martedì 22 luglio 2014

Auschwitz, la «fabbrica della morte» divenuta simbolo della malvagità umana

(articolo apparso su Prima Pagina del 20 luglio 2014)

«Caricati su un camion attraversammo una Milano deserta e, arrivati alla stazione Centrale, nei sotterranei trovammo pronto per noi un treno merci. A calci, pugni e bastonate in pochi minuti tutti eravamo stati rinchiusi nei vagoni: i nazisti, aiutati dai loro cani e dai loro servi repubblichini, avevano fatto in fretta il loro lavoro! Nel vagone, stipato di un’umanità dolente e disperata, un secchio per gli escrementi e un po’ di paglia in terra, né luce, né acqua. Il viaggio durò una settimana. Stavamo per terra, appoggiati alla parete e dopo tanti pianti scese un gran silenzio su tutti noi condannati e si sentì solo il rumore delle ruote che implacabilmente ci allontanavano dalle nostre case, verso una ignota destinazione. Furono gli ultimi giorni della mia vita con papà».
Con queste parole Liliana Segre ha raccontato le drammatiche fasi del viaggio verso Auschwitz che, a soli quattordici anni, fu costretta a compiere insieme con il padre. Il suo caso, per il semplice fatto che ne è uscita viva, costituisce un’eccezione: secondo quanto scrive lo studioso della Shoah Andrea Villa, infatti, «tra la fine del 1943 e la primavera del 1945 partirono dall’Italia venti convogli ferroviari che trasportarono ad Auschwitz-Birkenau 8.566 ebrei; di questi ne morirono 7.557». Ma come si arrivò a tutto questo? Cos’è stato di preciso Auschwitz?
Berlino, conferenza di Wannsee, 20 gennaio 1942: Reinhard Heydrich, nominato l’anno precedente plenipotenziario per la preparazione della cosiddetta «soluzione finale», comunicò la decisione di dare avvio alla massiccia deportazione verso est degli ebrei residenti nell’area sottoposta al controllo delle armate germaniche. Nei fatti, si trattò di una svolta, anche se in realtà lo sterminio era stato pianificato già anni prima (come prova il fatto che la costruzione del lager di Auschwitz – che fu il principale complesso concentrazionario individuato per portare a termine il progetto di sistematica eliminazione fisica degli ebrei – ebbe inizio nel 1940).
Auschwitz (nome germanizzato della cittadina polacca Oswiecim) fu scelto perché offriva essenzialmente due grossi vantaggi logistici: si trovava in una regione a bassa densità di popolazione e, soprattutto, era ben collegato al resto del Reich tramite un’efficiente rete ferroviaria. Inizialmente il campo era costituito da ventuno vecchie caserme, che furono recintate e circondate da torrette di guardia al fine di accogliere partigiani e oppositori polacchi. Successivamente, a partire dal luglio 1941, il lager fu adottato come sede di un tribunale della Gestapo incaricato di infliggere condanne a morte ai prigionieri russi sospettati di essere commissari politici comunisti: e, in questa fase, la sua capienza aumentò (fino a circa ventimila internati) per poter contenere sempre più manodopera da sfruttare per il lavoro nelle fabbriche sorte nei pressi dello smistamento ferroviario poco distante dal campo.
Appena tre mesi dopo le SS iniziarono le sperimentazioni del gas tossico Zyklon B, sino ad allora utilizzato per la disinfestazione di baracche ed indumenti. A farne le spese furono circa 600 soldati russi e 250 malati terminali. Heinrich Himmler, il capo supremo delle SS, rimase positivamente colpito dall’efficacia della nuova tecnica (di gran lunga preferibile alle fucilazioni di massa), e diede disposizioni perché fosse costruita una propaggine di Auschwitz nel vicino villaggio di Brezinka (in tedesco Birkenau), in modo da aumentare la capienza ad oltre 200.000 internati. Si giunse così, il 25 gennaio 1942, alla decisione di utilizzare il complesso concentrazionario per la deportazione degli ebrei (e, visto il gran numero di cadaveri da smaltire, furono perfezionati i sistemi di cremazione delle vittime grazie soprattutto ai forni appositamente progettati e realizzati dalla ditta Topf di Erfurt).
Sulle drammatiche condizioni del viaggio che, in vagoni merci o in carri bestiame, gli ebrei dovevano compiere per raggiungere Auschwitz-Birkenau non occorre aggiungere molto rispetto alle citate parole della Segre: di fatto, giungere vivi a destinazione non era per niente una cosa scontata. Seguiva la fase – per certi versi la più disumana – della selezione: spogliati di tutti i beni che avevano potuto portare con sé, i deportati erano visitati sbrigativamente da medici delle SS incaricati di verificarne l’abilità al lavoro. I non idonei venivano immediatamente condotti nelle camere a gas (e la loro percentuale era generalmente del 70-80%). Scrive Andrea Villa: «Le donne incinte o con i bambini in braccio, i deboli, gli invalidi, gli anziani e gli adolescenti venivano considerati in ogni caso inabili e avviati a piedi, o su camion, verso le camere a gas (anche se era loro comunicato tramite traduttori che sarebbero stati accompagnati alla disinfestazione e alle docce). La selezione si svolgeva tra grida e pianti, mentre le persone che non volevano separarsi dalle loro famiglie cercavano di uscire dalle file ma venivano respinte violentemente dalle SS e dai Kapò (prigionieri politici o criminali comuni di lungo corso, elevati al ruolo di responsabili della disciplina interna del campo)».
