martedì 11 novembre 2014

L’attacco alla Russia del 1941 e i controversi rapporti tra Hitler e Stalin

(articolo apparso su Prima Pagina del 9 novembre 2014)

L’opinione corrente relativa all’attacco nazista all’Unione Sovietica del 22 giugno 1941 è che i russi furono colti completamente di sorpresa, dal momento che la decisione di Hitler di far marciare le sue truppe verso est rappresentava una clamorosa sconfessione degli accordi stipulati appena due anni prima e passati alla storia come patto Molotov-Ribbentrop. Innegabilmente c’è del vero in tutto questo, ma – secondo l’opinione dello storico americano John Lukacs, espressa nel volume 22 giugno 1941. L’attacco alla Russia, Corbaccio 2008 – i termini della questione vanno resi meno ambigui: chi fu colto di sorpresa fu essenzialmente Stalin, che di proposito ignorò tutti i segnali – che pure furono portati alla sua conoscenza – che lasciavano chiaramente intendere che la Germania stesse preparandosi per una guerra contro l’URSS.
Ambasciatori ed influenti uomini di governo di Inghilterra e Stati Uniti, ma anche membri dell’intelligence e della polizia politica sovietica, fecero il possibile per convincere il dittatore georgiano che di Hitler non c’era da fidarsi, facendogli peraltro notare l’ammassarsi minaccioso delle truppe del Reich in territorio polacco. Fino all’ultimo, però, Stalin non dette loro credito: la Germania era un paese alleato, ribatteva, e non sarebbe certo venuta meno agli accordi stipulati. La sua fiducia in Hitler, in altre parole, era totale, al punto che ancora il 17 giugno (cinque giorni prima dell’invasione), quando il commissario della sicurezza di Stato Merkulov depositò sulla sua scrivania un rapporto in cui si diceva che l’attacco tedesco sarebbe stato sferrato «da un momento all’altro», Stalin reagì con stizza, mandando letteralmente «a farsi fottere» la fonte di Merkulov, la quale altro non era – con tutta evidenza, dal suo punto di vista – che un «disinformatore».
Secondo Lukacs, la miopia di Stalin ha dell’incredibile: «Solo qualche settimana prima di giugno, le commissioni di confine congiunte tedesco-sovietiche avevano ispezionato e segnato le linee esatte di demarcazione, in particolare dove la frontiera non coincideva con un fiume. Attraverso le piatte, verdi e malinconiche pianure polacche era impossibile nascondere o anche solo confondere ciò che stava accadendo dalla parte tedesca, cioè la concentrazione di masse enormi di uomini e di migliaia di macchine belliche. Inoltre, come avviene a ogni confine, per quanto sorvegliato, c’era sempre un piccolo rivolo di uomini e donne che, per i più diversi scopi, lo superavano di nascosto; e tra questi non pochi erano le spie e i sabotatori». Significativamente, nei primi mesi del 1941 le incursioni clandestine in territorio sovietico si moltiplicarono, per non parlare dei frequenti sconfinamenti aerei. Ma Stalin non volle sentire ragioni: fino alla fine, le sue direttive furono di «non aprire il fuoco».
Un simile comportamento è difficilmente spiegabile se non si tiene conto di una questione fondamentale: ovvero che tra le ragioni che determinarono la guerra tra Germania e URSS, l’ideologia ebbe un ruolo secondario. Contrariamente a quanto più volte è stato detto e scritto, Hitler non attaccò Stalin poiché riteneva inevitabile una prova di forza per annientare il bolscevismo, ma, al contrario, diede l’ordine di varcare la frontiera sovietica essenzialmente per motivi strategici, legati agli obiettivi di lunga durata che si era prefisso all’inizio della Seconda guerra mondiale. Per il dittatore del Reich, infatti, tutto era subordinato alla politica: egli si accordò con Stalin finché ritenne opportuno servirsi dell’appoggio dei sovietici (con i quali progettò di smembrare la Polonia e l’Europa nord-orientale, opportunamente divisa in due «sfere d’influenza»), salvo poi cambiare drasticamente rotta quando si persuase che annientare l’URSS fosse il solo modo per costringere l’Inghilterra alla resa.
Scrivendo a Mussolini per informarlo dell’invasione della Russia, Hitler fu piuttosto esplicito riguardo ai suoi obiettivi militari: «[Le speranze dell’Inghilterra] si basano unicamente sul presupposto: Russia e America. Non abbiamo alcuna possibilità di eliminare l’America. Ma è sicuramente in nostro potere eliminare la Russia». Il Fuhrer riteneva pertanto – e le sue argomentazioni paiono in effetti convincenti – che Churchill e Roosevelt si sarebbero trovati con le mani legate in caso di annientamento dell’URSS, giacché una Germania in armi padrona incontrastata del vecchio continente sarebbe stata pressoché inattaccabile dalle forze angloamericane. L’anticomunismo, in sostanza, non c’entrava nulla, o meglio: fu tirato in ballo per giustificare un gesto di per sé inspiegabile, ma va detto – sottolinea Lukacs – che tra le motivazioni che spinsero Hitler a dare il via all’operazione Barbarossa l’ideologia occupava un posto del tutto secondario.
Hitler giocò in sostanza una doppia partita a braccio di ferro. Una contro Francia e Gran Bretagna, interessate a trovare un’intesa antitedesca con l’URSS e altresì convinte che nazismo e bolscevismo non potessero in alcun modo sottoscrivere un accordo; l’altra con lo stesso Stalin, prima attratto nell’orbita germanica, poi pugnalato alle spalle. Il Fuhrer del resto era sicuro che l’Unione Sovietica non sarebbe mai scesa a patti con le potenze capitaliste occidentali, tanto più che i rapporti (anche commerciali) con la Russia erano buoni. Quanto a Stalin, va sottolineato che egli aveva un’alta considerazione del popolo tedesco (il nome stesso che adottò deriva dalla traslitterazione russa della parola stahl, in tedesco acciaio) e ammirava Hitler, di cui subiva il fascino e ammirava la risolutezza.
A parere di Lukacs non deve pertanto stupire la lentezza di riflessi del dittatore georgiano. Egli si sentiva forte del patto di non aggressione stipulato nel 1939 ed era propenso – per cultura ed educazione – a diffidare assai più delle democrazie occidentali che dell’autorevole Fuhrer della potente Germania nazista. Per questo aveva ignorato tutte le avvisaglie di guerra (e l’aspetto curioso della vicenda è che Hitler non fece poi granché per tenere segreti i preparativi dell’invasione), bollandole come subdoli tentativi di destabilizzare il governo sovietico; e per questo, anche dopo il 22 giugno, persistette nell’illusione che un accordo con i tedeschi fosse ancora possibile.
Chi seppe davvero intuire la potenziale portata dei tentennamenti di Stalin fu Churchill, il quale – precisa Lukacs – sapeva perfettamente che senza i russi gli Alleati non avrebbero mai potuto sconfiggere Hitler. Scrive infatti lo storico americano: «Il timore che Stalin potesse ancora concludere un patto con Hitler ossessionò Churchill fin quasi alla fine della guerra, e questo spiega molti degli infelici compromessi e delle concessioni che sempre gli accordò, e spiega anche l’esagerata formulazione di certe sue lodi a Stalin. (Non erano né basate sul calcolo, né completamente insincere, ma Churchill si decise a vedere in Stalin uno statista e un grande leader militare)».
Anche Hitler – il che è quantomeno singolare – condivideva queste opinioni: se infatti si decise ad attaccare Stalin e il suo impero, fu poiché ritenne che quella fosse l’unica mossa strategica praticabile per colpire al cuore il suo vero, mortale nemico: la Gran Bretagna. Il generale Franz Halder scrisse infatti sul suo diario che il 22 agosto 1941, in occasione di un colloquio, il Fuhrer precisò che il suo scopo era «eliminare definitivamente la Russia come alleata dell’Inghilterra sul continente e pertanto togliere all’Inghilterra qualsiasi speranza di un mutamento nella propria sorte». Concetto, quest’ultimo, ribadito ancora il successivo 28 ottobre in uno scambio di opinioni con l’ammiraglio Kurt Fricke: «La caduta di Mosca potrebbe addirittura costringere l’Inghilterra a firmare immediatamente la pace».
Ciò che Hitler sottovalutò fu, tuttavia, la capacità di resistenza degli inglesi e dei sovietici, che seppero incassare atroci sconfitte prima di lanciarsi, uniti in un’alleanza antinazista inizialmente non prevista dal Fuhrer, al decisivo contrattacco. Churchill e Stalin, di certo, non si amavano: ma Hitler, divenuto suprema minaccia per la stabilità europea e per la stessa sopravvivenza di URSS e Inghilterra come grandi potenze, riuscì con la sua aggressività ad avvicinarli, ancor prima del risolutivo intervento americano nel conflitto. Lo statista inglese, del resto, già alla vigilia del 22 giugno era stato piuttosto esplicito al riguardo: come riferì il suo segretario Jock Colville, egli affermò che se Hitler avesse invaso l’inferno, lui, almeno per una volta, avrebbe parlato bene del diavolo.  

