che a lungo andare consentì il radicarsi della convinzione, tuttora largamente condivisa, che «la soluzione dei mali d'Italia» risieda «in una rivoluzione di carattere morale più che economico e sociale», ovviamente di stampo rigorosamente Antifascista.
Questo aspetto è, a ben vedere, determinante. Il fallimento del progetto riformistico del centro-sinistra e la parallela degenerazione, sul piano etico, del sistema dei partiti crearono le premesse, grosso modo a partire dagli anni Settanta, per uno slittamento del paradigma Antifascista dal terreno economico a quello culturale. L'enfasi che Enrico Berlinguer – segretario del principale partito Antifascista – pose sulla questione morale è del resto piuttosto eloquente. Si trattava, in sostanza, di salvaguardare l'orgoglio di una diversità che fungesse da pretesto – forse l'unico rimasto, vista la crisi dell'intero blocco comunista – per ribadire, con rinnovata altezzosità, la propria estraneità rispetto alle altre forze politiche.
Date le premesse, che l'Antifascismo egemone fosse incompatibile con la «discesa in campo» del Cavaliere fu evidente sin dagli esordi politici del fondatore di Forza Italia, il quale, attraverso lo «sdoganamento» del MSI e l'appoggio al "fascista" Gianfranco Fini, di fatto inaugurò la stagione dell'antiberlusconismo. Il suo anticomunismo esasperato – divenuto, specie dopo il fallimento del centro-sinistra, inconciliabile con l'Antifascismo di quanti non ritenevano più praticabile alcun progetto di rinnovamento che prescindesse dall'apporto degli eredi del PCI –, unito al fastidio per la presunta invadenza dei basilari contropoteri democratici, ha innegabilmente fornito un valido pretesto per la costruzione dell'antimito berlusconiano; ma, tornando alle riflessioni da cui siamo partiti, a rendere per molti credibile l'accostamento Berlusconi-Mussolini è stato prima di tutto lo strapotere mediatico del Cavaliere. «Nel nostro tempo – ha scritto infatti Umberto Eco –, se dittatura ha da esserci, deve essere dittatura mediatica e non politica».
Il punto, come bene spiega Orsina, è che «da decenni ormai l'Antifascismo ha distaccato il fascismo dal suo contesto storico, trasformandolo in un'etichetta generica suscettibile di essere applicata a chiunque sia ritenuto, dall'Antifascista stesso, d'ostacolo al rinnovamento d'Italia». Il che, con tutta evidenza, fa di Berlusconi (personaggio di cui peraltro è facile biasimare il comportamento sempre sopra le righe) il bersaglio perfetto. Per il fatto di avere conquistato il potere professando apertamente la propria ostilità culturale nei confronti dell'ideologia ufficiale Antifascista (e quindi rinnegando la consolidata prassi dissimulatrice democristiana, responsabile della degenerazione afasica del moderatismo), egli è automaticamente diventato «un pericolo mortale per la democrazia», l'instauratore di un regime. Poco importa che manchino argomentazioni convincenti per sostenere che il pluralismo sia effettivamente in pericolo (regime curioso, quello berlusconiano, «del quale – ironizza Orsina – parlano male praticamente tutti, che perde elezioni a ripetizione ed è infine rispedito all'opposizione»): se il Cavaliere dev'essere a tutti i costi il nemico pubblico numero uno, il paragone col suo predecessore in camicia nera diviene così suggestivo da abbattere qualunque barriera storiografica.

