martedì 23 settembre 2014

«Assassinio di un filosofo»: la morte «imbarazzante» di Giovanni Gentile

(articolo apparso su Prima Pagina del 21 settembre 2014)

«L’assassinio di Giovanni Gentile è la pagina più nera della storia della resistenza italiana». A scriverlo non è, come si potrebbe pensare, un “revisionista” alla Giampaolo Pansa o un fascista alla Giorgio Pisanò, bensì uno stimato docente universitario, uno – giusto per rendere l’idea – che collabora abitualmente con la trasmissione televisiva Il tempo e la storia, in onda tutti i giorni sulla “rossa” Raitre. Il suo nome è Francesco Perfetti, romano nato nella capitale nel 1943, ordinario di Storia Contemporanea presso la Facoltà di Scienze Politiche della Luiss Guido Carli di Roma. A Gentile, il filosofo del regime (quello della celebre riforma della scuola datata 1923), Perfetti ha dedicato diversi studi, tra cui quello da cui è tratta la provocatoria citazione posta in apertura di questo articolo. Il libro in questione si intitola Assassinio di un filosofo. Anatomia di un omicidio politico, pubblicato da Le Lettere esattamente dieci anni fa (e quindi nel sessantesimo anniversario della morte del padre dell’attualismo).
La tesi di Perfetti è che l’eliminazione di Gentile non faccia per nulla onore alla Resistenza, intesa quale movimento politico che, per legittimarsi nei confronti delle generazioni vissute nel dopoguerra, non può permettersi alcuna giustificazione di certe azioni, compiute nel suo nome, contrarie ai più elementari principi della moralità pubblica. Scrive infatti lo storico a proposito dell’assassinio di Gentile: «Avvenimento che non trovava giustificazione di alcun genere – né militare né politica, essendo il filosofo uomo che non ricopriva cariche pubbliche se non di natura esclusivamente culturale e che, ben conosciuto per la sua mitezza e il suo disinteresse, si adoperava per la conciliazione degli italiani – questo omicidio continua a imbarazzare – che lo vogliano ammettere oppure no – i comunisti (e i loro eredi postcomunisti) i quali ne furono, a livelli diversi, i mandanti e gli esecutori materiali. Esso pesa come un macigno sulla loro coscienza politica, ammesso che si possa parlare di coscienza per chi, come tanti personaggi coinvolti nella vicenda, misero la propria intelligenza e la propria indipendenza al servizio della ragion di partito».
Ma allora, il 15 aprile 1944 cosa spinse un commando di quattro gappisti fiorentini a far fuoco su un uomo di cultura, su un filosofo che certo era ed era stato fascista, ma che nella RSI non ricopriva alcun incarico politico ed anzi si prodigava per preservare il supremo valore, insidiato da più parti, della concordia nazionale? Se è vero – come in parte è vero, non c’è dubbio – che la Resistenza fu un movimento per la libertà, per quale motivo si giunse a condannare un uomo per le sue idee? È lecito, cioè, far fuori un intellettuale solo perché il suo pensiero – e non certo le sue azioni – è giudicato una minaccia? E infine: cosa conteneva la riflessione (politica e filosofica) di Gentile di così pericoloso?
Per rispondere, occorre innanzitutto tenere presente che quando si parla di Resistenza non si deve commettere l’errore di fare riferimento a un movimento omogeneo, in marcia compatto contro la dittatura. La Resistenza, infatti, ebbe diverse anime, tenute insieme dal collante dell’antifascismo più che dall’impegno comune in favore della democrazia. Per il PCI la collaborazione con le forze liberali era strumentale e finalizzata, nell’immediato, al definitivo abbattimento del regime di Mussolini; e non era certo un’alleanza del tutto trasparente, giacché i comunisti dipendevano da Mosca e avevano il fin troppo evidente obiettivo di instaurare, prima o poi, la cosiddetta dittatura del proletariato. Con ciò s’intende dire che, innegabilmente, se c’era una forza politica in grado di trarre giovamento dal clima di guerra civile che permeava la lotta di Liberazione, quella era senz’altro il PCI. I fascisti, infatti – e quelli più accorti se ne avvidero –, perché mai avrebbero dovuto soffiare sul fuoco delle contrapposizioni ideologiche proprio mentre un esercito pressoché inarrestabile stava risalendo la penisola? Non era più logico, dal loro punto di vista di sconfitti quasi certi, richiamarsi alla concordia nazionale per evitare inutili spargimenti di sangue? Al contrario, è del tutto evidente che per una forza rivoluzionaria come quella di cui i comunisti erano espressione, una forza cioè che ambiva a farsi egemone nel paese, la contrapposizione tra due blocchi divenuti inconciliabili era la conditio sine qua non di un’eventuale presa del potere. Il PCI, in altre parole, aveva bisogno che tutti facessero una scelta, che tutti si schierassero, che tutti prendessero posizione pro o contro il fascismo, con l’implicita premessa che una condanna del comunismo sarebbe stata interpretata dagli uomini di Togliatti come un atto intrinsecamente fascista. Vele la pena, dunque, ripetere la domanda: perché uccidere Gentile? E, provocatoriamente, porre un ulteriore interrogativo: a chi poteva nuocere il suo appello alla conciliazione?
Le parole di Togliatti a commento dell’assassinio aiutano a rispondere a queste domande. All’indomani dell’omicidio, il Migliore elogiò infatti apertamente i carnefici e definì il filosofo «bandito politico», nonché «camorrista, corruttore di tutta la vita intellettuale italiana». Ed è interessante l’uso di questo aggettivo: «corruttore». A Gentile, cioè, non si perdonava la presunta volontà di fare un uso strumentale del richiamo alla pacificazione al solo scopo di risparmiare ai fascisti l’inevitabile resa dei conti. Sotto accusa, in particolare, era finito il Discorso agli Italiani pronunciato in Campidoglio il 24 giugno 1943, nel quale il filosofo aveva parlato – rivolgendosi «a tutti gli Italiani, fascisti o non fascisti» – della necessità di continuare a credere in una vittoria essenzialmente morale, «tenendo sempre alta [...] la bandiera della Patria»; e, ancor di più, il discorso pronunciato a Firenze il 19 marzo 1944 (quindi in piena RSI), in occasione della prima manifestazione pubblica della nuova Accademia d’Italia, di cui Gentile aveva assunto la presidenza. Significativamente, esso conteneva un chiaro appello alla concordia nazionale, condannava la guerra fratricida e deprecava la distruzione dei simboli della cultura e della religione.
Quello che Gentile cercava di ottenere – in assoluta buona fede, secondo l’opinione di Perfetti – era il riconoscimento del supremo valore della cultura quale collante in grado di unire gli italiani (l’Accademia, nelle sue intenzioni, doveva assolvere la missione della «custodia del fuoco sacro della Patria»). Ma l’obiettivo del filosofo era proprio ciò che i comunisti non potevano permettere, come emerge chiaramente da una nota pubblicata dal giornale clandestino «La Nostra Lotta» subito dopo il discorso del 19 marzo, che suona evidentemente come un’inappellabile sentenza di morte: «Quanti oggi invitano alla concordia, sono complici degli assassini nazisti e fascisti; quanti oggi invitano alla tregua vogliono disarmare i Patrioti e rifocillare gli assassini nazisti e fascisti perché indisturbati consumino i loro crimini. La spada non va riposta finché l’ultimo nazista non abbia ripassato le Alpi, finché l’ultimo traditore fascista non sia sterminato. Per i manutengoli del tedesco invasore e dei suoi scherani fascisti, senatore Gentile, la giustizia del popolo ha emesso la sentenza: MORTE!».
Queste righe furono vergate da Girolamo Li Causi (responsabile della stampa e della propaganda nella direzione del PCI in Alta Italia), sulla base di un precedente intervento apparso sul quotidiano socialista di Lugano «Libera Stampa» a firma del noto latinista Concetto Marchesi. Quest’ultimo, in particolare, aveva preso posizione contro un articolo di Gentile pubblicato dal «Corriere della Sera» il 28 dicembre 1943, nel quale il filosofo, tra le altre cose, aveva scritto: «Colpire dunque il meno possibile; andare incontro alle masse per conquistarne la fiducia e richiamarle alla coscienza del comune dovere. Non insistere sempre sui tradimenti, che disonorano la Nazione e non soltanto i colpevoli, se questi erano a capo della Nazione. Non perseguitare pel gusto di una giustizia che si compia anche a danno del Paese; sentire una volta la nausea degli scandali, che era logico fossero inscenati quando si trattava di preparare l’obbrobrio dell’8 settembre e prostrare il Paese; ma non possono entrare nel programma della ricostruzione, che richiede rinnovata e salda fiducia del Paese nelle sue forze morali».
Come bene spiega lo storico comunista Roberto Battaglia, l’assassinio di Gentile era una conseguenza della presa di coscienza da parte del PCI della «necessità di colpire più a fondo, fino alle radici», al fine di instaurare una nuova egemonia culturale. I comunisti, conclude Perfetti, giacché non guardavano alla democrazia parlamentare come a un traguardo, avevano assoluto bisogno di conquistare «un ruolo di preminenza e in un certo senso di guida all’interno della coalizione antifascista, e ciò sarebbe stato possibile soltanto mettendo in difficoltà la componente più forte, quanto meno dal punto di vista intellettuale, della coalizione, ossia quella azionista di cui la maggior parte degli esponenti era di formazione gentiliana. Si comprende, quindi, perché l’uccisione di Gentile non potesse che essere funzionale al disegno rivoluzionario ed egemonico del Pci quale era stato concepito da Togliatti».