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Il manuale di storia nelle scuole e il falso mito dello studio oggettivo del passato

(articolo apparso su Prima Pagina del 4 novembre 2014)

Per prima cosa, è necessario essere franchi: il manuale di storia non è un testo come un altro. Troppe aspettative, troppe polemiche – più o meno strumentali – lo pongono continuamente sotto i riflettori, al punto che è diventato quasi impossibile farne oggetto di una discussione che sia scevra di preconcetti influenzati dal mondo dell’attualità politica. Il punto, infatti, è che il manuale di storia, essendo nella stragrande maggioranza dei casi – ahimè – il solo libro riguardante il passato letto dall’italiano medio, non è percepito solo come uno strumento di lavoro, bensì, soprattutto, come un mezzo per un fine: quello dell’educazione dei giovani.
L’idea che sta alla base di questa visione è ovvia: i ragazzi studiano su un libro che ha il potere (quasi taumaturgico, verrebbe da dire) di influenzarli. Il modo in cui viene letto il passato, in altre parole, consente di programmare il futuro sulla base di un investimento educativo che deve essere il più accurato possibile. Nessuna tolleranza, dunque, per i manuali “faziosi”, giacché la storia deve essere raccontata in modo oggettivo ed imparziale. Ma un’aspettativa del genere ha senso? È realmente possibile eliminare la faziosità? E poi, soprattutto, cos’è la faziosità? Da cosa dipende?
Per rispondere, occorre sfatare un mito diffusissimo, e precisare che il manuale di storia oggettivamente perfetto non esiste. Il che ha senso solo a patto di fare chiarezza su un aspetto fondamentale: ovvero che la storia (intendendo con questo termine il fare storia, non certo, in assoluto, il passato, giacché non tutto ciò che è passato è storia) non è una lineare concatenazione di eventi certificabili, bensì una continua interpretazione degli stessi. Se si accetta questa premessa, risulta evidente che ogni libro di storia rispecchia necessariamente la soggettività del suo autore, essendo peraltro ovvio – va da sé – che se la storia fosse semplicemente un elenco di fatti e date non ci sarebbe più nemmeno bisogno degli storici.
Dunque la storia è interpretazione, a tutti i livelli. Anche quando si stabilisce cosa ricordare e cosa tralasciare, di fatto, si interpreta il passato, stabilendo che un dato avvenimento è degno di nota e merita di essere tramandato. Qualsiasi fatto, perciò, può entrare di diritto nella storia, a condizione che uno storico reputi utile (per le più diverse ragioni – e qui entra in gioco la soggettività) trasmetterlo ai suoi lettori. Ma questo – si dirà – cosa c’entra con la faziosità? C’entra poiché molti, specie nel mondo della politica, sono convinti che il manuale debba attenersi ai “fatti” (altro falso ma suadente mito) e risparmiare agli studenti (manco fossero creature indifese, incapaci di maturare convinzioni che non siano il prodotto di una “manipolazione”) le interpretazioni, veicolo di faziosità. Il che è un’assurdità, dal momento che il manuale non potrà mai essere quello che un libro di storia, per sua stessa natura, non è, ovvero un racconto compilato – per dirla con Edward Hallett Carr – mettendo insieme i fatti «come i pesci sul banco del pescivendolo».
La pretesa oggettività dei manuali (oltre ad avere un significativo precedente nel sussidiario unico per la scuola elementare introdotto nel 1930 dal regime fascista, sulla base – ha scritto Piergiovanni Genovesi – dell’«aspettativa che esso  dovesse essere un contenitore di verità assolute») non è altro, perciò, che un falso e pretestuoso problema. Il che non significa che tutti i manuali siano ben scritti e che ogni interpretazione del passato sia condivisibile. Esistono manuali e manuali, alcuni pregevoli, altri decisamente scadenti. Tuttavia, pensare che un manuale, per essere soddisfacente, debba avvicinarsi quanto più possibile a un elenco asettico di nozioni incontestabili è una stupidaggine, resa purtroppo credibile da una classe dirigente miope ed in gran parte pressoché completamente digiuna di studi storici.
Ad ogni modo, negli ultimi anni abbiamo assistito a diverse iniziative – tutte risoltesi, alla fine, in un nulla di fatto – volte a screditare i metodi di insegnamento della storia nelle scuole. Riassumendo, nel 2000 il Consiglio Regionale del Lazio delibera l’istituzione di una commissione di esperti per esprimere una valutazione sui manuali più diffusi nelle scuole; nel 2002 – a partire dalla considerazione che «nelle scuole di ogni ordine e grado l’insegnamento della storia [...] deve svolgersi attraverso l’utilizzo di testi di assoluto valore scientifico che tengano conto in modo obiettivo di tutte le correnti culturali e di pensiero, per un confronto democratico e liberale che assicuri un corretto apprendimento del passato» – viene presentata una proposta di legge per sollecitare il Governo affinché intervenga per risolvere l’annosa questione della faziosità dei manuali; nel 2011, infine, si giunge alla richiesta di istituire una Commissione parlamentare per affrontare il problema «dell’idea gramsciana» che costituirebbe il fondamento dell’insegnamento della storia nella scuola.
Sotto accusa è finita, in particolare, la cosiddetta egemonia culturale della sinistra, responsabile – a detta dei promotori delle iniziative sopra ricordate, tutti appartenenti a formazioni politiche di centro-destra – dell’indottrinamento ideologico di cui sarebbero vittime gli studenti italiani. Ma va detto che l’intero mondo accademico, compresi diversi storici non catalogabili come “di sinistra”, ha preso le distanze dalla polemica sui manuali, rivendicando, non senza un certo risentimento, l’autonomia della storiografia, la quale non può essere soggetta ai dettami di una Commissione parlamentare. Tra i vari pareri espressi dagli storici, forzatamente chiamati in causa, merita di essere citato quello di Franco Cardini: «I nostri amici politici, tranne rare eccezioni, non conoscono il mestiere dello storico e hanno una visione ingenua della storia. Pensano che sia una scienza pura. Ma non è così. Non lo è nemmeno per la fisica e la chimica. La scienza è dinamica per sua natura, si mette in discussione costantemente. La verità assoluta si trova in altre espressioni dello spirito umano, per esempio la teologia».
Il manuale, in sostanza, non può essere un Vangelo. Ed è altresì assurdo pretendere che esso – sul modello dei moderni talk-show – rispetti i parametri della par condicio, come se le interpretazioni potessero bilanciarsi per non arrecare troppo disturbo ad una determinata parte politica. Piuttosto occorre domandarsi cosa è lecito aspettarsi da un manuale di storia; e avere l’intelligenza di rispondere che esso rappresenta uno strumento (tra i tanti disponibili) e non un mezzo. Il che, si badi, non significa affatto che un manuale non possa essere criticato: tutto al mondo è perfettibile, e in questo senso l’insegnamento della storia non fa certo eccezione. Tuttavia, è necessario sgombrare il campo da equivoci: i difetti più ricorrenti riscontrabili nei manuali scolastici sono legati più che altro alla loro stringatezza. È l’estremo bisogno di sintesi – di cui sembra soffrire un po’ tutta la nostra società, che va sempre di fretta ed è assillata da una sorta di implicito diktat che le impone di non sottrarre troppo tempo alle attività cosiddette produttive – il primo responsabile della trascuratezza con cui diversi manuali affrontano molte delicate questioni riguardanti il nostro passato. Detto altrimenti, il vero problema è che si studia e si legge troppo poco, e il manuale, da utile strumento qual era e dovrebbe essere, viene investito della pesante responsabilità di essere diventato l’unico strumento a disposizione degli studenti.
La scuola dovrebbe favorire l’approfondimento, stimolare il ragionamento, moltiplicare – e non ridurre al minimo – le letture obbligatorie. Solo così facendo le lacune del manuale (in parte inevitabili, giacché esso – anche se non nelle misure attuali – deve necessariamente attenersi ad un minimo di sinteticità) possono essere colmate e risultare innocue. In sostanza, pretendere di risolvere i problemi legati all’insegnamento della storia nelle scuole con la sola revisione dei manuali non ha alcun senso, oltre ad essere un modo indiretto (ma proprio per questo fastidioso) per dichiarare la più assoluta sfiducia nelle capacità di analisi degli studenti.
Migliorare i manuali, pertanto, è possibile ma, al contempo, inutile se non si va oltre il mito della didattica da libro unico. Al riguardo, e in conclusione rispetto a quanto detto finora, è senza dubbio degna di nota la riflessione di un docente di Storia contemporanea, Piergiovanni Genovesi: «Il confronto tra posizioni e giudizi divergenti può e deve essere compiuto, ma ciò non elimina la responsabilità soggettiva di offrire un quadro interpretativo preciso, coerente, ed anche perfettibile: esso può infatti essere oggetto di rielaborazione, ma ciò deve avvenire su sollecitazioni interne al dibattito storiografico, non certo perché sgradito ad una qualsivoglia parte politica o per volontà di una Commissione di natura politica. Solo in questo modo lo studio della storia può difendere e sviluppare la propria valenza educativa, che s’incentra sulla sua capacità di essere una palestra per le capacità critiche dell’individuo».