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lunedì 16 dicembre 2013

«Il più efficace degli antidoti»: Togliatti e il dramma dei prigionieri di guerra italiani in URSS

(articolo apparso su Prima Pagina del 15 dicembre 2013)
 
La sorte dell'ARMIR, l'Armata italiana in Russia inviata sul fronte orientale da un Mussolini desideroso di dare un sostanzioso contributo alla lotta antibolscevica, fu tragica: ben 95.000 dei 229.000 uomini che la componevano non fecero ritorno. Le perdite più consistenti non furono però quelle dei caduti in battaglia. Secondo alcuni calcoli di parte sovietica, infatti, l'Armata Rossa catturò tra gli 80 e i 115 mila militari italiani, ridotti – ma la cifra rimane ad ogni modo significativa – a «più di 40.000» dalla propaganda di Radio Mosca, curata da Palmiro Togliatti.
Nell'estate del 1944 il governo Bonomi cominciò a fare pressioni su Mosca affinché questa inviasse gli elenchi dei prigionieri, ma dovette attendere l'agosto dell'anno seguente prima di ricevere una risposta. L'Unione Sovietica, fece infine sapere il viceministro degli Esteri Solomon Lozovsky, non si opponeva alla restituzione dei militari italiani, fatta eccezione per un esiguo numero di criminali di guerra. Ma i conti non tornavano: secondo le stime di parte russa, i soldati da rimpatriare erano appena 19.000, cifra drasticamente inferiore alle aspettative. E non era tutto. Quando, alla fine del luglio 1946, l'ambasciata sovietica a Roma comunicò di avere terminato le procedure di rimpatrio dopo aver restituito 21.193 prigionieri, le autorità italiane scoprirono che nel conto erano stati annoverati ben 11.000 militari appartenenti a divisioni di stanza nei Balcani, i quali, catturati dai nazisti dopo l'8 settembre, erano stati in seguito "liberati" dall'Armata Rossa ed internati in URSS.
La decisione sovietica di restituire i prigionieri, al di là della discrepanza sulle cifre con il governo di Roma, fu ad ogni modo inaspettata. Stalin, infatti, fece per l'Italia un'eccezione rispetto alla prassi consolidata di considerare i prigionieri di guerra come forza-lavoro. Le motivazioni del dittatore sovietico non sono ancora del tutto chiare, ma è ipotizzabile che, dati l'esiguo numero dei superstiti e l'elevata mortalità, gli italiani costituissero un gruppo poco produttivo. Così almeno si spiegherebbe la decisione di rimpatriare per primi i malati gravi, gli invalidi e gli inabili al lavoro.
A parere di Mosca, pertanto, l'Italia doveva considerarsi soltanto grata per la restituzione dei militari caduti nelle mani dell'Armata Rossa: ogni ulteriore richiesta, tenendo conto che per Stalin era molto labile la differenza tra prigioniero e collaborazionista, era da ritenersi fuori luogo. Se infatti si considera che gli stessi militari sovietici sopravvissuti ai lager nazisti furono in larga parte internati nei campi "correttivi" siberiani, risulta evidente che, dal punto di vista dei russi, un paese aggressore come l'Italia non si trovava certo nella condizione di avanzare pretese. Mosca non si sentiva quindi per nulla obbligata a fornire informazioni sui soldati italiani caduti o dispersi in URSS. Solo la recente apertura degli archivi sovietici ha consentito agli storici di far luce sulla tragica sorte di migliaia di prigionieri italiani.
La maggior parte di essi cadde in mano sovietica in seguito alla grande offensiva dell'Armata Rossa dell'inverno 1942-43. Un numero elevato di uomini da mantenere avrebbe tuttavia ostacolato le manovre al fronte: l'unica soluzione praticabile parve allora quella di trasportare i prigionieri nelle retrovie, anche per evitare che il nemico li liberasse. La conseguenza, per le decine di migliaia di soldati italiani, furono le cosiddette marce del davai («avanti» in russo: era l'ordine impartito dalle guardie) verso le stazioni ferroviarie, cui seguivano interminabili viaggi verso l'interno in condizioni di estremo disagio. Freddo, malnutrizione e malattie decimarono i convogli, con livelli di mortalità vicini al 90%. In questo dato la documentazione oggi disponibile non consente di individuare alcun intento punitivo da parte dei sovietici. Semplicemente, rilevano Elena Aga Rossi e Victor Zaslavsky nel volume Togliatti e Stalin (Il Mulino, 2007), «il trattamento clemente dei detenuti non è mai stato una caratteristica del governo staliniano». Su circa 85.000 prigionieri di guerra italiani in URSS (secondo le stime più recenti), si devono calcolare grosso modo 40.000 morti nei lager e 22.000 persone non identificate, decedute durante le marce: tra i restanti uomini, circa 22.000 fecero ritorno in patria, ma il conto deve necessariamente tenere in considerazione imprecisioni ed errori.