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giovedì 18 settembre 2014

«Berlinguer deve morire»: nel 1973 i servizi segreti bulgari attentarono alla vita del segretario del PCI?

(articolo apparso su Prima Pagina del 14 settembre 2014)

Un recente libro dall’eloquente titolo Berlinguer deve morire (scritto a quattro mani dai giornalisti Giovanni Fasanella e Corrado Incerti per i tipi di Sperling & Kupfer) enuncia una tesi sconvolgente: il 3 ottobre 1973, durante il viaggio in automobile che doveva condurlo all’aeroporto di Sofia, da dove sarebbe ripartito per l’Italia, il segretario del PCI Enrico Berlinguer fu vittima di un terribile incidente stradale che, con ogni probabilità, fu tutto fuorché accidentale. Diversi indizi – seppur in assenza di prove certe – lasciano credere infatti che il leader del principale partito comunista occidentale fosse finito nel mirino dei servizi segreti bulgari, intenzionati – d’accordo con Mosca – a far fuori un personaggio che stava diventando sempre più scomodo per via delle sue posizioni “eretiche” antisovietiche.
La dinamica dell’incidente, in effetti, fu piuttosto anomala, e allo stesso Berlinguer fece pensare ad una messinscena. Il segretario del PCI viaggiava su una Chaika (un’auto di rappresentanza) nera, preceduto da una vettura con la scorta di polizia e seguito, a chiusura del corteo, da altre tre auto con dirigenti comunisti italiani e bulgari. Accanto a lui sedevano un interprete e due alti funzionari del PCB (Partito comunista bulgaro), oltre, naturalmente, all’autista. Improvvisamente, percorrendo un cavalcavia, la macchina con la scorta accelerò: di colpo, al suo posto sbucò un camion carico di pietre, che andò a schiantarsi contro l’auto di Berlinguer, scaraventandola contro un palo della luce. L’impatto fu tremendo: l’interprete perse la vita, mentre Berlinguer, l’autista e i due dirigenti bulgari se la cavarono miracolosamente. Con ogni probabilità, se il palo non avesse arrestato la corsa verso il baratro della Chiaka nera, i passeggeri sarebbero tutti morti.
Ma, al di là delle congetture, come fanno Fasanella e Incerti a parlare di attentato? Alla base della loro inchiesta è un’intervista rilasciata nell’ottobre del 1991 a Panorama da Emanuele Macaluso, nella quale l’ormai ex dirigente comunista (da poche settimane al PCI era subentrato il PDS) sosteneva la tesi che l’incidente occorso a Berlinguer nel 1973 fosse stato deliberatamente provocato. Macaluso aggiunse poi che era stato lo stesso segretario del PCI a confidargli, subito dopo il suo rientro in Italia, di sospettare di essere stato vittima di un attentato. Nessuno però – si era raccomandato in quell’occasione il leader comunista – avrebbe dovuto parlarne, giacché una tale rivelazione avrebbe compromesso la stabilità del partito. Con il risultato che il segreto era stato mantenuto per ben diciotto anni.
Le parole di Macaluso scatenarono, com’era prevedibile, un’ondata di proteste. In molti fecero notare che nell’auto di Berlinguer sedeva anche Boris Velchev – in pratica il numero due del PCB –, il che doveva essere prova sufficiente ad escludere l’ipotesi dell’attentato. Altri commentarono l’intervista uscita su Panorama con ironia: «A Est si guida da cani», fu una delle versioni più pungenti e sbrigative. In poche parole, tutti gli ex comunisti smentivano. E, con ogni probabilità, la vicenda si sarebbe chiusa lì, se a dare manforte a Macaluso non fosse intervenuta la vedova di Berlinguer, Letizia Laurenti. «Enrico sospettava che quello in Bulgaria non fosse un incidente», disse in un’intervista rilasciata all’Unità e pubblicata il 28 ottobre 1991. E aggiunse: «Ora mi rendo conto, da quanto hanno detto finora tutti coloro che in questi giorni hanno parlato, che lui non aveva confidato questo sospetto a nessuno. Ma a me raccontò di questa sua ipotesi appena tornò a casa da Sofia. [...] Da quanto mi risulta, non mise più piede in Bulgaria. [...] È chiaro che la cosa non poteva essere provata e lui non ne parlò assolutamente in giro. Del resto, Enrico non era uomo tale da mettersi a dire cose non suffragate dai fatti».
Dunque, se si presta fede alla vedova di Berlinguer, il segretario del PCI era convinto che in Bulgaria i vertici del regime avessero tentato di eliminarlo. Ma perché avrebbero dovuto farlo?
Motivi di frizione tra il PCI e il blocco sovietico non mancavano di certo in quegli anni, soprattutto dopo che i comunisti italiani avevano in larga parte condannato la repressione della Primavera di Praga nel 1968. Ma, nel caso specifico dell’incidente di Sofia, sono più che altro alcune evidenti anomalie a lasciare perplessi e a non consentire di scartare l’ipotesi del complotto.
Innanzitutto, recatisi in Bulgaria nel 1991, Fasanella e Incerti scoprirono che negli archivi ufficiali non c’era traccia dello schianto della Chaika nera di Berlinguer, con la sola eccezione di alcune fotografie (di per sé, peraltro, innocue). Ma un documento importante i due giornalisti riuscirono comunque a scovarlo: si trattava del verbale stenografico dell’incontro tra Berlinguer e il segretario del PCB Todor Zhivkov, avvenuto il 1° ottobre 1973. Leggendolo, Fasanella e Incerti si resero immediatamente conto che i colloqui ufficiali tra i due leader si erano svolti in un «clima incandescente».
«Noi pensiamo – disse Berlinguer – che in Italia una delle strade per evitare la spaccatura del Paese [...] sia quella di unire il proletariato con il ceto medio, di creare legami con altre forze politiche democratiche». Quello che il segretario del PCI stava delineando di fronte al suo interlocutore era in sostanza il progetto del «compromesso storico»: un progetto che Zhivkov mostrò apertamente di non condividere. «Che cosa significa questa nostra via democratica per il socialismo?», replicò infatti stizzito, mettendo bene in risalto, con l’aggettivo «nostra», che i partiti comunisti dovevano seguire una linea condivisa (cioè quella imposta da Mosca). Poi aggiunse: «Noi non puntiamo su un cammino pacifico. Anzi, affrontiamo la contrapposizione [altra parola chiave] prendendo in considerazione le due strade, armata e pacifica».
Zhivkov proseguì lanciando anatemi contro quei paesi, come la Cina, la Jugoslavia e la Romania, che intendevano seguire una linea autonoma da quella sovietica, giungendo infine alla conclusione che occorresse rafforzare «la linea comunista» attraverso una conferenza internazionale dei partiti. Ma anche su questo punto Berlinguer dissentì: «In linea di principio, noi siamo contro una nuova conferenza. Sulla situazione attuale dei partiti comunisti noi usiamo questa espressione: unità nella diversità». Parole, queste, che alle orecchie del leader bulgaro dovettero suonare pericolosamente eretiche.
Lo scontro decisivo si ebbe però sui fatti di Praga di cinque anni prima. «Devo dire molto apertamente che sinora non abbiamo motivi per rivedere la posizione da noi già espressa nel 1968», affermò risoluto, senza troppi preamboli, Berlinguer. E fu a quel punto che Zhivkov si lasciò sfuggire una nemmeno troppo velata minaccia. Rispose infatti di essere stato lui stesso ad informare Mosca che a Praga «la situazione era pesante, che stavamo per perdere la Cecoslovacchia, che le conseguenze sarebbero state gravissime e che si doveva fare qualcosa». Quindi concluse: «Se bisogna condannare qualcuno per la nostra “invasione”, bisogna condannare noi, e personalmente me. Compagno Berlinguer, per la Cecoslovacchia, dovete portare me in tribunale».
Un secondo incontro tra i due leader comunisti, il 3 ottobre, ebbe nuovamente esito negativo. A darne notizia ai giornalisti fu il capo dei servizi segreti in persona, generale Iljia Kashev: «I colloqui vanno male, il programma iniziale è cambiato. L’ospite parte immediatamente». Poco dopo Berlinguer ebbe l’incidente. Indubbiamente, si trattava di una coincidenza inquietante. E non fu l’unica. L’inchiesta di Fasanella e Incerti fece infatti emergere altre informazioni rilevanti, come il fatto che l’autista del camion – secondo l’autorevole testimonianza di Konstantin Tellalov, alto dirigente bulgaro che quel 3 ottobre 1973 sedeva nella Chaika di Berlinguer – fosse un militare; o come il fatto che il segretario del PCI rifiutò le cure e pretese di partire il giorno dopo l’incidente con un aereo-ambulanza messo a disposizione dall’ambasciata italiana.
Non meno sconvolgente fu poi la testimonianza di Velchev (la cui presenza nell’auto di Berlinguer sembrava, come detto, escludere l’ipotesi dell’attentato), il quale confidò ai due giornalisti italiani che nel 1973 egli era in rotta con Zhivkov per via delle sue critiche rivolte contro la politica repressiva del regime. Il che, a suo parere, significava una cosa ben precisa: «Se era stato organizzato un attentato contro Berlinguer, la mia presenza e quella di Tellalov sull’auto non sarebbero state certo di ostacolo. Come si dice da voi, in Italia? Due piccioni con una fava?».
Possibile dunque che i vertici del blocco sovietico volessero Berlinguer morto? Di certo non c’è nulla, ma – come riconosce Walter Veltroni nella prefazione al libro di Fasanella e Incerti – «la bilancia non può che pendere dalla parte dell’attentato». Di sicuro, infatti, Mosca mal digeriva che il segretario del principale partito comunista occidentale rivendicasse l’autonomia del PCI e progettasse di approdare ad una linea di azione politica più marcatamente democratica. Eurocomunismo e compromesso storico furono i segni tangibili di quello «strappo» con l’URSS che si sarebbe concretizzato negli anni successivi all’incidente di Sofia. Strappo che, addirittura, portò Berlinguer ad affermare – in un’intervista a Giampaolo Pansa del 1976 – che si sentiva più «sicuro» all’interno del Patto Atlantico e – in una tribuna politica del 1981 – che «la capacità propulsiva di rinnovamento delle società che si sono create nell’Est europeo è venuta esaurendosi». Mica male per un compagno!