La pianificazione meticolosa di ogni dettaglio in quella che è stata definita la «fabbrica dello sterminio» è quanto di più inquietante si possa immaginare. Senza dubbio, l’aspetto più terrificante è l’inganno attraverso il quale ai prigionieri veniva scrupolosamente taciuto l'imminente destino di morte. Innanzitutto, per fugare sospetti (ma anche per depistare i bombardieri anglo-americani), sui muri degli edifici di Birkenau destinati alla “gassazione” e alla cremazione era stato dipinto dalle SS il simbolo della Croce Rossa Internazionale (e la farsa, per eccesso di zelo, proseguiva con l’obbligo per gli “addetti ai lavori” di indossare camici bianchi). Prima di entrare nelle camere a gas, i deportati erano aiutati a spogliarsi completamente da uomini del Sonderkommando (squadra di prigionieri addetti al lavoro nel crematorio), ai quali era però tassativamente proibito – pena la morte – parlare con i detenuti. Sempre allo scopo di rendere credibile quella che doveva sembrare a tutti una semplice doccia, veniva chiesto alle future vittime di appendere i vestiti a ganci numerati e di tenere a mente il numero per il successivo loro recupero. Dopodiché i deportati erano condotti nel salone della gassazione – dove erano effettivamente presenti finti beccucci di docce –, e, attraverso apposite botole sul soffitto, si procedeva alla somministrazione della sostanza venefica. A questo punto le ultime operazioni sui cadaveri prevedevano l’estrazione dei denti d’oro, il taglio dei capelli (destinati a ditte che producevano tela di crine), e infine la cremazione.
Il sistema consentiva di eliminare circa 1.000-1.500 persone in trentasei ore. I pochi che venivano risparmiati erano invece destinati al lavoro coatto. Completamente rasati e marchiati sull'avambraccio con un numero di matricola (sostitutivo, dal quel momento, del nome), i detenuti – cui veniva distribuita la tristemente celebre divisa a righe – dovevano scontare un periodo detto di «quarantena», ovvero una fase di isolamento motivata sia dalla necessità di prevenire la diffusione di malattie, sia dalla volontà di “rieducare” i prigionieri, sottoponendoli alle più crudeli umiliazioni. Dopo il trasferimento nelle baracche – mal riscaldate e stipate di letti a castello –, per i deportati aveva inizio il duro lavoro nelle industrie, nei campi e nelle cave. I turni erano massacranti: sveglia alle quattro, appello, distribuzione di un misero rancio, lavoro dalle 6 alle 17 – con un’interruzione di soli trenta minuti per consumare una zuppa e, quattro giorni su sette, un po’ di carne e marmellata – e coprifuoco alle 21. Per sopravvivere (al freddo, alla malnutrizione, alle percosse) era indispensabile “arrangiarsi”, ovvero procurarsi – magari grazie alla conoscenza del tedesco – pane e vestiti pesanti. Per chi si ammalava, infatti, la sorte era segnata: condotti nell’ospedale del campo, i detenuti in cattiva salute erano utilizzati come cavie umane per condurre esperimenti (celebre, al riguardo, è il caso del dottor Mengele).
Auschwitz fu abbandonato a partire dal 20 gennaio 1945, per sfuggire all’avanzata sovietica. Nei giorni seguenti circa 58.000 prigionieri furono costretti ad intraprendere le cosiddette «marce della morte» verso ovest: lunghe colonne umane vennero fatte avanzare nella neve in direzione del nodo ferroviario di Gliwice, dove i superstiti furono caricati su treni merci diretti ai campi di concentramento di Buchenwald, Sachsenhausen e Ravensbruck. Per tentare di nascondere al mondo le proprie atrocità, le SS rimaste ad Auschwitz appiccarono il fuoco alle parti più compromettenti della struttura (in particolare i forni e il settore «Canada» – così nominato per evocare la presunta enorme ricchezza di quel paese –, dove erano conservati i beni sottratti alle vittime).
Il 27 gennaio i russi fecero il loro ingresso nel lager. Vi trovarono circa 7.000 prigionieri (abbandonati dalle SS perché ritenuti non in grado di sopravvivere alla marcia), in condizioni di salute drammatiche. In totale è stato calcolato che ad Auschwitz, in appena quattro anni, furono sterminate oltre un milione di persone.