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La storia sempre “contro” dei giornalisti e l’ossessione tipicamente italiana per i complotti

(articolo apparso su Prima Pagina del 25 ottobre 2014)

Da diversi anni, ormai, è in corso una singolare contrapposizione tra gli storici di professione (ovvero i professori universitari) e i giornalisti prestati alla storiografia. I primi – va da sé – si comportano con i secondi come farebbe un fratello maggiore nei confronti del minore: sono costantemente preoccupati, cioè, che non facciano troppo di testa loro e che seguano i consigli di chi con la storia si guadagna il pane. Quanto ai giornalisti, invece, essi hanno spesso la presunzione di voler scrivere una storia “contro”, inedita, che i professori – non è dato sapere per quale ragione – avrebbero interesse a tenere segreta, come a voler celare una verità scomoda e imbarazzante. Si tratta di una prassi oramai consolidata, ben messa in luce da Mario Isnenghi (docente di Storia contemporanea): «Nei meccanismi dissociativi di oggi, così nei confronti del Risorgimento come dell’antifascismo e della Resistenza, è d’uso stigmatizzare “storie ufficiali” e “vulgate” che, a rigore, non serve neppure tratteggiare: basta battezzarle così per liquidarle».
In questo, ci sentiamo di concordare con Isnenghi. Non è affatto vero che nelle aule universitarie la storia si insegna male, o meglio: non è vero che si insegna male dappertutto, che i professori al giorno d’oggi non valgono niente, che le cosiddette verità scomode vengono taciute, e così via. Esistono docenti preparati, disponibili e – cosa più importante – tutt’altro che ottusi, politicamente parlando. Anzi, oggi più di ieri – dopo la fine di quella che Pietro Scoppola definì «repubblica dei partiti» – è possibile parlare liberamente in aula, senza timore che un commento un po’ stonato (revisionista?) venga censurato o, peggio, procuri insulti o alzate di mani. Poi è ovvio: ci sono professori e professori. Come in ogni categoria, c’è il più bravo e il meno bravo; ma sostenere che i libri di storia (quelli scritti da professionisti) siano tutti scadenti e reticenti è una stupidaggine.
Piuttosto, c’è da chiedersi se i contributi storiografici firmati da giornalisti o non addetti ai lavori siano sempre attendibili, rigorosi e fondati su una scrupolosa ricerca documentaria. Anche qui è sbagliato fare di tutte le erbe un fascio. Esistono “dilettanti” che danno alle stampe volumi pregevoli e, al contrario, autori di autentica spazzatura. E, va detto, in questa categoria, i primi sono molto meno numerosi dei secondi, se non altro per una ragione del tutto ovvia: se cerchiamo un bravo storico, è più facile che lo troviamo tra chi si occupa del passato a tempo pieno, così come accade per qualsiasi altro mestiere. Se infatti ho bisogno, per esempio, di un falegname, mi rivolgo preferibilmente a un professionista o a uno che intaglia il legno per hobby? Spesso e volentieri, quindi, un libro senza note, magari con un titolo a sensazione e scritto da un semplice appassionato che nella vita non ha mai varcato la soglia di un archivio, si rivela essere nient’altro che una congerie di banalità e imprecisioni.
C’è, infine, un ultimo mito da sfatare. Non è vero che la cosiddetta “storia ufficiale” sia impossibilitata – per fantomatiche questioni di casta, per servilismo, per opportunismo – ad affrontare determinati argomenti “tabù”. Queste sono solo leggende diffuse ad arte da chi, come certi dilettanti, cerca una scorciatoia per affermarsi in quello stesso mondo che apertamente denigra. Possibile, infatti, come ha giustamente rilevato Giovanni De Luna (docente di Storia contemporanea), che la storia dei quotidiani sia sempre «nuova» e in grado di fare emergere retroscena loschi e poco indagati? È veramente credibile che i docenti (soprattutto, per ovvi motivi, quelli di storia contemporanea) ordiscano complotti per occultare dinamiche e processi storici potenzialmente pericolosi per il mondo della politica? Per un mondo, poi, che quando esce un libro, firmato da un giornalista, stracolmo di accuse alla casta (collusione con la mafia, corruzione, leggi ad personam, vitalizi esorbitanti, e via dicendo) opta sempre per un imbarazzato silenzio, come se l’opinione pubblica non fosse cosa di cui curarsi. Davvero, cioè, possiamo e vogliamo credere che il passato sia chiuso a chiave, tenuto al sicuro lontano dalle destabilizzanti penne degli storici di professione, e, invece, il presente sia libero e accessibile a chiunque voglia parlar male del politico di turno? Che – per esempio – il Risorgimento o la Resistenza siano ancora un campo minato, in un tempo nel quale infangare l’intero Parlamento sembra essere diventato il primo sport nazionale?