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giovedì 11 settembre 2014

Il massacro di Katyn: storia di un eccidio negato per cinquant’anni

(articolo apparso su Prima Pagina del 7 settembre 2014)

Tra l’aprile e il maggio del 1940 gli agenti del Nkvd (Commissariato del Popolo per gli Affari Interni, il padre del più celebre Kgb) sterminarono 25.000 cittadini polacchi – in prevalenza ufficiali dell’esercito, ma anche diverse altre categorie di prigionieri – caduti in mano sovietica durante l’occupazione della Polonia orientale, precedentemente concordata con la Germania nazista attraverso il patto Molotov-Ribbentrop. L’eccidio è ricordato come massacro di Katyn dal nome della località situata presso la città di Smolensk (sede di uno dei campi di concentramento riservati agli internati polacchi), dove nel 1943 furono rinvenute le fosse comuni scavate dai russi per occultare i corpi delle vittime.
Katyn, a prescindere dalla drammaticità dell’evento, è realmente un caso singolare. Per decenni la macchina propagandistica sovietica ha addossato ai nazisti la responsabilità della strage e, complice la sconcertante arrendevolezza delle potenze occidentali, è riuscita a tenere più o meno nascoste le colpe del regime staliniano. Solo durante il periodo della perestrojka Gorbaciov – che pure si mostrò eccessivamente prudente e reticente – consentì che alcuni documenti chiave venissero alla luce, rompendo un silenzio che durava ormai da cinquant’anni. Infine, fu il crollo dell’URSS a fugare gli ultimi dubbi, permettendo che fossero resi noti i nomi dei responsabili e degli esecutori materiali dell’eccidio.
Come anticipato, le origini e le ragioni del massacro vanno ricercate nel patto Molotov-Ribbentrop, di fatto il compimento della politica di avvicinamento reciproco tra i totalitarismi tedesco e russo promossa da Hitler e da Stalin a partire dai primi mesi del 1939. L’alleanza tra Berlino e Mosca era funzionale alla spartizione dell’Europa in due sfere di influenza, come l’occupazione “congiunta” della Polonia (invasa dalle truppe naziste il 1° settembre 1939 e dall’Armata Rossa due settimane dopo) si incaricò, di lì a poco, di dimostrare. Nell’architettare il piano d’azione sovietica, Stalin diede prova di grande cinismo, progettando di trarre beneficio da una guerra che, nelle sue previsioni, avrebbe inferto un colpo mortale al capitalismo occidentale. Quanto poi alla Polonia, vittima sacrificale destinata ad essere fagocitata dall’imperialismo russo-tedesco, la sua posizione – stando a quanto riportato sul suo diario dal segretario generale del Comintern Georgij Dimitrov – era chiara: «È uno stato fascista, opprime gli ucraini, i bielorussi ecc. Nella situazione attuale la distruzione di questo stato significherebbe uno stato borghese fascista di meno! Che cosa ci sarebbe di male se, come effetto della sconfitta della Polonia, noi estendessimo il sistema socialista a nuovi territori e popolazioni?».
La Russia, ad ogni modo, aggredì la Polonia senza dichiarazione formale di guerra, tentando di presentare l’invasione come «una mano fraterna» tesa al popolo polacco per impedire l’ingresso delle truppe tedesche nelle regioni orientali in cui vivevano ucraini e bielorussi. La guerra fu brevissima – per via della schiacciante superiorità russo-tedesca – e fruttò ai sovietici il 52% del territorio polacco e circa 250.000 prigionieri. Di questi, oltre 25.000 scomparvero, di lì a poco, nel nulla. Una lettera di Berija a Stalin del 5 marzo 1940 consente di fare chiarezza sull’accaduto. In essa, infatti, il capo del Nkvd suggeriva al dittatore di sottoporre al Commissariato del Popolo «1) i casi relativi ai 14.700 detenuti che si trovano nei campi per prigionieri di guerra: ex ufficiali polacchi, funzionari, proprietari terrieri, agenti di polizia e dei servizi segreti, gendarmi e guardie carcerarie, 2) e parimenti i casi relativi ai circa 11 mila detenuti che si trovano nelle prigioni delle regioni occidentali di Ucraina e Bielorussia: membri di diverse organizzazioni spionistiche e sabotatrici, ex proprietari terrieri, imprenditori, ex ufficiali polacchi, funzionari e traditori». Trattandosi – argomentava Berija – di «nemici inveterati e incorreggibili del potere sovietico», la lettera consigliava di «esaminare i casi secondo una procedura speciale, applicando nei confronti dei detenuti la più alta misura punitiva: la fucilazione».
Le richieste di Berija furono prontamente accolte dal Politburo (l’ufficio politico del Partito comunista sovietico), che non esitò ad autorizzare una «procedura speciale» per l’immediata esecuzione dei prigionieri, ovvero – sono sempre parole del capo del Nkvd – «senza mandare i detenuti a processo, senza elevare a loro carico capi di imputazione, senza documentare la chiusura dell’istruttoria e senza formulare accuse». In sostanza, il regime comunista decideva di sbarazzarsi di 25.000 uomini considerati nemici di classe in quanto – ha scritto Victor Zaslavsky – «membri della nazione polacca che nel futuro avrebbero potuto guidare una lotta per la sua rinascita».
Ma cosa accadde in seguito? Nel giugno del 1941 le armate hitleriane invasero l’URSS, sottraendo ai russi i territori in cui si trovavano i campi che erano stati riservati ai detenuti polacchi. Meno di due anni dopo, precisamente il 13 aprile 1943, i tedeschi annunciarono di avere scoperto le fosse comuni di Katyn, dove – dissero – erano stati rinvenuti i corpi di migliaia di ufficiali polacchi fucilati dagli agenti del Nkvd. Immediatamente, per alimentare la propaganda antisovietica, fu istituita una Commissione medica internazionale d’inchiesta, incaricata di documentare scientificamente il massacro. La conclusione di quest’ultima fu che i cadaveri risalivano alla primavera del 1940: una data che accusava in maniera incontrovertibile i sovietici e che fu confermata anche da una Commissione tecnica della Croce Rossa polacca (che annoverava, all’insaputa dei tedeschi, alcuni membri della resistenza e che, per non favorire la propaganda nazista, preferì non pubblicare le proprie conclusioni, affidandole in gran segreto al governo britannico).
In seguito, quando l’Armata Rossa in avanzamento verso ovest recuperò Katyn, i sovietici si affrettarono ad istituire una propria Commissione per confutare i risultati dell’inchiesta internazionale. La nuova versione, scontata, addossava ai nazisti la responsabilità dell’eccidio, collocabile cronologicamente nell’agosto-settembre del 1941. In questa sede, per questioni di spazio, non è possibile entrare nel merito delle opposte conclusioni delle due Commissioni: basti dire, però, che i corrispondenti occidentali – appositamente invitati per accreditare la nuova inchiesta – notarono che i cadaveri degli ufficiali polacchi indossavano abiti invernali, di fatto costringendo – non senza imbarazzo – i sovietici a rettificare la data dei decessi e ad inserire questi ultimi in un arco temporale compreso «tra l’agosto e il dicembre del 1941».
La versione sovietica – sfacciatamente manipolata – fu ad ogni modo “protetta” dalla complicità occidentale, considerata la necessità, nell’immediato, di concentrare gli sforzi per annientare definitivamente la Germania nazista. Churchill, al riguardo, fu piuttosto esplicito, e al capo del governo polacco in esilio, Sikorski, che chiedeva spiegazioni su Katyn, rispose cinicamente: «Se sono morti non c’è niente che possa riportarli indietro. […] Dobbiamo sconfiggere Hitler e questo non è il momento per litigi e accuse». Posizione, quella inglese, che se era comprensibile in tempo di guerra, certo divenne ingiustificabile dopo il 1945, quando prevalse la volontà di evitare lo scontro diplomatico con una grande potenza (e di non compromettere vantaggiosi rapporti economici).
Anche Roosevelt, piuttosto indifferente rispetto al destino dell’Europa orientale, preferì non inimicarsi Stalin più del dovuto; il che contribuì a rafforzare la menzogna sovietica, che già aveva tratto credibilità dall’inconcludenza dei giudici alleati del processo di Norimberga, i quali, pilatescamente, avevano sorvolato sui fatti di Katyn. Di fatto, l’arrendevolezza occidentale convinse i russi a tenere duro. Scrive al riguardo Zaslavsky: «I servizi segreti sovietici approfittarono di questo clima di complicità e indifferenza per organizzare una campagna internazionale tesa a gettare discredito e costringere a tacere le persone che conoscevano il caso Katyn per esperienza diretta, in particolare quei membri della Commissione medica internazionale che vivevano nei paesi fuori del raggio d’azione immediata degli uomini di Berija. La loro sorveglianza fu affidata ai partiti comunisti locali».
Anche il membro italiano della Commissione, professor Vincenzo Palmieri, fu tenuto sotto stretta sorveglianza da parte del PCI e sottoposto a pesanti attacchi intimidatori, dal momento che non accettava di ritrattare la sua versione su Katyn. L’accanimento nei suoi confronti fu tale da spingere il corpo docente dell’Università di Napoli a chiederne l’allontanamento dall’insegnamento, il che non avvenne solo grazie all’intervento diretto del rettore Adolfo Omodeo. Era infatti il clima stesso della guerra fredda ad impedire che il PCI ammettesse le responsabilità sovietiche e accettasse che la verità prendesse il sopravvento sull’ideologia. Ancora nel 1990, giusto per fare un esempio, nella Storia dell’Unione Sovietica del comunista Giuseppe Boffa si leggeva che «la verità sulla tragedia di Katyn non potrà mai essere stabilita in modo oggettivo». Oggi, fortunatamente, dopo il crollo dell’URSS e l’apertura degli archivi sovietici, simili menzogne non sono più sostenibili. Resta però da chiedersi: quanti studenti, anche di livello universitario, attualmente conoscono questa pagina drammatica della storia contemporanea?