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lunedì 21 luglio 2014

GULag: l’arresto, il viaggio e la vita nei campi di concentramento in URSS

(articolo apparso su Prima Pagina del 13 luglio 2014)

La principale caratteristica della repressione sovietica ai tempi di Stalin fu l’assoluta arbitrarietà degli arresti. A fare la differenza tra la vita e la morte non era infatti l’accertamento di una colpa: era sufficiente un sospetto, il più delle volte pretestuoso, per essere fagocitati dal sistema GULag e deportati in Siberia o in zone fredde ed inospitali dell’Asia centrale. Chi non moriva di stenti aveva comunque il destino segnato: prigionia in condizioni disumane e lavori forzati per portare avanti il programma di industrializzazione forzata della Russia voluta dai vertici comunisti.
Scrive lo storico Giorgio Vecchio: «Si era presi nottetempo solo perché appartenenti a una certa classe sociale, a una famiglia, a un gruppo. Oppure si era catturati in pieno giorno, sul posto di lavoro, per strada, magari da quelle stesse persone con cui fino a pochi istanti prima si era conversato amichevolmente. Quello che contava era la sorpresa e lo stordimento psicologico che doveva colpire la vittima. Capitava di essere colpiti solo perché parenti di un leader politico che Stalin voleva tenere sotto controllo […]. Oppure perché si era figli di condannati e quindi si era potenzialmente vendicatori. O perché coniugi di un condannato. O perché non si era denunciato il proprio coniuge. O perché qualche gerarca desiderava la moglie di un altro. O anche solamente perché non si era ancora raggiunto il numero prefissato (!!!) di arresti da fare e quindi si mettevano le mani sui primi malcapitati».
Dopo l’arresto, il detenuto doveva subire pesanti pressioni psicologiche (minacce, ricatti, isolamento) e, assai spesso, tremende torture (i cui esempi più blandi – giusto per tacere delle violenze fisiche – consistevano nell’impedire il sonno, nel razionamento estremo del cibo, nell’investire giorno e notte il detenuto con fasci di luce abbagliante, e così via). L’obiettivo dei carcerieri era quello di indurre il prigioniero a firmare una confessione, quasi sempre inverosimile ma più che sufficiente per giustificare l’arresto. Si cercava cioè, paradossalmente, di spingere il detenuto a fornire “spontaneamente” le prove della propria colpevolezza. E, vista la durezza dei metodi utilizzati, pressoché tutti gli interrogati finivano per cedere, firmando quella che di fatto era una condanna a morte.
All’arresto seguiva direttamente la deportazione (il processo, pura formalità, consisteva il più delle volte nella semplice lettura della sentenza precedentemente stabilita), solitamente imposta secondo condanne irrogate sulla base temporale della cinquina e della decina (cinque o dieci anni di lager). Ai familiari non veniva comunicato nulla ad eccezione della durata della pena. E, visto il clima, era consigliabile non fare troppe domande.
La fase successiva, drammatica, era quella del viaggio, che avveniva nella maggior parte dei casi in treno. Stipati in carrozze in condizioni al limite della sopportabilità (si arrivava persino a ridurre al minimo l’acqua da bere, così che le guardie – sottolinea Vecchio – potevano limitarsi «ad accompagnare i prigionieri ai gabinetti una sola volta al giorno»), rinchiusi come bestie in scompartimenti-gabbie, i detenuti dovevano compiere tragitti interminabili prima di giungere a destinazione. Se si apparteneva alla categoria dei deportati politici la situazione era poi ancora peggiore: questi ultimi, infatti, erano il bersaglio preferito delle angherie dei delinquenti comuni, i quali, in combutta con le guardie con cui successivamente spartivano il bottino, spesso li depredavano di ogni avere. Quanto alle donne, la violenza sessuale era il minimo che potesse loro capitare. Si capisce quindi che, in siffatte condizioni, giungere vivi al campo di concentramento era, già di per sé, un’impresa.