Siamo seri, su. Anche perché i libri di storia, scritti da storici, esistono, e a decine. Quali sarebbero, poi, questi argomenti tabù? Stando a quanto si legge oggigiorno, il Risorgimento, la guerra civile e la guerra fredda (ma non solo, ovviamente) sarebbero da riscrivere. Ma è davvero così? O forse fa comodo credere che sia così, magari per vendere un certo tipo di storia secondo le esigenze della politica? È bene sapere, infatti, che gli storici di professione non costituiscono un blocco omogeneo: anche tra loro c’è chi la pensa bianco e chi nero. Come tutti, si confrontano, si scontrano e discutono. Talvolta persino litigano!
Il punto è che nel nostro paese viviamo ormai con l’assillo del complotto. Forse proprio perché nessuno si fida più della politica e, soprattutto, dei suoi interpreti (in certi casi francamente indifendibili), siamo tutti un po’ propensi a dubitare, per partito preso, di tutto ciò che è bollato come istituzionale, o come “ufficiale”, nel caso della ricerca storica. Ed ecco quindi che prendono piede alcune interpretazioni maliziose, costantemente alla ricerca – ha scritto Angelo d’Orsi (docente di Storia del pensiero politico) – «del sensazionale, o ancora meglio del maleodorante, del putrescente»; le quali, quando non si fondano su fatti e avvenimenti inventati di sana pianta, giungono a conclusioni maliziose e, soprattutto, incuranti del pericolo più insidioso che minaccia ogni studioso (serio) del passato: l’anacronismo. Quando infatti si vuole fare un uso strumentale della storia (o anche, più banalmente, quando non si presta la dovuta attenzione), una tecnica efficace è quella di giudicare i fatti di ieri con le categorie mentali dell’oggi. Ad esempio: avrebbe senso infierire sulla figura di Arthur Schopenhauer, accusandolo di essere stato un uomo ottuso semplicemente perché – come moltissimi uomini del suo tempo – non stimava granché le donne dal punto di vista intellettuale? Chiaro che sarebbe fuori luogo, giacché applicheremmo al XIX secolo un giudizio che si adatterebbe ad un ipotetico Schopenhauer del 2014.
Altro esempio, per il quale riportiamo le acute osservazioni di Mario Isnenghi a proposito dei plebisciti risorgimentali: «C’è un abisso – certo – fra la parola d’ordine mazziniana del suffragio universale per eleggere nel 1849 un’Assemblea Costituente che avrebbe dovuto scegliere la forma istituzionale dello Stato, e quello che è veramente avvenuto: i plebisciti unanimisti, senza una effettiva alternativa, e quelle cifre imbarazzanti. Nessuna riserva, da parte mia, nell’apprezzare moralmente quei pochissimi che ebbero il fegato di dire “no” [...]. Ma anche nessuna esitazione a riconoscere comunque in quei plebisciti l’espressione – sfigurata – di un grande principio radicalmente innovativo: un uomo, un voto. E tu non puoi – erede esplicito o tacito dei Borboni, del granduca, del papa-re o della Serenissima – irridere alle modalità operative dei plebisciti perché probabilmente in quelle votazioni ci sono stati dei brogli, omettendo che era proprio il voto, il principio stesso di chiamare tutto il popolo a votare, a costituire il motivo di scandalo all’epoca e la discriminante tra il vecchio e il nuovo».
A ben vedere, quindi, il vero problema non riguarda i libri di storia in quanto tali, ma la loro diffusione e l’uso che ne viene fatto. Gli storici di professione hanno versato fiumi d’inchiostro per spiegare dinamiche ed avvenimenti: se esistono zone d’ombra, esse sono casomai dovute a carenze, non a complotti. Ciò che manca davvero, in Italia, è la volontà di documentarsi sul passato, cioè, detto banalmente, la voglia di leggere la storia, quella scritta da chi (docente, giornalista o appassionato che sia) il passato cerca di prenderlo sul serio. Certo, un ostacolo ingombrante c’è, eccome se c’è: ed è l’oggettiva complessità dei libri di storia, spesso ostici per il lettore sprovvisto degli strumenti necessari per orientarsi nell’universo della saggistica. Ma un conto è affermare che un volume dato alle stampe da un docente universitario rimarrà sempre un prodotto d’elite; altra cosa è rassegnarsi ad affidare la divulgazione – che pure è indispensabile – a pennivendoli che non si fanno scrupoli a manipolare il passato per convenienze di parte. Parlare chiaro – come pretendono di fare certi autori allergici alle note a piè di pagina – non offre alcuna garanzia (anzi: c’è da essere sospettosi!) sulla qualità del prodotto che si ha tra le mani.
Occorre pertanto fare chiarezza su cosa ci si aspetta dalla storia, poiché è evidente che se la si studia con secondi fini allora qualsiasi manipolazione diventa possibile. Un dato, però, è certo: in Italia non abbiamo bisogno di scrivere in continuazione nuovi volumi infarciti di presunte clamorose rivelazioni; casomai, dovremmo sforzarci di leggere e diffondere i libri, seri, che già esistono. Solo in quest’ottica, infatti, è possibile interrogarsi sull’esistenza di vulgate e chiedersi come mai alcuni argomenti sono più conosciuti di altri. Per quale motivo, per esempio, i manuali scolastici trascurano alcune vicende? Perché a scuola si leggono più o meno sempre gli stessi libri? Per quale ragione alcune giornate della memoria sono sempre in prima pagina, mentre altre non fanno notizia? Queste sono le domande da porre. Il resto è un finto e pretestuoso problema.