Ovviamente, il problema delle migliaia di militari italiani detenuti in territorio russo interessò da vicino i vertici del PCI, i cui dirigenti più influenti erano in stretto contatto con Mosca. Ad essi, infatti, il governo sovietico affidò un ruolo di prim'ordine nell'organizzazione della resistenza e della propaganda, rivolta, oltre che ai soldati al fronte, anche ai prigionieri di guerra. Nei campi di internamento, infatti, i comunisti italiani residenti in URSS erano chiamati a gestire scuole di indottrinamento antifascista, a curare la redazione di periodici, a presenziare agli interrogatori e a condurre trasmissioni radiofoniche per l'Italia. Gli istruttori politici del PCI erano subordinati al rappresentante italiano presso il Comitato esecutivo del Comintern, Vincenzo Bianco, il quale, a sua volta, aveva come superiori Togliatti e il segretario generale del Comintern Georgij Dimitrov. Proprio a Bianco si deve una testimonianza fondamentale sulle condizioni dei prigionieri di guerra dell'ARMIR. Si tratta di una lettera a Togliatti datata 31 gennaio 1943, nella quale veniva esplicitamente posto il problema dell'alto tasso di mortalità tra i detenuti italiani, che nei lager russi perivano «in massa». La risposta del Migliore, che vale la pena citare ampiamente, lasciò tuttavia intendere che il PCI non avrebbe mosso un dito per arrestare quello che stava assumendo le proporzioni di un autentico massacro di connazionali: «La nostra posizione di principio rispetto agli eserciti che hanno invaso l'Unione Sovietica è stata definita da Stalin, e non vi è più niente da dire. Nella pratica, però, se un buon numero di prigionieri morirà, in conseguenza delle dure condizioni di fatto, non ci trovo assolutamente niente da dire. Anzi. E ti spiego il perché. Non c'è dubbio che il popolo italiano è stato avvelenato dalla ideologia imperialista e brigantesca del fascismo. [...] Il fatto che per migliaia e migliaia di famiglie la guerra di Mussolini, e soprattutto la spedizione contro la Russia, si concludano con una tragedia, con un lutto personale, è il più efficace degli antidoti».
L'atteggiamento "morbido" nei confronti dei prigionieri con buone probabilità fu la causa del mancato avanzamento di carriera di Bianco ai vertici del partito. Ma non è questo il punto su cui vale pena soffermarsi in questa sede. L'aspetto principale da sottolineare è che il PCI, dovendo effettuare una scelta di campo tra gli interessi nazionali e la fedeltà al governo dell'URSS, preferì optare per una più comoda via di mezzo, di fatto assecondando la politica repressiva di Mosca senza tuttavia assumersi apertamente la responsabilità della propria condotta antipatriottica. In pratica, Togliatti avallò la decisione di non far pervenire a Stalin alcuna rimostranza in merito al trattamento disumano riservato ai prigionieri di guerra dell'ARMIR, ma, al contempo, si preoccupò che la notizia non trapelasse (o quantomeno trapelasse il meno possibile) in Italia. Fatto sta che il rimpatrio dei prigionieri tra 1945 e 1946 creò più di un grattacapo al PCI, convinto che la decisione sovietica di affrettare la loro restituzione – ancora oggi difficile da motivare – avrebbe procurato un grave danno di immagine all'universo comunista. Sarebbe stato infatti fin troppo facile per gli avversari politici rilevare significative discrepanze tra il ritratto del paradiso dell'URSS tratteggiato dalla propaganda togliattiana e i racconti dei reduci, che avrebbero inevitabilmente posto l'accento sul paradosso dei «contadini russi senza scarpe». Il mito sovietico, in altre parole, sarebbe stato abbattuto dai colpi di piccone delle testimonianze di migliaia di sopravvissuti ai lager staliniani. E, in effetti, così in parte accadde.