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L'eccidio di Porzus: il martirio dei partigiani bianchi della «Osoppo»

(articolo apparso su Prima Pagina del 31 agosto 2014)

Il 7 febbraio 1945, guidato da Mario Toffanin detto «Giacca», un commando dei GAP comunisti di Udine attaccò presso le Malghe di Porzus il comando delle formazioni partigiane «Osoppo» – di orientamento cattolico e azionista –, accusato di tradimento e collaborazione col nemico (in particolare a causa di alcuni contatti con la X MAS in funzione antislava). Quattro persone (il comandante, il commissario politico, un giovane volontario e una ragazza) furono fucilate immediatamente dopo il disarmo, mentre per i restanti osovani (diciassette) il destino si compì nei giorni successivi. «Costretti a scendere a valle e caricati su dei camion – scrive Elena Aga-Rossi –, furono portati nella zona del Bosco Romagno (Cividale del Friuli), dove furono trucidati a piccoli gruppi. Solo due partigiani, che accettarono di passare nelle fila garibaldine, furono risparmiati». Tra le vittime di quello che da allora è ricordato come l'eccidio di Porzus figuravano anche Francesco De Gregori (comandante della «Osoppo», zio dell'omonimo cantautore) e il fratello minore di Pier Paolo Pasolini, Guido, appena diciannovenne.
Ma come si arrivò a quella carneficina? Per prima cosa, occorre considerare che il comune denominatore dell'antifascismo non impediva ad osovani e comunisti di dividersi in modo radicale su una questione fondamentale: l'italianità del Friuli orientale e della Venezia Giulia, difesa con determinazione dai primi e, al contrario, avversata dai secondi per tenere fede all'alleanza – di natura ideologica – con i partigiani sloveni. I propositi di questi ultimi erano chiari. Come scrisse il leader comunista sloveno Edvard Kardelj in una lettera del 9 settembre 1944, tra le formazioni della Resistenza italiana occorreva «fare un repulisti di tutti gli elementi imperialisti e fascisti»; il che, tradotto, significava che le forze di Tito non avrebbero dovuto «lasciare su questi territori nemmeno una unità nella quale lo spirito imperialistico italiano potrebbe essere camuffato da falsi democratici».
A fronte di questa aggressività slava, il PCI si mostrò opportunisticamente arrendevole. Il 17 ottobre 1944 Togliatti incontrò a Roma Kardelj, il quale in seguito commentò il colloquio col «Migliore» con queste parole: «Egli non mette in discussione che Trieste spetti alla Jugoslavia, tuttavia ci raccomanda di applicare una politica nazionale atta a soddisfare gli italiani». A conferma di questa versione è sufficiente citare la missiva che lo stesso Togliatti, pochi giorni dopo l'incontro con Kardelj, inviò a Vincenzo Bianco, alto dirigente e rappresentante del PCI nella Venezia Giulia: nella lettera veniva impartita la direttiva di favorire con ogni mezzo «l'occupazione della regione giuliana da parte delle truppe del maresciallo Tito» e di «prendere posizione contro tutti quegli elementi italiani che si mantengono sul terreno e agiscono a favore dell'imperialismo e nazionalismo italiano e contro tutti coloro che contribuiscono in qualsiasi modo a creare discordia tra i due popoli». Superfluo sottolineare che i membri della «Osoppo» rientravano in questa categoria, anche perché – come ha scritto Tommaso Piffer – «erano [...] gli stessi comunisti a imporre i prerequisiti necessari per far parte del campo antifascista, tacciando di filofascismo ogni divergenza tattica o pregiudiziale anticomunista».
Le direttive di Togliatti furono presto accolte. In novembre le formazioni comuniste passarono infatti sotto il controllo di quelle slovene, che diedero inizio ad una violenta opera di propaganda antitaliana (fatta di minacce e di intimidazioni). Di fatto, come ricorda un garibaldino amico di alcuni esponenti osovani, gli sloveni pianificarono una slavizzazione forzata dei territori da loro occupati «con plebisciti, chiusura di scuole italiane, imposizioni della lingua slovena, il reclutamento coatto dei giovani». In pratica, a difendere la causa nazionale italiana rimasero le sole formazioni della «Osoppo», un serio ostacolo che si frapponeva tra le forze titine e la realizzazione dei loro piani annessionistici.
A questo proposito, giova citare un documento rinvenuto negli archivi di Stato inglesi e pubblicato nel 2008. A rilevarne l'importanza è ancora Elena Aga-Rossi: «Si tratta del resoconto di un incontro avvenuto in Val Resia il 1° gennaio 1945 tra un comandante di una brigata “Osoppo” operante in quella zona, Romano Zoffo, e gli sloveni. L'intenzione di questi ultimi, esplicitamente dichiarata nel corso del colloquio, era quella di ottenere il completo controllo militare della zona, per poi annetterla attraverso un plebiscito da tenere sotto la minaccia delle armi. La presenza di forze partigiane italiane autonome era evidentemente un ostacolo per la realizzazione di questo piano. Nel corso del colloquio gli sloveni intimarono il passaggio sotto il loro comando della formazione “Osoppo”, con la minaccia di procedere, in caso contrario, al disarmo delle forze osovane. La proposta fu seccamente respinta, e “Livio”, questo il nome di battaglia del partigiano, dichiarò che il destino della Val Resia sarebbe stato deciso dal trattato di pace. Questo scontro verbale non ebbe effetti immediati, ma suona come il prologo di una tragedia annunciata, che si sarebbe compiuta un mese dopo a Porzus».