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mercoledì 22 ottobre 2014

«Garibaldi in camicia nera»: la strumentalizzazione di un mito dalla marcia su Roma a Salò

(articolo apparso su Prima Pagina del 19 ottobre 2014)

Fino a non molti anni fa, Garibaldi incarnava un mito trasversale. Praticamente tutte le forze politiche, dalla morte dell’Eroe dei due mondi (avvenuta nel 1882) al consolidamento della Repubblica italiana, si sono contese il diritto di presentarsi come eredi del messaggio garibaldino, ciascuna privilegiando, di volta in volta, specifiche peculiarità dell’icona del Nizzardo. Garibaldi, in altre parole, è stato a lungo l’eroe di tutti: emblema di un’Italia “contro”, ribelle generoso e impavido, ma anche – come è stato scritto – «rivoluzionario disciplinato», capace di mettere da parte convinzioni e sentimenti per lealtà nei confronti di re Vittorio. Da un lato il Generale avventuriero, che presta la spada al servizio di popoli smaniosi di conquistare l’indipendenza; dall’altra il Garibaldi di Teano e dell’Obbedisco.
Tutti possono dunque attingere alla figura mitica di Garibaldi: i socialisti e le forze di sinistra hanno privilegiato l’anticlericalismo e l’istinto ribelle dell’Esule di Caprera, per definizione incompreso e sfruttato dai poteri forti; i cattolici e i liberali hanno posto l’accento sul senso del dovere e sul patriottismo del Nizzardo; persino chi oggi denigra apertamente il Generale (si pensi alla Lega Nord e alla sua campagna diffamatoria tesa a far emergere l’opportunismo di un uomo considerato meschino, rozzo e corrotto) è costretto a fare i conti con un’icona che, piaccia o no, è divenuta negli anni un simbolo universale di italianità. Esiste però, storicamente, un altro Garibaldi, oramai poco noto e forse un po’ ingombrante: si tratta del «Garibaldi in camicia nera» – come lo definisce Elena Pala nel suo ultimo, recente libro (Mursia 2011) –, simbolo dell’ideale passaggio di consegne tra le camicie rosse del Generale e i nuovi italiani di Mussolini, i quali con la marcia su Roma portano a compimento il lungo processo risorgimentale.
Il Garibaldi fascista non ha però, a sua volta, un unico volto. C’è infatti il Garibaldi del Ventennio, che rispecchia sostanzialmente l’immagine del rivoluzionario disciplinato: un eroe – sottolinea la Pala – «governativo, monarchico, leale con le istituzioni e con l’ordine costituito». E poi, dopo l’8 settembre e la risurrezione repubblicana del fascismo di Salò, c’è il Garibaldi «eroe dell’onore», che simboleggia il supremo sacrificio per un ideale, non importa se destinato alla sconfitta.
Il Garibaldi – potremmo definirlo istituzionale – del regime mussoliniano negli anni del consenso incarna pertanto, essenzialmente, i valori della disciplina e dell’obbedienza. L’esaltazione da parte fascista della figura del Generale è funzionale alla legittimazione del regime quale unico erede del Risorgimento: in sostanza, fatta l’unità d’Italia grazie al decisivo apporto dell’Eroe dei due mondi, è al fascismo che spetta – secondo la volontà del duce – il compito di forgiare l’italiano nuovo, il quale, per l’appunto, nei principi dell’obbedienza e della disciplina (si pensi al celebre motto «Credere, obbedire, combattere») deve riconoscere i cardini della propria fedeltà a Mussolini e al partito unico.
A questo servono, del resto, le celebrazioni garibaldine del 1932 (anno carico di suggestioni, in quanto coincidente con il cinquantenario della morte del Generale e con il decennale della marcia su Roma). Significativamente, Mussolini assume in prima persona la regia delle manifestazioni, che culminano, da un lato, con l’allestimento della mostra garibaldina presso il Palazzo delle Esposizioni a Roma e con la solenne cerimonia di trasposizione della salma di Anita da Genova alla capitale; dall’altro, con l’apertura della mostra della rivoluzione fascista. La scelta della differente tipologia delle celebrazioni – come bene spiega Elena Pala – non è certo affidata al caso: Mussolini intende infatti presentarsi non come un banale emulo dell’Eroe dei due mondi, bensì come colui che ha superato il maestro, portandone a compimento gli insegnamenti. Sottolinea al riguardo Elena Pala: «Laddove Garibaldi è il passato epico da celebrare e ricordare, il Duce è il presente e il futuro da vivere. Questa spinta verso la modernità è già ben rimarcata dal diverso linguaggio artistico utilizzato nel 1932 per l’esposizione garibaldina e, sempre nello stesso anno, in occasione della mostra della Rivoluzione fascista organizzata nel decennale della Marcia su Roma. La prima è impostata secondo canoni espositivi ottocenteschi di maniera. La tradizione garibaldina, appunto perché considerata esangue, è consegnata al suo tempo. Viene per questo musealizzata e celebrata nella mostra attraverso reliquie e cimeli. La seconda esposizione è strutturata, invece, il linea di netta discontinuità con la precedente esperienza. Fa leva su un allestimento audace, aggressivo, di forte impatto sul visitatore che ne risulta fortemente suggestionato e avvinto».
Rispetto a questo Garibaldi, l’eroe mitizzato durante la breve esperienza della Repubblica sociale italiana presenta alcuni tratti di singolare originalità. Se da un lato, infatti, il nuovo regime cerca di recuperare l’immagine consolidata del Generale quale simbolo dell’ideale continuità tra Risorgimento e fascismo, dall’altro la rottura con casa Savoia fa sì che alcune peculiarità del mito garibaldino vengano messe in secondo piano, dal momento che ora sono mutate le esigenze della propaganda. Così – precisa Elena Pala – l’Eroe dei due mondi assume, di fatto, un nuovo volto: «Da leale suddito della monarchia a fiero sostenitore della repubblica. Da condottiero, per destino, votato alla vittoria, a combattente per scelta, mosso solo dall’inderogabile impegno in difesa di una causa nobile. Da dittatore sostenuto dall’intero popolo a indomito comandante di una minoranza eroica».
Il Garibaldi di Salò è, pertanto, essenzialmente un repubblicano che, per il bene dell’Italia, in passato ha saputo mettere da parte le proprie idee per senso del dovere nei confronti della monarchia; ora però che il re ha tradito, egli si erge a supremo difensore della Repubblica, per la quale è disposto a donare, se necessario, la propria vita. Al riguardo, è significativo quanto scrisse il giornale «Brescia Repubblicana» il 2 giugno 1944, in occasione del 62° anniversario della morte del Generale: «Io fui Repubblicano, ma quando seppi che Carlo Alberto s’era fatto Campione d’Italia, io ho giurato di obbedirgli e seguire fedelmente la bandiera. […] Guai a noi se invece di stringerci intorno a quel capo, disperderemo la nostra forza in concetti diversi e inutili, o peggio ancora se incominceremo a spargere tra noi i semi della discordia».
A parlare, attraverso queste righe, è Garibaldi, ma è facile scorgere dietro di lui l’immagine di Mussolini (così come è evidente che il riferimento a Carlo Alberto nasconde un’allusione a Vittorio Emanuele III). Al pari di Garibaldi, infatti, anche il duce – fervente repubblicano, secondo il programma del fascismo delle origini – ha accettato di sottomettersi a casa Savoia, convinto di rendere, così facendo, un servizio all’Italia; tuttavia, di fronte alla fuga ignominiosa del re, il senso del dovere impone a Mussolini di assumere il comando della nuova Repubblica, anche se la situazione è critica, pressoché disperata. «Garibaldi – scrive la Pala – diventa per la Repubblica sociale italiana l’icona dell’eroe che non tentenna e, tanto meno, arretra quando la battaglia volge al peggio. Eroe impersonato da Mussolini, che parimenti non mostra di darsi per vinto, anche se la nazione sta per essere sopraffatta da un fronte nemico sovrastante».
Ecco allora che il Garibaldi di Salò diviene l’eroe dell’onore, il simbolo supremo della lealtà, dello spirito di sacrificio e dell’altruismo, contrapposto alla meschinità dei vili traditori della patria. Il Generale, in altre parole, è per il fascismo repubblicano la personificazione dell’ideale della fedeltà disinteressata, di un ideale che, a causa dell’emergenza bellica, assume una marcata connotazione elitaria. Morire per la patria quando tutti sembrano averla abbandonata è pertanto il destino cui va incontro, consapevolmente, il fascista rimasto fedele al duce dopo l’8 settembre. Di nuovo, Mussolini si presenta come l’erede di Garibaldi, come risulta evidente da questo stralcio, tratto da un articolo del «Corriere della Sera» del 2 giugno 1944, che insiste sul concetto della fedeltà al capo: «Fede. Ecco la sua forza, il segreto del suo fascino, la formula del suo magnetismo. Egli sapeva che la fede è dei pochi, dei puri, dei generosi, laddove quella delle moltitudini è spesso soltanto fanatismo; perciò ebbe sempre intorno un manipolo di eletti, e questi teneva sempre sotto carica, persuaso com’era che la fede trasfusa nell’esempio, applicata all’azione, sublimata dal gesto, fosse la massima generatrice di impulsi pugnaci. Dalla fede, unicamente dalla fede, scaturì quel prodigio che fu la spedizione dei Mille». Allo stesso modo, dalla fede doveva venire la volontà di sacrificarsi per la patria tradita e per il fascismo.