Del resto, gli stessi dirigenti comunisti italiani erano perfettamente al corrente che Mosca mentiva quando affermava di aver restituito tutti i prigionieri entro il 1946. Ma sbilanciarsi poteva essere pericoloso, anche perché Togliatti non si trovava certo nelle condizioni di fare pressioni su Stalin. Tanto valeva, quindi, tentare di limitare i danni, screditando i militari rimpatriati che gettavano fango sull'URSS. Così, quando nell'aprile del 1948 l'Unione nazionale reduci dalla Russia pubblicò un opuscolo in cui alcuni ex prigionieri accusavano i comunisti che avevano curato la propaganda antifascista nei campi sovietici di aver condotto violenti ed «estenuanti interrogatori», il senatore Edoardo D'Onofrio, chiamato in causa, decise di querelare per diffamazione gli autori dello scritto. Il processo gli diede torto, ma ciò non servì (anzi!) a sanare la frattura tra un PCI succube di Mosca e un paese, l'Italia, che negli anni avrebbe rafforzato il suo legame col blocco occidentale. Oggi, anche ripensando a vicende come quella dei prigionieri dell'ARMIR, risulta evidente come dietro il collegamento cronologico tra il crollo dell'URSS e lo scioglimento del Partito comunista italiano si nasconda il dramma politico di intere generazioni.

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lunedì 9 dicembre 2013

La psicosi del nemico interno: il male inguaribile della comunicazione politica italiana

(articolo apparso su Prima Pagina dell'8 dicembre 2013)

La tesi centrale de Il nemico interno, interessante saggio di Angelo Ventrone pubblicato da Donzelli nel 2005, è che la propaganda politica fatichi enormemente a superare una visione manichea della realtà secondo la quale è molto più conveniente delegittimare l'avversario (una persona, un partito, una nazione, un popolo) che instaurare con esso un dialogo costruttivo, incentrato sulle differenti proposte. Il rivale, in altre parole, rappresenta inevitabilmente il male da cui difendersi, il nemico interno, appunto, sospettato di tramare contro la patria per fini loschi o, più di frequente, perché colluso con un più potente nemico esterno che ne tira i fili a mo' di diabolico burattinaio.
Nella storia dell'Italia contemporanea questa psicosi del nemico interno è stata associata il più delle volte alla guerra. Già nel 1911, con lo scoppio del conflitto coloniale in Libia, l'opinione pubblica si divise nettamente nei due tronconi di chi era favorevole all'intervento e chi, come il PSI, protestava che l'invasione di un paese africano non avrebbe fatto altro che depauperare le casse dello Stato. Ma fu, ovviamente, la Grande Guerra a creare le condizioni per un inasprimento senza precedenti dei toni della propaganda, che divenne strumento di feroce accusa di un avversario che si voleva far passare, a seconda dei casi, o per disfattista antipatriottico, o per traditore dei reali interessi della nazione. Tanto i neutralisti (in particolar modo i socialisti) quanto gli interventisti furono tacciati di collusione col nemico esterno, individuato, in un caso, con la Germania di Guglielmo II – vorace mostro imperialista –, nell'altro con il capitalismo internazionale, responsabile della carneficina europea.