Come è facile intuire, i punti centrali della questione sono essenzialmente due. Da un lato, l'apparente paradosso di un clamoroso ed efferato fatto di sangue che ha coinvolto due formazioni partigiane che, in teoria, avrebbero dovuto avere come primario obiettivo la comune lotta contro il nemico nazifascista; dall'altro, l'ambigua politica di un PCI che si presta al doppio gioco con Mosca, sacrificando la causa nazionale sull'altare dell'ideologia. A questo proposito è bene ricordare che già nel 1941 Stalin, in occasione di una visita a Mosca del ministro degli Esteri britannico Anthony Eden, aveva proposto una riorganizzazione dei confini europei per il dopoguerra che prevedeva che «la Jugoslavia dovrebbe essere ricostituita nei suoi vecchi confini e un po' ampliata a spese dell'Italia (Trieste, Fiume, le isole nell'Adriatico ecc.)». La strategia sovietica, del resto, era chiara: estendere il più possibile il territorio posto sotto il controllo delle formazioni comuniste, al fine di poterlo poi rivendicare, a guerra conclusa, nei confronti delle potenze occidentali (individuate come nemici in quella guerra fredda di cui già si avvertivano le avvisaglie). L'annessione della Venezia Giulia alla Jugoslavia era dunque funzionale a questo intento, come prova, tra le altre cose, un telegramma datato 15 aprile 1944 inviato da Stalin e Molotov a Tito, nel quale il leader sovietico e il suo ministro degli Esteri dichiaravano di considerare la Jugoslavia «il nostro principale baluardo nell'Europa orientale meridionale».
Alla luce di queste considerazioni, non sorprende che il tema dell'eccidio di Porzus sia tuttora piuttosto delicato. In gioco entra infatti la credibilità del PCI quale partito nazionale, accusato di tradimento per aver operato a danno degli interessi italiani nelle regioni del confine orientale. Da questa accusa i responsabili dell'eccidio di Porzus furono assolti al processo di Lucca del 1952 (che pure inflisse 800 anni complessivi di reclusione a 33 imputati detenuti a ad altri latitanti) e, nuovamente, a quello di Firenze del 1954, anche se in quel caso si stabilì che gli imputati avevano compiuto la strage reputandola «utile e necessaria per conseguire lo scopo di distaccare dallo Stato Italiano parte del suo territorio» (l'assoluzione fu motivata dalla constatazione che, al di là dell'intenzione, occorreva che sussistesse un concreto pericolo di aggressione al suolo nazionale; questa interpretazione fu poi contestata dalla Corte di Cassazione, ma tutto si risolse nel nulla per l'intervenuta amnistia del 1958).
Ancora oggi, dopo settant'anni di controversie politiche e storiografiche, risulta complicato giungere ad una memoria condivisa dei fatti di Porzus, a causa soprattutto dell'ostinato rifiuto da parte dell'ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d'Italia, sin da subito organizzatasi sotto l'egida del PCI) di riconoscere le responsabilità – morali e strategiche – del Partito comunista. Solo nel 2001 Giovanni Padoan (commissario politico garibaldino) e don Redento Bello (cappellano delle «Osoppo») si incontrarono alle Malghe per un tentativo di riconciliazione, che tuttavia non ebbe seguito. In quell'occasione, Padoan lesse un'importantissima dichiarazione, nella quale, tra le altre cose, si diceva: «L'eccidio di Porzus e del Bosco Romagno [...] è stato un crimine di guerra che esclude ogni giustificazione. [...] Benché il mandante dell'eccidio sia stato il Comando sloveno del IX Korpus, gli esecutori, però, erano gappisti dipendenti anche militarmente dalla Federazione del PCI di Udine, i cui dirigenti si resero complici del barbaro misfatto; e siccome i GAP erano formazioni garibaldine, anche se personalmente non sono stato coinvolto nell'eccidio, quale dirigente del PCI d'allora e come ultimo membro del Comando Raggruppamento divisioni “Garibaldi-Friuli”, assumo la responsabilità oggettiva [...]. E chiedo formalmente perdono e scusa agli eredi delle vittime».
Il perdono, infatti, è ciò che manca per porre davvero fine all'intera vicenda. Le ferite della Seconda guerra mondiale faticano a rimarginarsi proprio perché l'odio ideologico impedisce, ancora oggi, di trovare un punto d'incontro sulle responsabilità. L'eccidio di Porzus, del resto, lascia ben pochi dubbi su chi siano state le vittime e chi i carnefici. Commemorando il fratello pochi mesi dopo la sua morte, Pasolini lo disse chiaramente: «Essendo stato richiesto a questi giovani, veramente eroici, di militare nelle file garibaldino-slave, essi si sono rifiutati dicendo di voler combattere per l'Italia e la libertà; non per Tito e il comunismo. Così sono stati ammazzati tutti, barbaramente».

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lunedì 25 agosto 2014

Il rebus Togliatti, ovvero: come può uno stretto collaboratore di Stalin costituire un modello di azione politica?

(articolo apparso su Prima Pagina del 24 agosto 2014)