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giovedì 16 ottobre 2014

Foibe: il dramma (poco conosciuto) di migliaia di italiani vittime dei partigiani di Tito

(articolo apparso su Prima Pagina del 12 ottobre 2014)

Si dice il peccato, non il peccatore. Secondo questa consuetudine, non faremo in questa sede il nome del manuale di storia contemporanea consultato, tra i vari disponibili, per verificare la presenza di una clamorosa lacuna: laddove si parla della Seconda guerra mondiale e delle sue drammatiche conseguenze, alla tragedia delle foibe è dedicata una sola misera frase. Il manuale in questione è del 2005, ed è tra i più diffusi nelle università italiane. A proposito di Tito e della guerra di Liberazione condotta dai suoi partigiani, si può leggere solo quanto segue: «Il contrasto fra italiani e slavi – esasperato durante il fascismo dalla dura repressione contro le minoranze etniche condotta dal regime – era riesploso alla fine della guerra, nelle zone occupate dagli jugoslavi, con una serie di sanguinose vendette contro gli italiani, culminate nell’esecuzione di alcune migliaia di persone, gettate nelle foibe (profonde fosse naturali del Carso)».
Il manuale si ferma qui. Non una parola sull’entità di quella che oggi viene spesso definita «pulizia etnica»; non una parola, soprattutto, sulle reali cause che portarono alla morte migliaia di italiani, peraltro riassunte e banalizzate attraverso la sottolineatura di una mera contrapposizione – acuita da vent’anni di fascismo – tra italiani e slavi; non una parola, infine, sulle modalità (atroci) di esecuzione delle vittime. Ma non è tutto. A fine di ogni capitolo, il manuale suggerisce una bibliografia di riferimento per approfondire le tematiche affrontate: una bibliografia, peraltro, in genere piuttosto accurata e ricca di titoli di facile reperibilità. Ebbene: sulle foibe, sul delicato problema del confine italo-slavo, sull’esodo di migliaia di italiani dell’Istria e della Dalmazia, non compare nemmeno un volume.
Certo, un pregio non scontato il manuale comunque ce l’ha: quantomeno, la tragedia delle foibe è citata, seppur in modo incompleto e piuttosto reticente. Ma è un inizio, se si considera che sino a non molti anni fa i libri di scuola non contenevano neppure la parola «foiba». Un esempio, in questo senso, potrebbe essere il comportamento tenuto nel 1999 (quindi oltre 50 anni dopo i fatti in questione) dal sindaco pidiessino di Pisa, il quale rifiutò di intitolare una via della sua città ai martiri delle foibe poiché queste – così disse – erano nient’altro che una «credenza».
Ma passiamo oltre. Cosa sono, di preciso, le foibe, sia dal punto di vista geologico, sia da quello storico? Tra le tante disponibili, una delle definizioni più esaustive ed efficaci è quella di Gianni Oliva (contenuta nel volume Foibe. Le stragi negate degli italiani della Venezia Giulia e dell’Istria, Mondadori 2002): «Dal punto di vista geologico, esse sono un aspetto tipico del paesaggio carsico e indicano le fenditure, profonde anche molte decine di metri, che si aprono sul fondo di una dolina o di una depressione del terreno e che l’erosione millenaria delle acque ha scavato nella spugna della roccia in forme gigantesche e tortuose. Qui, alla fine della Seconda guerra mondiale, sono stati gettati i cadaveri di migliaia di cittadini italiani eliminati per motivi politici dall’esercito di liberazione jugoslavo del maresciallo Tito».
Le ondate repressive che ebbero come epilogo gli infoibamenti di italiani furono sostanzialmente due, e vanno ristrette a due fasi temporali ben precise: le settimane successive all’8 settembre 1943 (quando, in seguito allo sbandamento dell’esercito italiano, le forze titine penetrarono oltre confine) e quelle che seguirono alla fine della guerra, in coincidenza con l’occupazione di Trieste e di parte della Venezia Giulia da parte dei partigiani slavi.
Epicentro della prima ondata fu l’Istria. In seguito all’avanzamento delle formazioni di Tito, il potere venne assunto (fatti salvi i centri strategici di Trieste, Pola e Fiume, prontamente occupati dai tedeschi) dal movimento di Liberazione jugoslavo, che procedette immediatamente ad arrestare decine di italiani (ufficialmente compromessi con il fascismo). «Ben presto però – scrive Raoul Pupo –, il campo delle violenze si allargò fino a coinvolgere le figure più rappresentative delle comunità italiane [...], vittime di una fiammata di furore nazionalista che però non era fine a se stessa, ma funzionale a un disegno politico di distruzione della classe dirigente italiana, che era vista come un ostacolo all’affermazione del nuovo corso politico».
Cosa accadde di preciso a quelle persone fu evidente nel momento in cui i tedeschi rioccuparono con una controffensiva i territori caduti in mano slava. Il velo dell’omertà che aveva tenuto nascosta la sorte di circa un migliaio di potenziali vittime, scomparse nel nulla, venne pian piano dissolto da alcune testimonianze che consentirono di individuare le foibe come luogo di sepoltura di decine di cadaveri. Nel dicembre del 1943 cominciarono le prime operazioni di recupero delle salme, le quali portarono ad un’agghiacciante scoperta: spesso i corpi delle vittime si presentavano legati tra loro e con i polsi serrati dal filo di ferro: per ogni gruppo di infoibati, era frequente che solo il primo cadavere presentasse ferite da arma da fuoco, segno evidente che i partigiani slavi non di rado sparavano solo al primo condannato, in modo che questo con il proprio peso trascinasse nel baratro decine di persone ancora vive, con una sorta di effetto-domino.
La seconda ondata repressiva ebbe inizio nel maggio del 1945, allorché le formazioni di Tito estesero il loro controllo su gran parte della Venezia Giulia. L’obiettivo del maresciallo era chiaro: precedere le forze alleate nell’occupazione di quei territori che costituivano oggetto di rivendicazione, al fine di garantirsene l’annessione in sede di trattative di pace. Trieste e il Goriziano, in altre parole, dovevano cadere in mano slava prima dell’arrivo degli anglo-americani e, soprattutto, dovevano essere resi inoffensivi nei confronti di Belgrado: urgeva pertanto il pugno di ferro contro qualsiasi manifestazione di ostilità all’annessione alla Jugoslavia. Ripresero così gli infoibamenti, che colpirono anche sloveni e croati contrari al nuovo regime, ma soprattutto gli italiani, in gran parte ritenuti sospetti (in quanto quasi tutti, ovviamente, contrari all’annessione) per una mera questione di appartenenza etnica. Scrive al riguardo Maurizio Tortorella: «Quella nuova guerra così brutale e nascosta, in quanto esplosa a conflitto mondiale ormai terminato, in gran parte della regione durò almeno fino all’11 maggio 1945, quando gli Alleati angloamericani decisero di non tollerare oltre le prepotenze territoriali e i continui sconfinamenti del regime jugoslavo e stabilirono un argine più solido alle sue pretese, inviando nuove truppe – formate soprattutto da soldati neozelandesi – a prendere in pugno la situazione. Nella Venezia Giulia si stabilirono allora i primi, incerti, confini tra Est e Ovest. Nella zona finita sotto il controllo degli eserciti occidentali ricominciarono immediatamente le tristi operazioni di recupero dei cadaveri, e le foibe ne restituirono in silenzio prima a decine, quindi a centinaia, infine a migliaia».
Ma quante furono, in totale, le vittime italiane delle foibe? Rispondere senza approssimazione risulta complicato, se non impossibile, a causa delle enormi difficoltà incontrate nel recupero e nell’identificazione dei corpi. Secondo Raoul Pupo e Gianni Oliva la cifra più verosimile si aggira intorno alle 4-5000 unità, cui però andrebbero aggiunti i deportati e le persone scomparse. Con tutta evidenza, si tratta di numeri consistenti, che mal si conciliano con il silenzio che ha avvolto l’intera tragedia delle foibe fino a non molti anni fa. Silenzio che – come spiega Oliva – se ha più di una motivazione razionale (la volontà del governo italiano di non contrariare Tito dopo la sua rottura con Stalin, nella speranza di attrarre la Jugoslavia nell’orbita occidentale; il desiderio di lasciarsi alle spalle un triste passato e di non soffermarsi su una pagina di storia – quella relativa al confine orientale – che era una prova concreta di come l’Italia avesse perso la guerra; l’imbarazzo del PCI per l’ambiguità di Togliatti, il quale, messo alle strette da Tito, si era detto favorevole all’occupazione slava della Venezia Giulia ma non all’annessione, per la quale, a suo parere, si sarebbe dovuta esprimere la conferenza di pace), non per questo risulta giustificabile o tollerabile.
Oggi, a distanza di settant’anni da un dramma collettivo cui è stata a lungo (e, per certi versi, è tuttora) negata una memoria condivisa, forse un modo valido per onorare il ricordo di migliaia di morti dimenticati è quello di rileggere le testimonianze dei pochi fortunati che, per miracolo, riuscirono a sopravvivere all’inferno delle foibe. Concludiamo pertanto con il racconto di uno di loro, Graziano Udovisi, insegnante istriano: «Eccoci a Fianona, notte alta. Questa volta ci hanno rinchiusi in una ex caserma. Venti persone in una stanza tre per quattro. Poi ci fanno uscire e comincia la marcia verso la foiba. Il destino era segnato e avevo un modo solo per sfuggirgli: gettarmi nella voragine prima di essere colpito da un proiettile. Una voce urla in slavo: “Morte al fascismo, libertà ai popoli”, uno slogan che ripetono a ogni piè sospinto. Io mi tuffo dentro la foiba e precipito sopra un alberello sporgente. Non vedevo nulla, i cadaveri mi cascavano addosso. Poi, quando tutti i rumori cessarono, cominciai a risalire, raggiunsi la superficie. Evidentemente, non era ancora arrivata la mia ora».

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giovedì 9 ottobre 2014

«Storia dei preti uccisi dai partigiani»: vittime scomode, vittime dell’odio, vittime dimenticate

(articolo apparso su Prima Pagina del 5 ottobre 2014)