L'ossessione antigermanica, in particolare, accentuò una tendenza già piuttosto diffusa nel quadro politico italiano: il ricorso allo stereotipo quale strumento privilegiato per screditare il nemico. Così, se il tedesco veniva rappresentato come il più temibile dei barbari, in quanto in possesso di tecnologie potenzialmente devastanti in campo bellico, divenne quasi automatico, negli anni seguenti, associare agli Stati Uniti l'immagine del borghese corrotto, anche fisicamente, dal capitalismo, e all'Unione Sovietica quella del povero che soffre la fame. In quest'ottica, è interessante notare che la propaganda fascista condannava sia USA che URSS, poiché entrambe, rileva Ventrone, erano accomunate «dall'interesse esclusivo per la dimensione materiale dell'esistenza» come conseguenza, rispettivamente, della plutocrazia e della dittatura comunista. Proprio questo intendeva infatti Mussolini quando affermava «Noi siamo contro la vita comoda», nel contesto della cosiddetta battaglia contro quel «comfortismo» da cui derivavano l'attaccamento alla ricchezza come valore supremo e l'egoismo individualista.
Tra la propaganda di demonizzazione del nemico esterno e quella mirante a screditare il nemico interno i punti di contatto erano molteplici. Durante la prima guerra mondiale un efficace strumento per alimentare l'odio antisocialista divenne persino l'eugenetica, dal momento che si riteneva che l'abuso di alcool e la diffusione della sifilide tra le classi operaie fossero le naturali conseguenze di una progressiva degenerazione biologica. Di contro, il PSI ribatteva che la guerra borghese avrebbe provocato un abbrutimento generalizzato del proletariato, costretto a rinunciare ai tradizionali vincoli di solidarietà di classe senza alcuna possibilità di far valere le proprie ragioni. E quando, al termine del conflitto, apparve all'orizzonte la minaccia del fascismo, divenne pressoché automatico attribuire a quest'ultimo – in ideale continuità con la propaganda precedente – il ruolo di braccio armato della borghesia, che avrebbe scatenato sul popolo un'aggressività paragonabile a quella di un'epidemia. Da allora al movimento mussoliniano fu sempre accostata l'immagine della morte.
La dittatura fascista, ad ogni modo, fu l'abile regista di una propaganda che radicalizzò ulteriormente la tendenza ad evidenziare la bestialità dell'avversario, sia che esso fosse il bolscevico, l'ebreo o il plutocrate. Terminato il secondo conflitto mondiale, lo sgomento provato di fronte alla scoperta dei campi di sterminio nazisti rese improponibile, nell'ambito della comunicazione politica, qualunque richiamo alla razza. Nondimeno, lo scontro ideologico continuò ad essere concepito come un'aspra lotta contro il nemico interno, che venne riproposto nelle sembianze, da un lato, della morte che divorava i paesi soggetti al comunismo, dall'altro, del guerrafondaio al soldo degli americani.
L'aspetto senza dubbio più significativo della propaganda dell'Italia repubblicana è dunque la sopravvivenza del linguaggio aggressivo tipico del periodo dei due conflitti mondiali e della dittatura. Forse fu l'assuefazione, dopo vent'anni di regime, alla violenza a mantenere vivo l'odio ideologico; ma, a ben vedere, decisiva si rivelò la mancata volontà di interrogarsi sulle ragioni che avevano spianato la strada all'avvento del fascismo, al punto che rinnegare il passato – e soprattutto le responsabilità personali e collettive connesse con esso – parve a tutti la più comoda delle soluzioni.  