Di recente sulle pagine di questo giornale è apparsa una polemica tra la parlamentare del PD Giuditta Pini e il vicesegretario regionale del Partito Repubblicano Paolo Ballestrazzi. Oggetto della contesa, un giudizio su Palmiro Togliatti, storico segretario del PCI. Per farla breve, alla Pini che ha affermato che «Paragonarmi al segretario Pci Togliatti che evitò la guerra civile mi onora», Ballestrazzi ha replicato tacciando la deputata democratica di «superficialità» e delineando un breve profilo poco lusinghiero della figura del «Migliore».
Per dovere di correttezza nei confronti del lettore, è bene fare chiarezza su un aspetto: l’autore delle righe che state scorrendo concorda pienamente con le perplessità espresse dall’esponente repubblicano in merito all’opportunità di richiamarsi all’esperienza storica di un uomo che nasconde diversi grossi scheletri nell’armadio. In sostanza, volendo anticipare la tesi finale di questo articolo, chi scrive ritiene che Togliatti non sia certo una figura di cui la sinistra italiana possa andare fiera. E siccome Ballestrazzi si è soffermato, nel suo pezzo, essenzialmente sul periodo successivo alla Seconda guerra mondiale, compito di questa pagina sarà argomentare l’opinione poc’anzi espressa compilando un breve excursus delle malefatte del Migliore per quanto attiene agli anni precedenti la Liberazione.
Tralasciando – per questioni di spazio – le prime esperienze giovanili, possiamo cominciare dal 25 luglio 1935. Quel giorno, in occasione dell’apertura a Mosca del VII congresso dell’Internazionale Comunista, Togliatti tenne un discorso di omaggio a Stalin, lodando il dittatore sovietico per aver «mantenuto la purezza della dottrina marxista-leninista». Erano parole di circostanza – di certo consigliabili (per usare un eufemismo…) nella Russia di quegli anni –, ma rivelatrici, involontariamente, di una caratteristica fondamentale del cosiddetto «compagno Ercoli»: l’innata capacità – ha scritto Massimo Salvadori – di riconoscere «nel conformismo il presupposto vitale del comunismo internazionale». Nell’Unione Sovietica degli anni Trenta (quelli delle purghe, per intendersi) la fedeltà a Stalin era infatti un essenziale requisito di sopravvivenza, e in questa particolare gara dell’ossequio – formale e sostanziale – Togliatti non era secondo a nessuno.
Al riguardo, ha scritto Philippe Baillet: «In Togliatti, l’approvazione delle purghe staliniste fu spinta alle estreme conseguenze. Essa rispondeva a una logica rigorosa, a una sorta di ingranaggio che, una volta avviato, diveniva fatale. A partire dal momento in cui accede ad altissime funzioni all’interno del Comintern, Togliatti dà talvolta l’impressione – a prescindere dal fanatismo e dalla convinzione – di agire sotto la sua influenza, di essere “tenuto in pugno”».
Di certo il Migliore era talmente scrupoloso quando si trattava di seguire le direttive di Stalin che non guardava in faccia a nessuno. Nemmeno alle decine di italiani (108, secondo alcune recenti stime) che tra il 1935 e il 1938 furono tratti in arresto con le accuse più assurde e pretestuose (è noto che Stalin era ossessionato dall’incubo del sabotaggio), per poi essere torturati (era questo il metodo utilizzato per estorcere le confessioni) e infine giustiziati. In base a quanto emerso dalle ricerche di Elena Dundovich – che ha ricostruito i processi delle vittime –, Togliatti diede il proprio assenso all’eliminazione di molti di questi presunti oppositori. In un recente volume, Giancarlo Lehner e Francesco Bigazzi hanno riassunto un caso specifico che vale la pena citare a titolo esemplificativo: «In un documento datato 25 dicembre 1936, catalogato come “segretissimo”, al terzo paragrafo c’è una lista di tredici comunisti italiani, fra cui Vincenzo Baccalà, bollati come “elementi negativi”. Accanto ai nomi di Rossetti (Baccalà) e di Modugno, c’è una nota: “trotzkista, deportare” […]. E in fondo al testo, la scritta: “Soglasen” (“Sono d’accordo”), firmato “Ercoli”».
L’intransigenza di Togliatti non fu ad ogni modo riservata ai soli connazionali. Nel 1938, infatti, il Migliore appose la propria firma in calce al documento di scioglimento del Partito comunista polacco, i cui dirigenti, che erano stati etichettati come trotzkisti e buchariniani, furono immediatamente liquidati. Sul ruolo e sul comportamento del leader comunista italiano, scrive Francesco Bigazzi: «Palmiro Togliatti rientrò improvvisamente a Mosca dalla Spagna, dove rappresentava la Terza Internazionale durante le guerra civile, per ratificare la scomparsa nel nulla di un intero partito, come se non fosse mai esistito. Solo in questo modo si spiega come mai il compagno Ercoli, che era il “numero due” del Comintern, abbia firmato per ultimo».
Di lì a pochi anni furono poi nuovamente gli italiani a dover sperimentare gli effetti del cinismo togliattiano. Inverno 1942-43: decine di migliaia di soldati dell’ARMIR cadono prigionieri nelle mani dei russi e sono trasferiti nelle retrovie in condizioni al limite della sopravvivenza. Nei campi di detenzione, tuttavia, il loro tasso di mortalità è così elevato da suscitare le perplessità di Vincenzo Bianco, stretto collaboratore di Togliatti. Questi, scrivendo al compagno Ercoli, chiede che si intervenga affinché i prigionieri «non muoiano in massa», ma la risposta che ottiene è in linea con il fanatismo che Stalin pretende da parte di tutti i suoi sottoposti: «La nostra posizione di principio rispetto agli eserciti che hanno invaso l’Unione Sovietica è stata definita da Stalin, e non vi è più niente da dire. Nella pratica, però, se un buon numero di prigionieri morirà, in conseguenza delle dure condizioni di fatto, non ci trovo assolutamente niente da ridire. […] Il fatto che per migliaia e migliaia di famiglie la guerra di Mussolini, e soprattutto la spedizione contro la Russia, si concludano con una tragedia, con un lutto personale, è il migliore, il più efficace degli antidoti». In totale, secondo quanto calcolato da Elena Aga-Rossi e Victor Zaslavsky, furono circa 85.000 i prigionieri italiani in URSS: nel 1946, quando l’ambasciata sovietica informò Roma di avere terminato le procedure di rimpatrio, fecero ritorno in Italia 21.193 persone, delle quali 11.000 erano in realtà ex prigionieri dei tedeschi catturati dopo l’8 settembre e passati in seguito sotto il controllo dell’Armata Rossa.
Da questa vicenda emerge dunque un ritratto di Togliatti in versione Ponzio Pilato: in sostanza, quando si trattava di prendere posizione per tentare di salvare delle vite – specie se quelle di connazionali –, il Migliore spesso preferì fare un passo indietro, onde evitare di esporsi in prima persona. Così fece anche per quanto concerne i massacri anti-italiani perpetrati da Tito (le foibe, ma anche più “tradizionali” deportazioni), che – secondo i calcoli di Gianni Oliva – costarono la vita a 10.137 persone. In quell’occasione, infatti, non solo Togliatti non mosse un dito per protestare contro la pulizia etnica di matrice slava, ma si preoccupò di scrivere sull’«Unità» del 1° maggio 1945 che i triestini avrebbero dovuto accogliere i soldati di Tito «come truppe liberatrici» e collaborare strettamente con essi «per schiacciare la resistenza tedesca e fascista».
Un’ultima annotazione riguarda infine il ruolo svolto dal PCI durante il periodo della Resistenza. In poche parole, se la lotta partigiana non fu solo guerra di liberazione, ma anche – e per certi versi soprattutto – guerra civile, la responsabilità fu anche dei comunisti, determinati a sfruttare lo sfacelo politico post-8 settembre per impadronirsi del potere. Ad accreditare questa tesi fu, tra i primi, Renzo De Felice: «Da parte comunista [...] non fu mai accettata l’idea che la lotta partigiana dovesse portare a un ritorno della democrazia “parlamentare borghese” e che la “svolta di Salerno”, realizzata appena rientrato Togliatti in Italia, potesse non essere un espediente tattico. Per Secchia, per Longo, per la gran maggioranza dei dirigenti del nord [...] l’obiettivo finale del Pci era e rimase sino alla fine [...] la realizzazione di una democrazia “popolare” [...] concepita come momento tattico e di transizione – come giustamente ha scritto il Bertelli – verso il “raggiungimento dell’irrinunciabile mito della dittatura del proletariato”».
Aggiunge poi lo stesso De Felice in un altro passo significativo: «La disponibilità degli archivi russi non lascia ormai più dubbi sul fatto che la politica del Pci [...] fu concepita e diretta da Mosca in funzione della realizzazione dei propri obiettivi di espansione diretta e indiretta e che i dirigenti comunisti italiani aderirono totalmente ad essa. In particolare, contrariamente a quanto Togliatti subito si preoccupò di accreditare e la vulgata, politica e storiografica, comunista si è adoperata a rendere una sorta di dogma [...], la documentazione oggi disponibile rivela che alla “svolta di Salerno” non può essere attribuito alcun carattere di autonomia politica rispetto all’Urss».
È proprio questo, del resto, il punto della questione. Può uno stretto collaboratore di Stalin – cioè, per essere chiari, un uomo che ha lavorato fianco a fianco con uno dei più grandi criminali che la storia ricordi – costituire un modello di azione politica nel 2014? L’impressione è che se l’Italia fosse un paese democraticamente più maturo questo semplice accostamento sarebbe sufficiente a delegittimare definitivamente una figura così ingombrante come Togliatti. Forse sarebbe ora che alcune frange della sinistra la facessero finita una volta per tutte con certe imbarazzanti nostalgie.

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sabato 23 agosto 2014

I totalitarismi del XX secolo: origini, caratteri e peculiarità

(articolo apparso su Prima Pagina del 17 agosto 2014)