Roberto Beretta è un giornalista di «Avvenire» autore di un libro scomodo, nonché unico nel suo genere. Il volume si intitola Storia dei preti uccisi dai partigiani: pubblicato nel 2005 da Piemme, oggi è esaurito e pressoché introvabile nelle librerie. Il che, spiace tanto doverlo sottolineare, non è certo un’anomalia, considerato che i libri di storia – a parte qualche rara eccezione – hanno spesso vita breve e, se non accompagnati da clamore mediatico (si pensi a Giampaolo Pansa…), finiscono presto nel cosiddetto “dimenticatoio”.
Eppure di pregi il libro di Beretta ne ha parecchi, in particolare quello di raccogliere in un solo volume le biografie di tutti i sacerdoti trucidati – per vendetta, per odio di classe, per fanatismo ideologico – dai partigiani comunisti prima, durante e dopo la Liberazione. In sostanza, una scheda per ogni prete, con la ricostruzione delle circostanze che lo portarono alla morte. E il quadro che ne risulta – per chi è cresciuto nel culto di Giovannino Guareschi e dei suoi indimenticabili don Camillo e Peppone – è francamente sconcertante. Come precisa infatti Beretta, nei giorni della “resa dei conti” «ben altro Peppone affrontava mitra alla mano il suo inerme don Camillo, “prelevandolo” di notte dalle canoniche, eliminandolo senza più nemmeno farne ritrovare il corpo, tendendogli agguati che si concludevano spesso con un colpo alla nuca, torturando o ammazzandolo di botte dopo un sommario “processo popolare”. Almeno 80 preti l’ex partigiano Giuseppe Bottazzi alias Peppone uccise in Italia tra il 1944 e il 1951, senza contare gli altri 50 omicidi di ecclesiastici avvenuti sul confine nord-orientale: dove anche i comunisti di Tito compivano la loro strage. Tutto il Centro-nord della Penisola fu interessato, in periodi diversi, dal massacro; che spesso si verificò senza alcuna necessità di guerra né per “punire” passati crimini fascisti».
In questa sede, per ovvie questioni di spazio, non è possibile prendere in esame tutte le biografie contenute nel libro. Dovendo quindi effettuare delle scelte, si è deciso di raccontare brevemente le vicende che videro coinvolti i sacerdoti della provincia di Modena, che in totale furono sei. I loro nomi – superfluo sottolinearlo – sono pressoché sconosciuti: dato, questo, di per sé già piuttosto significativo.
Il primo prete modenese che si incontra nel libro è don Ernesto Talé, parroco di Castellino delle Formiche (presso Guiglia), ucciso l’11 dicembre 1944 da «una “scheggia impazzita” della Resistenza». La sua vicenda è paradossale. Nell’estate del 1944, infatti, don Talé fu prelevato durante un rastrellamento compiuto dai nazifascisti con l’accusa di essere una spia. Fatto salire su un camion, riuscì a fuggire sfruttando il parapiglia seguito ad un’imboscata partigiana e a trovare rifugio presso un confratello, parroco di Guiglia. Anche i cosiddetti ribelli, però, ce l’avevano con lui, e lo accusavano di essere il responsabile del rastrellamento. Fu così che la notte dell’11 dicembre, con la scusa che un ferito necessitava di assistenza, don Talé fu prelevato. Ad accompagnarlo c’era la sorella, che gli faceva da perpetua: entrambi – ingannati, giacché non c’era nessun moribondo – furono sottoposti a un breve “processo popolare” e giustiziati. A quanto pare, il sacerdote fu pugnalato e finito a colpi di zappa sulla testa.
Il secondo sacerdote è don Giuseppe Preci, parroco di Montalto di Montese. A guerra terminata, dopo il 25 aprile, cominciarono a girare voci secondo le quali la vita del prete era in pericolo. Don Preci, però, non se ne curava: «Che cosa volete che mi facciano; mi daranno alcune sbroccate!», rispondeva a chi tentava di avvertirlo. Ma la minaccia era reale. La sera del 24 maggio 1945 subì infatti la stessa sorte di don Talé: identica. Stessa scusa del finto moribondo e medesimo esito, solo con modalità differenti: don Preci fu ucciso a colpi di pistola, a quanto sembra con l’accusa – peraltro smentita categoricamente da più testimoni – di avere collaborato con i tedeschi. Quattro anni dopo la sua morte, due giovani di Montalto di Montese furono arrestati con l’accusa di omicidio, ma, stando a quanto riporta Beretta, c’è motivo di credere che fossero due prestanome sacrificati dal partito comunista per coprire il vero esecutore dell’assassinio, un partigiano «molto prestigioso».
Il terzo prete ucciso è don Giovanni Guicciardi, parroco di Lama Mocogno, paese – scrive Beretta – dove risiedeva dal 1919 e «dove si era reso benemerito con molte opere: la costruzione della sacrestia e della canonica, il completamento della chiesa, la sistemazione del campanile, dell’abside, degli altari, del pavimento...». La notte del 10 giugno 1945 due loschi figuri, qualificatisi alla porta come «Partigiani», fecero irruzione in canonica e, pistola alla mano, derubarono il sacerdote di tutto il denaro e degli oggetti preziosi. Dopodiché uno dei due fece fuoco, probabilmente alle spalle. Al funerale, che si tenne il 13 giugno, partecipò una folla numerosa, segno evidente che don Guicciardi era amato dai suoi parrocchiani. Il colpevole dell’omicidio fu individuato pochi giorni dopo e morì in uno scontro a fuoco con un carabiniere: aveva ancora indosso la maglia di lana sottratta al prete.
Il quarto sacerdote vittima dei partigiani è don Giuseppe Lenzini, parroco di Crocette di Pavullo. Scrive Roberto Beretta: «Andarono a cercarlo fin sul campanile, proprio dove lui aveva nascosto alcuni partigiani durante la guerra, e lo trascinarono via in camicia da notte e scalzo. Eppure era un sacerdote ormai anziano, i cui interessi erano sempre stati soprattutto per la cultura, la meditazione e l’assistenza ai malati». Con il consueto pretesto del moribondo, la notte del 20 luglio 1945 i partigiani l’avevano mandato a chiamare: ma don Lenzini non aveva abboccato, rifugiandosi sul campanile. Tutto inutile, però: servendosi di una scala, i carnefici raggiunsero una finestra a ben sette metri di altezza e irruppero nella cella campanaria. Il prete fu trascinato fuori dalla chiesa e picchiato, sembra, per il suo rifiuto di obbedire quando gli fu ordinato di bestemmiare. Il suo cadavere (crivellato di proiettili e, complessivamente, in pessimo stato a causa delle violenze e delle percosse) fu ritrovato circa una settimana dopo, il 27 luglio, semisepolto in una vigna. Pare che all’origine delle sentenza di morte vi fosse una predica anticomunista pronunciata durante una messa e, in generale, l’animo da sempre battagliero di don Lenzini, che in gioventù aveva più volte preso posizione contro i comizi del socialista Gregorio Agnini. Il processo per il suo assassinio, che si tenne nel 1949 in un clima ancora caratterizzato da forti intimidazioni, si risolse in un nulla di fatto per mancanza di prove.
Il quinto prete è don Francesco Venturelli, arciprete di Fossoli e cappellano del campo di concentramento. Qui, come precisa Beretta, «assiste tutti: prima gli inglesi, poi gli ebrei e i deportati politici (sottoposti a un regime assai duro, in quanto il campo era passato alla gestione tedesca), i partigiani, infine i fascisti e gli ex collaborazionisti». La sua era carità cristiana, che andava al di là della politica. Si aggiunga inoltra che don Venturelli non era fascista e a Fossoli fu ripreso più di una volta per aver favorito lo smistamento clandestino della corrispondenza tra i detenuti e i loro familiari. Ma il peggio, per lui, venne dopo la fine della guerra, quando il campo divenne un centro di raccolta che ospitava prigionieri in attesa di trasferimento, ex fascisti compresi. Il fatto che don Venturelli facesse loro visita era tollerato, ma quando il prete introdusse nel campo il foglio dei Francescani di San Cataldo («La lanterna»), giudicato «antidemocratico» dai comunisti, alcuni sedicenti «Partigiani» ritennero di avere subito un’imperdonabile provocazione. Quello che accadde in seguito rispecchia il solito copione: la sera del 15 gennaio 1946 venne richiesta la presenza dell’arciprete in seguito ad un incidente mortale sulla provinciale Carpi-Modena. Don Venturelli abboccò, e appena uscito di casa fu raggiunto da tre colpi di pistola. In seguito, non vi fu alcun processo: il colpevole non fu mai trovato.
L’ultimo prete ucciso è don Giuseppe Tarozzi, parroco di Riolo (frazione di Castelfranco). Fu una delle 44 vittime della cosiddetta «banda di Castelfranco», che con otto uomini armati lo prelevò la notte del 25 maggio 1945 dopo avere abbattuto il portone della canonica a colpi d’ascia. Della morte di don Tarozzi non si seppe più nulla: il suo corpo non è mai stato ritrovato, anche se, secondo più di una voce, è probabile che si sia evitato appositamente di cercarlo. Il movente fu sin da subito poco chiaro, ma è evidente che alla base dell’assassinio stava l’odio di classe. Per questo e per altri quattro omicidi sei persone furono condannate a diversi anni di carcere in seguito al processo che si svolse nel 1951.
Come anticipato, il libro di Beretta contiene oltre cento di queste brevi biografie. Più di cento preti assassinati, il più delle volte, per il solo fatto di essere uomini di Chiesa, a causa di un fanatismo ideologico che, in teoria, non avrebbe potuto trovare giustificazione nemmeno nel clima infuocato della lotta di Liberazione. Oggi, a distanza di sessant’anni da quei tragici eventi, è senza dubbio giunta l’ora di mostrare un po’ di rispetto per quei morti: persone innocenti, vittime dell’odio che un paese civile e democratico ha il dovere di non dimenticare.

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lunedì 29 settembre 2014

Ungheria 1956: i drammatici giorni della rivoluzione

(articolo apparso su Prima Pagina del 28 settembre 2014)