La democrazia italiana fu dunque istituita da formazioni politiche il cui habitus mentale – sottolinea Ventrone – era «fatto di comportamenti e di atteggiamenti non coerenti con un sistema [...] pluralistico». Ovviamente, in un tale contesto, la guerra fredda non poteva far altro che soffiare sul fuoco delle contrapposizioni dottrinarie, perpetuando un modo di comunicare in politica incentrato più sulle carenze (per usare un eufemismo) dell'avversario che non sulle proposte e sui programmi. Ciò ha fatto sì, prosegue Ventrone, che l'ingrediente fondamentale della propaganda sia tuttora la sua «componente "persecutiva"», in base alla quale la preoccupazione principale dev'essere quella di presentare i vantaggi connessi con una determinata scelta politica essenzialmente attraverso la raffigurazione del «pericolo rappresentato dalla presenza del nemico, del negativo da cui difendersi».
I due manifesti del 1948 qui accanto riportati hanno quindi in comune un aspetto fondamentale: chiedono entrambi – in un caso esplicitamente – un voto contro. Contro la mortale minaccia sovietica si invitavano gli elettori a votare DC; contro «i provocatori di guerre, i venduti allo straniero» – ma anche contro un De Gasperi «cecchino di Truman», raffigurato con l'elmo chiodato tipico del "barbaro" esercito germanico – si chiedeva di votare per il Fronte popolare. Lo scontro pareva di natura religiosa, oltre che politica. Del resto, come scrisse la «Civiltà Cattolica» il 18 aprile 1953, la dialettica tra opposte fazioni era in realtà una «battaglia [...] fra Cristo e Barabba». In quest'ottica si mantenne altresì forte, grosso modo fino agli anni Settanta, il timore di un ritorno al passato dittatoriale, espresso dalle forze di sinistra attraverso lo strumentale accostamento di fascismo e DC e da quest'ultima con la teoria dei cosiddetti «opposti estremismi», in base alla quale il partito di ispirazione cattolica rappresentava l'unico baluardo contro il duplice pericolo nero e rosso.
Come si vede, la continuità tra fascismo e post-fascismo, piuttosto evidente a livello iconografico, non può stupire più di tanto tenuto conto delle premesse. Al riguardo, oltre a quanto già rilevato, va detto anche che tanto la DC quanto il PCI ereditarono dal movimento mussoliniano l'ossessione per la difesa della coesione sociale e la morigeratezza dei costumi, che si credevano minacciate rispettivamente dal materialismo marxista e dall'individualismo di derivazione capitalista.
Sia chiaro, una visione di questo tipo non implica necessariamente il rifiuto aprioristico di qualsiasi forma di dialogo tra diverse fazioni: basterebbe la comune intesa in funzione antifascista che è all'origine della Costituzione a dare prova della presenza, accanto ai laceranti motivi di divisione, di significativi punti di contatto tra le forze politiche del dopoguerra, le quali hanno peraltro trovato un inaspettato elemento aggregatore nel crescente benessere di una società italiana sempre più omologata da processi consumistici e di secolarizzazione. Tuttavia è innegabile che la delegittimazione dell'avversario costituisca tuttora una componente essenziale – e preoccupante – della dialettica tra partiti. Pur tenendo conto di alcune importanti novità – come la trasformazione della propaganda in persuasione parapubblicitaria, l'accentuata valorizzazione delle qualità personali dei leader, il passaggio dalla mobilitazione per fini collettivi al cosiddetto voto d'opinione –, pare infatti evidente che il virus della demonizzazione del nemico interno non possa ancora dirsi smaltito. Caduta la DC (e non è certo una coincidenza che essa sia crollata proprio dopo lo scioglimento del PCI), la «discesa in campo» di Silvio Berlusconi nel 1994 ha riportato la comunicazione politica sul familiare terreno dell'invettiva. Forza Italia si presentò infatti allora come un partito sorto in difesa della libertà continuamente minacciata dai comunisti, dalla magistratura, dalla cultura e, paradossalmente, dalla stessa politica; di contro, da vent'anni le forze di sinistra si ergono a baluardo in difesa della democrazia che – sostengono – è in pericolo per il solo fatto che Berlusconi esiste. Possibile che l'italiano del 2013 debba ancora convivere con l'incubo del nemico dentro casa?

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