Nei lager sovietici finivano soprattutto uomini (solo durante la Seconda guerra mondiale – per via del massiccio reclutamento di detenuti – la percentuale delle donne salì, passando dal 10 al 30% circa). Tutti comunque vivevano in condizioni di promiscuità, con conseguenze facilmente intuibili: violenze sessuali e prostituzione erano all’ordine del giorno, e non infrequente era persino la formazione di coppie stabili. In simili condizioni – scrive Giorgio Vecchio –, «per una donna era assolutamente indispensabile avere uno o più “mariti”-“protettori”», pena la certezza pressoché assoluta di dover prima o poi subire violenze. Ad ogni modo, date le circostanze, i lager furono presto dotati di asili e nidi d’infanzia, dove venivano accolti (si fa per dire) i bambini frutto di gravidanze più o meno volute.
Il lavoro forzato assorbiva quasi l’intera giornata del detenuto, fino anche a quindici ore, a seconda della stagione. Le condizioni di vita erano estreme. Non va dimenticato, infatti, che nelle regioni settentrionali della Russia (come nel bacino minerario della Kolyma) il termometro è capace di raggiungere i 60 gradi sotto zero. E se alla durezza del clima si aggiungono la mancanza di igiene e la malnutrizione (oltre ovviamente alle violenze delle guardie e dei capisquadra, spesso reclutati, questi ultimi, tra i delinquenti più pericolosi), è facile comprendere il motivo per il quale la condanna alla deportazione equivaleva, il più delle volte, a una condanna a morte.
Per ogni squadra e ogni detenuto vigeva poi un rigido sistema di controlli, attraverso i quali si intendeva verificare il raggiungimento della cosiddetta norma, ovvero della quota di produzione prefissata (per esempio un certo quantitativo di minerale estratto o di legna tagliata). Chi non si atteneva ai livelli prestabiliti veniva punito con la distribuzione di un rancio ridotto (laddove, di contro, si premiavano con porzioni più consistenti i lavoratori più efficaci); ma va precisato che, con l’esperienza, i detenuti imparavano che non valeva la pena cedere al ricatto: le quote, infatti, erano pressoché irraggiungibili – essendo stabilite a tavolino da funzionari di partito che, da Mosca, per lo più ignoravano le reali condizioni di lavoro nei campi –, e il supplemento di fatica richiesto per tentare di raggiungerle non era certo compensato da un adeguato aumento delle razioni di cibo. Certo è però che i detenuti politici, a causa soprattutto della connivenza delle guardie con i delinquenti comuni, dovevano lavorare più di tutti: essi erano infatti, tra le varie categorie di prigionieri, i più penalizzati e disprezzati.
Un simile spregio per la vita dei prigionieri pose tuttavia all’ordine del giorno il problema della mortalità nei campi. Le necessità economiche imposero perciò di migliorare le condizioni di vita nei lager, col risultato che il tasso di mortalità scese dal 10% del periodo prebellico al 5% del post-1945 (anche se nei lager più duri – in particolare quelli di Vorkuta e della Kolyma – si raggiunsero picchi del 30%). Ma al di là delle cifre, l’aspetto più inquietante – più ancora della morte – era la perdita, da parte dei detenuti, della dignità umana. Quando infatti la violenza diventa prassi, la giustizia è calpestata impunemente e l’arbitrio del più forte assume valore di legge non scritta, viene a mancare, inesorabilmente, ogni distinzione tra l’uomo e la bestia. Al riguardo, merita di essere letto un brano tratto dai Racconti di Kolyma di Salamov: «Vedere il lager è orribile e nessun uomo al mondo dovrebbe mai conoscere un simile luogo. L’esperienza del lager è assolutamente negativa, in ogni suo momento. Non può che peggiorare l’uomo, senza alternative. Nel lager ci sono molte cose che l’uomo non dovrebbe mai vedere. Ma vedere il fondo più oscuro della vita non è ancora la cosa peggiore. La cosa peggiore è quando l’uomo comincia a sentire questo fondo oscuro – e per sempre – come parte della propria vita, quando informa i propri criteri morali all’esperienza del lager, quando la morale dei malavitosi viene applicata alla propria vita di “libero”. Quando la ragione dell’uomo non si limita più a giustificare questi sentimenti del lager, ma si è ormai messa al loro servizio […]. Ci sono svariati esempi di questa corruzione indotta dal lager. Le frontiere morali, il confine tra bene e male, sono molto importanti per il detenuto. Costituiscono anzi il problema principale della sua vita. Se sia rimasto uomo, oppure no».