14-26 febbraio 1956. Durante il XX congresso del PCUS, Nikita Krusciov, in un rapporto destinato a diventare celebre, pronunciò una durissima requisitoria contro Stalin (morto nel 1953) e i crimini perpetrati dal suo regime. Il significato delle parole del segretario comunista era chiaro: attaccare il dittatore da poco scomparso e il suo esasperato culto della personalità per farne una sorta di capro espiatorio e salvare, al contempo, l’immagine del modello sovietico, che nessun comunista doveva osare mettere in discussione.
A dispetto però delle intenzioni rassicuranti del suo autore, il rapporto Krusciov ebbe effetti traumatizzanti sia per i partiti comunisti occidentali – comprensibilmente spaesati e confusi di fronte ad un’iniziativa che non aveva precedenti –, sia, soprattutto, per i paesi dell’Europa dell’est, dove sorse spontanea l’illusione che la destalinizzazione fosse il preludio ad una progressiva democratizzazione della società. A soffiare sul fuoco di una potenziale (e prematura) rottura con Mosca furono in particolare Polonia e Ungheria. Nel primo caso, gli operai – con l’appoggio di una Chiesa cattolica che aveva saputo resistere alle persecuzioni sovietiche – diedero vita a ripetute agitazioni che culminarono, nel giugno del 1956, nel grande sciopero di Poznan. La repressione non si fece attendere, ma non fu sufficiente a placare la protesta, che sfociò nel cosiddetto ottobre polacco: il risultato fu un ricambio ai vertici del partito e del governo, che favorì l’ascesa al potere di Wladyslaw Gomulka (liberato dal carcere – dove era stato rinchiuso poiché sospettato da Stalin di deviazionismo – proprio in conseguenza della pubblicazione del rapporto Krusciov). Questi promosse una cauta liberalizzazione, ma si impegnò a non rompere l’alleanza con l’URSS e a non mettere in discussione la permanenza della Polonia nel blocco socialista.
Diverso, e ben più drammatico, fu il caso dell’Ungheria. Per tutta l’estate, come in Polonia, si ebbero agitazioni animate prevalentemente da studenti ed intellettuali; poi in ottobre la situazione degenerò, con la protesta che assunse il carattere di un’autentica insurrezione che coinvolse anche un numero ingente di lavoratori.
Centro dell’opposizione antisovietica fu, inizialmente, il circolo Petofi (dal nome del poeta ed eroe nazionale Sandor Petofi, figura chiave della rivoluzione ungherese del 1848), che era divenuto celebre per aver organizzato, il 19 giugno del 1956, una commemorazione di Laslo Rajk – leader comunista condannato a morte nel 1949 con l’accusa di nutrire simpatie titoiste – nella quale era stata chiesta la punizione di uno dei principali accusatori dello stesso Rajk, il primo esponente dell’ala stalinista nonché segretario del partito, Matyas Rakosi. Prontamente, questi reagì facendo espellere dal PCU gli esponenti del circolo più vicini alle posizioni moderate (cioè rivoluzionarie), ma, così facendo, si ritrovò pressoché isolato, tanto che gli stessi sovietici reputarono più conveniente farlo dimettere dalla carica di segretario, che fu assunta da un altro ex stalinista, Erno Gero. Questi, insieme con il presidente del Consiglio Andras Hegedus (anch’egli stalinista), fece qualche concessione formale, ma non riuscì a fermare la protesta popolare, che anzi degenerò in rivolta quando, il 22 ottobre, a Budapest si seppe che Gomulka era stato nominato segretario del Partito comunista polacco.
L’insurrezione, secondo la ricostruzione che ne fa Enzo Bettiza nel volume 1956. Budapest: i giorni della rivoluzione (Mondadori 2006), conobbe cinque fasi.
La prima ha inizio nella prima parte della giornata cruciale del 23 ottobre con una grande manifestazione popolare che si tiene presso il monumento di Petofi a Pest. La gente inneggia apertamente alla Polonia, presagendo un imminente futuro segnato da un progressivo allontanamento dall’orbita di Mosca. La tensione è altissima, come testimoniano le parole scritte dallo storico Francois Fejto a commento di quelle ore: «Nell’Ungheria, che almeno all’apparenza è ancora dominata da un potere comunista, il comunismo in quanto partito, organizzazione, ideologia, è sul punto di essere liquidato e rigettato come un corpo estraneo».
Nella seconda metà di quel fatidico 23 ottobre ha inizio la seconda fase. I dimostranti chiedono la partenza immediata dei militari sovietici e si spingono fino a distruggere l’imponente statua di Stalin nella piazza degli Eroi a Budapest. Inneggiano a Imre Nagy (comunista “liberale” che era stato espulso dal partito dopo avere ricoperto la carica di Primo ministro tra il 1953 e il 1955), ma ricevono in cambio, per tutta risposta, le parole stizzite di Gero, che definisce i ribelli «fascisti» e «terroristi bianchi». È la goccia che fa traboccare il vaso: i manifestanti, inferociti, assediano l’edificio della radio inveendo contro il segretario del PCU, scatenando la reazione della polizia politica. Questa apre il fuoco sulla folla, uccidendo decine di persone. Verso mezzanotte si rende necessario l’intervento delle truppe sovietiche di stanza nel paese. È l’inizio della rivoluzione.
La terza fase è segnata dall’inizio vero e proprio dei combattimenti e dalla proliferazione di «Consigli rivoluzionari» che mobilitano la popolazione contro l’esercito russo. Su pressione degli insorti, a sostituire Gero alla guida del partito è chiamato Janos Kadar, un comunista un tempo vicino a Rakosi, passato anch’egli attraverso la reclusione a causa di presunte simpatie titoiste. Nel frattempo, Nagy ha assunto la presidenza del Consiglio, ma – nota Bettiza – è disorientato e frastornato, consapevole di essere stato tirato in ballo al solo scopo di placare una rivolta che, in realtà, pare di ora in ora sempre meno controllabile. «Non si dimentichi – precisa infatti lo storico originario di Spalato – che Imre Nagy è comunista da trent’anni, è un vecchio kominternista educato alla scuola di Mosca, e che non è facile per lui accettare a cuor leggero le violenze antisovietiche e vedere un nemico assoluto nell’Armata Rossa». Inizialmente il suo governo, un esecutivo moderatamente aperto alle altre forze politiche, si mostra cauto; la sera del 28 ottobre, tuttavia, Nagy rompe gli indugi: viene riconosciuto il carattere nazionale e democratico della rivolta e sono annunciati l’avvio dei negoziati e l’imminente ritiro delle truppe sovietiche. La rivoluzione sembra a un passo dalla vittoria.
La quarta fase è così riassunta da Giuseppe Mammarella nella sua Storia d’Europa dal 1945 a oggi (Laterza 2006): «Il nuovo governo aveva vita breve e il 30 ottobre ne veniva formato un altro, ma questa volta a fianco di Nagy prevalevano elementi anticomunisti e anche nel paese il movimento per un comunismo più democratico e nazionale si trasformava in una rivolta anticomunista. Venivano ricostituiti i vecchi partiti, riemergevano figure del passato regime, veniva liberato il cardinale Mindszenty in carcere da anni, e, il giorno dopo la sua costituzione, il governo decideva di denunciare la partecipazione ungherese al patto di Varsavia e di dichiarare la neutralità». Per Mosca è davvero troppo, tanto più che la crisi di Suez e l’intervento congiunto franco-britannico in Egitto offrono un involontario assist agli uomini del PCUS che, in segreto, già stanno pianificando un risolutivo intervento armato.
Si giunge così alla quinta fase, caratterizzata dal tradimento di Kadar, il quale prima si mostra favorevole ad accogliere le decisioni rivoluzionarie di Nagy, poi – convocato dai russi prima all’ambasciata, successivamente direttamente a Mosca – non ha nulla da obiettare quando i sovietici gli chiedono (gli impongono?) di collaborare con il PCUS per pianificare l’intervento militare in Ungheria. All’alba del 4 novembre i carri armati sovietici irrompono nel paese, stroncando ogni resistenza in appena quattro giorni. Al loro ritiro, Kadar assume la guida del governo, mentre Nagy viene catturato: processato, sarà impiccato nel giugno del 1958.
Finiva così, nel sangue e sotto l’urto dei cingolati sovietici, la rivoluzione di un popolo che, in nome della democrazia, aveva osato ribellarsi al più longevo dei totalitarismi novecenteschi. Oggi, a distanza di oltre cinquant’anni, quegli eventi fanno ancora rumore, se non altro per le ambigue reazioni che suscitarono nel panorama politico nostrano. Eminenti personaggi dell’Italia di allora si espressero in quei giorni con parole di fuoco, facendo eco a Togliatti che sull’«Unità» giunse a evocare concetti quali «terrore bianco», «banditismo», «teppismo horthista» e «controrivoluzione». Tra gli epigoni del Migliore, uno su tutti lascia tuttora interdetti, se si pensa che occupa da anni la poltrona di Capo dello Stato. Così si espresse, infatti, Giorgio Napolitano a proposito dei cosiddetti «fatti d’Ungheria»: «L’intervento sovietico ha non solo contribuito a impedire che l’Ungheria cadesse nel caos e nella controrivoluzione ma alla pace nel mondo». Parole che si commentano da sé, e per le quali Napolitano, in un recente libro autobiografico, ha chiesto scusa, giustificandole con ragioni quali «un certo zelo conformistico», «la preoccupazione [...] dell’unità del partito», e l’impossibilità – e questo, a ben vedere, è il punto cruciale – di «concepire il ruolo e l’azione del Partito comunista in Italia come inseparabili dalle sorti del “campo socialista” guidato dall’URSS». Il che lo porta poco dopo ad affermare che «di fatto non esistevano allora le condizioni per una scelta diversa da parte del partito». Che dire? Viva la sincerità, signor Presidente! 

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