Il termine 'totalitarismo' fu introdotto intorno agli anni Venti negli ambienti antifascisti per definire polemicamente il regime instaurato da Mussolini. A dispetto però della sua iniziale accezione denigratoria, esso non fu respinto dal duce, che anzi lo utilizzò, insieme con Giovanni Gentile, nella stesura della voce Fascismo dell'Enciclopedia italiana. Ciò che Mussolini intendeva comunicare era l'idea della totale identificazione tra Stato e società: il fascismo non era cioè da intendersi come una tradizionale forza politica, bensì come una religione laica – fattasi Stato – che doveva permeare ogni singolo aspetto dell'esistenza (civile, sociale e morale) dell'individuo, definendone di fatto il significato ed il fine ultimo.
Successivamente, il concetto di totalitarismo venne impiegato in riferimento a tutti i regimi a partito unico, senza distinzioni ideologiche. Fu tuttavia il celebre libro di Hannah Arendt – Le origini del totalitarismo (1951) – a fare ulteriore e definitiva chiarezza sull'utilizzo del termine: dall'uscita di quel lavoro, ancora oggi siamo soliti definire totalitario un regime mirante alla “costruzione” dell'uomo nuovo in cui convivano indottrinamento ideologico e terrore repressivo. Sbaglia pertanto chi non scorge la differenza che sussiste tra i due aggettivi 'autoritario' e 'totalitario', essendo il primo di uso comune in riferimento a governi preoccupati del solo annientamento del dissenso e il secondo attribuibile a quelle forze politiche che non possono fare a meno della ricerca del consenso delle masse. Ciò che pertanto accomuna fascismo, nazismo e comunismo (ovvero le tre forme principali di totalitarismo) è la volontà di mobilitare l'intera società (di nazionalizzare le masse, per dirla con George L. Mosse). Volontà che consente di valutare il percorso storico di questi tre movimenti politici privilegiando le analogie rispetto alle differenze, pur senza pretendere di considerarli come un tutt'uno (come ignorare, per esempio, che il fascismo fu un totalitarismo imperfetto per via di due forti contrappesi – monarchia e Chiesa – che ne limitavano l'azione, o che il nazismo si basava su una premessa razzista assente in Italia e in URSS?).
Analizziamo dunque, in estrema sintesi, alcuni tratti comuni ai tre grandi totalitarismi del Novecento.
L’ideologia – Si tratta dell’elemento fondamentale, che si caratterizza come concezione antropologica in base alla quale al regime uscito vittorioso dalla rivoluzione spetta il compito di forgiare un uomo nuovo (o “purificato”, nel caso del nazismo, dalla contaminazione ebraica). In questa prospettiva – come ha rilevato Tzvetan Todorov – il totalitarismo scaturisce da «una promessa di pienezza, di vita armoniosa e di felicità», strutturandosi, di fatto, come una sorta di «millenarismo ateo» che si propone di garantire il raggiungimento dell’obiettivo della felicità in terra. Perché ciò avvenga è però necessario che si instauri un rapporto fideistico tra il capo e l’immensa massa liturgica della nazione, partendo dal presupposto che ogni forma di dissenso non è altro che un ostacolo – da rimuovere con ogni mezzo – che si frappone tra il popolo e il suo immancabile destino di grandezza.
Le ideologie sono di varia natura, ma hanno tutte un sostrato mitologico che attinge spunti dalla storia in modo strumentale (si pensi al paganesimo germanico, alla Roma imperiale e alla canonizzazione di Lenin quale apostolo della rivoluzione marxista). Altro elemento decisivo, infine, è l'odio, sfruttato quale potente fattore di aggregazione (si pensi agli ebrei per Hitler o ai sabotatori per Stalin; Mussolini in questo fu più vario, ma ebbe sempre un nemico pronto per la propaganda, come la classe dirigente liberale, la borghesia, le «democrazie plutocratiche», e via dicendo). Al riguardo, lo scrittore statunitense Eric Hoffer ha notato che «l'odio è il più accessibile e completo di tutti gli agenti unificanti: discosta e svelle l'individuo dal proprio Io, lo distrae dal suo benessere e dal suo futuro, lo libera da gelosie ed egoismi, ed egli diventa un corpuscolo anonimo che freme per fondersi e mescolarsi ai suoi simili in una massa incandescente. [...] I movimenti di massa possono sorgere e propagarsi anche senza un Dio in cui credere, ma mai senza un diavolo, e alla vividezza e tangibilità di quest'ultimo è in genere proporzionata la forza del movimento».
L’ambiguo rapporto con la modernità – Il totalitarismo si propone come garanzia di sicurezza psicologica dinanzi all’inquietante dilagare di quella modernità che ai primi del Novecento cominciava a sovvertire usanze e abitudini plurisecolari. L’industrializzazione aveva però anche un lato suadente ed accattivante, dal momento che dava l’illusione di poter rendere accessibile a tutti il benessere materiale. Ecco quindi che si spiegano alcune contraddizioni tipiche dei regimi totalitari del XX secolo: la modernizzazione (in particolar modo quella relativa agli armamenti) era ovunque esaltata come sinonimo di potenza della nazione, ma l’immagine di famiglia che si voleva trasmettere era ancora, rigorosamente, quella rurale, con la campagna preferita alla città quale luogo di crescita e sopravvivenza dei valori tradizionali.
Il culto del capo – In tutti i totalitarismi del XX secolo il capo ricopre un ruolo decisivo, essendo incarnazione della patria, sua guida ed indiscusso punto di riferimento. Mussolini, in altre parole, era l'Italia, così come Hitler era la Germania e Stalin la Russia. Ne conseguiva che sottrarsi a un ordine del capo significava, di fatto, rinnegare la patria.
Il capo è pertanto un essere divinizzato, i cui scritti costituiscono una sorta di vangelo laico della nazione. La propaganda gli attribuisce un epiteto altisonante per distinguerlo da tutte le altre cariche dello Stato (Duce, Fuhrer, Padre del popolo russo) e per sottolineare il forte legame con il popolo, da cui si presume derivi il conferimento del suo ruolo di leader indiscusso. Al riguardo, l'iconografia del tempo consente di constatare come tutti i dittatori amassero farsi ritrarre accanto a bambini, o (soprattutto nel caso di Mussolini) mentre erano intenti a svolgere attività manuali. L'idea di fondo, in sostanza, era che tra capo e folla non dovesse sussistere alcuna barriera: il contatto – come doveva risultare evidente durante i discorsi pubblici, infarciti di domande retoriche che davano al popolo l'impressione di dialogare direttamente e liberamente con il suo leader – era diretto, non mediato.
Il partito unico – Come ha scritto lo storico Giorgio Vecchio, nei totalitarismi «il partito fu presentato come l'unico autentico interprete della società nuova che la 'rivoluzione' avrebbe costruito. Esso era dunque l'interprete e l'avanguardia della nazione, dotato per di più di mezzi coercitivi, avendo a disposizione almeno in certe circostanze delle milizie armate». Suo compito era quello di alimentare la fede laica nella patria (attraverso collaudate liturgie di massa) e di politicizzare l'intera società.
L'appartenenza al partito – inizialmente inteso come comunità di eletti – divenne col tempo un requisito imprescindibile per poter ricoprire determinati ruoli (pubblici e professionali). La conseguenza fu che, ovunque, i partiti unici si ingrandirono a dismisura, arrivando a contare milioni di iscritti. Le inevitabili frizioni che sorsero con le istituzioni statali furono gestite in modo differente dai tre grandi regimi totalitari del Novecento: in Italia Mussolini preferì occupare di persona le cariche di capo del governo e ministro degli Interni, attribuendo al PNF un ruolo per lo più onorifico; in URSS prevalse invece la soluzione opposta, essendo il potere stabilmente nelle mani del segretario del PCUS; in Germania, infine, Hitler assunse le cariche di cancelliere e presidente della repubblica (unificandole in quella di Fuhrer), sommandole a quella di leader indiscusso del partito nazista.
A conclusione di questa breve sintesi dei principali tratti comuni ai tre grandi regimi totalitari del secolo scorso è bene richiamare la summenzionata riflessione di Todorov. Se è vero, infatti, che il totalitarismo pretende di appropriarsi della vita delle persone alle quali è imposto come struttura di potere, come è possibile che esso abbia goduto di enorme fascino, tanto da risultare estremamente più seducente della democrazia? Risponde lo storico bulgaro: «Il totalitarismo contiene una promessa di pienezza, di vita armoniosa e di felicità. È vero che non la mantiene, ma la promessa perdura, e ci può sempre raccontare che la prossima volta sarà quella buona e che verremo salvati. La democrazia liberale, invece, non contiene una promessa simile; si impegna soltanto a permettere a ognuno di cercare per proprio conto felicità, armonia e pienezza. Assicura, nel migliore dei casi, la tranquillità dei cittadini, la loro partecipazione alla conduzione degli affari pubblici, la giustizia nei loro reciproci rapporti e in quelli con lo stato; non promette la salvazione. L'autonomia, sia individuale che collettiva, pietra angolare dei regimi democratici, corrisponde al diritto di cercare attraverso se stessi, non alla certezza di trovare».
Resta dunque spazio per un'ulteriore domanda: meglio la libertà connessa al rischio – concreto – del fallimento individuale, o l'appagamento che deriva dal sentirsi parte di qualcosa, costi quello che costi? Forse il segreto per comprendere il totalitarismo sta tutto in questo dilemma.

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Il Novecento: il secolo di sangue

(articolo apparso su Prima Pagina del 10 agosto 2014)

Per la storia dell'umanità, il Novecento ha significato molto in termini di civiltà e progresso (intendendo con questa parola sostanzialmente il miglioramento della qualità della vita). Basti pensare alle conquiste sindacali, all'emancipazione femminile, alla valorizzazione teorica dei diritti cosiddetti inalienabili e del concetto di pace contrapposta alla guerra, alla nascita della sensibilità ambientale, allo sviluppo del volontariato e, più in generale, al tentativo di adeguare la politica – in tutte le sue forme – alle esigenze della modernità.
A fronte però di questo evidente primato nell'ambito del riconoscimento dei diritti e delle conquiste sociali, il Novecento si segnala nella storia per un'altra, drammatica peculiarità: è stato, senza dubbio, il secolo del sangue e della violenza, molto più di tutte le epoche che l'hanno preceduto. Scrive al riguardo lo storico Giorgio Vecchio: «Nessuna epoca dell'umanità è andata esente dall'uso e dall'abuso della forza: guerre, saccheggi, stupri, rapine, omicidi pubblici e privati segnano il programma della storia [...]. Riconosciuto questo, tuttavia, non si può fare a meno di notare che il Novecento ha visto il crescere esponenziale della violenza, negando alla radice l'idea che la storia possa essere concepita come una linea di pur lento, ma inarrestabile, progresso».
Se si dovesse scegliere un'immagine simbolo del XX secolo, la scelta probabilmente cadrebbe su una delle tante fotografie che ritraggono i volti sofferenti e smagriti di deportati in un campo di concentramento. Il Lager – per come lo intendiamo noi oggi – è infatti una delle più atroci "novità" introdotte dal Novecento. A partire dai campi costruiti dagli inglesi durante la guerra anglo-boera del 1899-1902 (in totale ben 44, con un pesante bilancio – dovuto alle pessime condizioni di vita al loro interno – di 28.000 morti, di cui 22.000 sotto i 16 anni), la deportazione e l'internamento divennero prassi comune a tutti i popoli – in teoria – più avanzati. Alcuni casi sono celebri: si pensi ai campi destinati ad accogliere (si fa per dire...) i prigionieri della Grande Guerra, al sistema GULag sovietico del periodo staliniano e ai Lager nazisti. Altri, invece, sono senz'altro meno conosciuti: è il caso – giusto per fare qualche esempio – dei campi aperti dagli italiani nel periodo 1936-1943 per l'internamento di etiopi e jugoslavi; di quelli statunitensi destinati agli immigrati giapponesi ed italiani durante la Seconda guerra mondiale; o di quelli francesi allestiti nel corso della guerra d'Algeria (1954-1962). Impossibile, in questa sede, offrire un elenco esaustivo. Al di là dei numeri, infatti, è sufficiente notare che il XXI secolo non si è certo dimenticato di questo barbaro strumento e che la nazione guida del progredito Occidente (gli USA) non si è fatta troppi scrupoli quando si è trattato di aprire l'ormai celebre campo di Guantanamo.
Gabriele Ranzato, a proposito della violenza senza pari che ha insanguinato il Novecento, ha scritto che essa sarebbe ascrivibile alla diffusione planetaria dei concetti di guerra e nemico totale. A suo parere, «fondamentale presupposto emotivo e morale della guerra totale è l'esistenza oggettiva – o anche solo la percezione soggettiva – di un nemico totale, cioè di un nemico che non si limita a contendere il possesso di un territorio o di una risorsa importante per il benessere di un paese, ma di un nemico che metta in giuoco, in imminente pericolo, la civiltà, la libertà, l'esistenza stessa del paese, dei suoi uomini e delle loro famiglie». In sostanza, è «il senso di questo pericolo estremo» – reale o supposto che sia – a giustificare il ricorso a drastici metodi di lotta che vanno ben al di là della tradizionale e consolidata concezione della guerra. Con la conseguenza che quando il conflitto diviene totale esso viene condotto senza esclusione di colpi (come accaduto, per esempio, con la furia nazista o con il ricorso alla bomba atomica, micidiale arma di distruzione di massa).
A causa della diffusione dell'odio ideologico, il Novecento non ha avuto rispetto per nessuno. Altro suo triste primato, infatti, è stato quello dei genocidi. Anche in questo caso, come per i campi di internamento, alcuni stermini sono ben noti (basti pensare a quello degli armeni nel 1915-1916 e, soprattutto, alla Shoah), mentre altri sono per lo più materia di studio per specialisti. Un caso singolare, su cui vale la pena soffermarsi se non altro perché fu uno dei primi genocidi del secolo, è per esempio quello che vide coinvolta la popolazione degli herero in Namibia. Tra il 1904 e il 1906 le forze di occupazione coloniale tedesche agli ordini del generale Lothar von Trotha sterminarono sistematicamente un intero popolo per reprimere un'insurrezione: il bilancio, secondo alcune stime, fu di oltre 70.000 vittime, con una percentuale di morti – ha rilevato John Daniel – di circa nove herero su dieci. Più che una guerra, fu un deliberato massacro. Prosegue infatti lo storico sudafricano: «L'armata tedesca determinò una percentuale di vittime del 90% grazie a tre metodi principali. Il primo era sostanzialmente il principio di non fare prigionieri e comportava l'uccisione di quanti più nemici possibile in combattimenti diretti; il secondo riguardava l'esecuzione indiscriminata dei prigionieri che in qualche modo fossero riusciti a evitare l'annientamento negli scontri a fuoco; la terza e ultima strategia consisteva nel condurre gli uomini herero sopravvissuti, insieme alle donne e ai bambini, nelle zone aride e desertiche della Namibia, dopo aver però distrutto o avvelenato le sorgenti d'acqua conosciute».
Ciò che rende tristemente unico il Novecento nella storia dell'uomo è il ricorso sistematico a pratiche barbariche finalizzate all'annientamento di un nemico. Un caso limite, in questo senso, è quello degli stupri di massa, sempre giustificati sulla base dell'odio ideologico. Nel corso della Prima guerra mondiale toccò inizialmente a francesi e belgi subire ripetute violenze sessuali per mano dei tedeschi (il che portò alla formulazione di teorie razziste, giacché in Francia la propaganda pose l'accento sul rischio di contaminazione del popolo francofono); ma identico trattamento fu riservato, dopo Caporetto, anche agli italiani, sui quali gli occupanti austro-tedeschi in più occasioni infierirono colpendo persino bambine e donne anziane.
Lo stupro divenne in sostanza un'arma di annientamento psicologico, oltre che uno strumento per indebolire – in chiave razzistica – un popolo considerato nemico. Ripetuti episodi di violenza sessuale si ebbero, per esempio, all'interno del cosiddetto sistema GULag, anche se il caso limite è probabilmente quello legato alla guerra sino-giapponese degli anni Trenta. In quell'occasione, infatti, le autorità militari del Sol Levante pianificarono una politica sessuale avente come scopo il rastrellamento di un numero esorbitante di donne (circa 200.000!) – per lo più cinesi, ma anche provenienti dagli altri paesi occupati – destinate alla prostituzione coatta. Ma non è tutto. Quando Nanchino, capitale della Cina nazionalista, nel 1937 cadde in mano giapponese, per l'inerme popolazione locale si scatenò un autentico inferno. Questa la ricostruzione di Giorgio Vecchio: «A decine di migliaia i maschi di Nanchino furono fucilati, o bruciati vivi o usati per le esercitazioni militari al posto dei manichini; si ebbero vere e proprie gare di velocità legate al taglio delle teste. Le stime sul numero complessivo delle vittime cinesi sono molto diversificate, ma alcune portano fino alla cifra di 350.000 persone uccise. Tra le 20.000 e le 80.000 donne furono violentate e in moltissimi casi lo stupro fu seguito dall'uccisione. Gli stupri ebbero caratteri particolarmente crudeli, sia perché esercitati anche su bambine e anziane (spesso con conseguenze mortali), sia per il ricorso a torture, mutilazioni, esposizioni in strada in pose pornografiche, e così via. Uomini e donne cinesi, membri d'una stessa famiglia, furono costretti a violentarsi reciprocamente».
Durante il secondo conflitto mondiale tutti gli eserciti furono responsabili di stupri. Volendo citare due casi tra i meno conosciuti, si potrebbero prendere in considerazione la tragedia vissuta dalle donne tedesche nei territori occupati dall'Armata Rossa in avanzamento verso Berlino e quella delle donne italiane nella zona di Cassino (le cosiddette "marocchinate"), le quali subirono ripetute violenze per mano dei goumiers, truppe marocchine dell'esercito francese impiegate dagli Alleati per lo sfondamento della linea Gustav.
Quella dello stupro risulta essere in sostanza una pratica così diffusa da apparire scontata, come se si trattasse di un danno collaterale pressoché inevitabile in ogni guerra. La fine del secondo conflitto mondiale non coincise infatti con l'abbandono di questo genere di barbarie. Dai crimini dei francesi in Algeria alla tragedia delle donne bosniache nel corso degli anni '90 (passando attraverso le sistematiche violenze perpetrate nei paesi dell'America Latina soggetti a dittature militari), le vittime di questa indefinibile brutalità sono talmente numerose che non si contano. Sono loro, insieme con tutti i milioni di morti provocati dall'odio, i veri protagonisti del secolo scorso?

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