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venerdì 11 luglio 2014

GULag: il sistema dei campi di concentramento in Unione Sovietica

(articolo apparso su Prima Pagina del 6 luglio 2014)

Anche se ormai, nel vocabolario comune, è diventata sinonimo di campo di concentramento sovietico, la parola GULag indicava, in origine, una sigla, ovvero Glavnoie Upravlenie Lagerej (Amministrazione Centrale dei Campi). Con essa ci si riferiva pertanto ad uno specifico ente statale preposto alla gestione del sistema di detenzione forzata in URSS. Solo in seguito la sigla venne utilizzata per definire il complesso dei campi di lavoro vero e proprio.
Il ricorso alle deportazioni di massa non fu un'invenzione sovietica, essendo una pratica ampiamente diffusa già in epoca zarista. Secondo una legge del 1736, infatti, per decretare una condanna all'esilio forzato in Siberia era sufficiente che un soggetto esercitasse una «cattiva influenza». La carcerazione prevedeva inoltre i lavori forzati, giacché i campi avevano una non secondaria finalità economica. Le dure condizioni di detenzione migliorarono leggermente nei primi anni del XX secolo, in coincidenza con i timidi progetti di modernizzazione della Russia contemplati in quel periodo dalla politica zarista, per poi peggiorare drasticamente in seguito alla rivoluzione bolscevica.
Fu Lenin in persona – convinto che occorresse «purgare la terra russa da ogni sorta di insetti nocivi» – a pretendere, nel 1918, che i semplici «sospetti» (non i colpevoli provati) fossero rinchiusi in apposite strutture lontane dalle città: e il governo fu così solerte nell'accontentarlo che appena tre anni dopo il loro numero ammontava già a 84 unità. La gestione di questi campi – nei quali era previsto il «lavoro fisico obbligatorio» di tutti i detenuti – fu affidata dapprima a più enti, tra cui la ČEKA (Commissione straordinaria per la lotta alla controrivoluzione e al sabotaggio). Questa nel 1922 fu riorganizzata nella GPU (Amministrazione Politica Centrale) e, l'anno successivo, nella OGPU (Amministrazione Politica Statale Unificata). In totale, nel 1927 il numero dei detenuti sfiorava le 200.000 unità (dato grosso modo equivalente a quello della Russia zarista nel 1912).
La svolta si ebbe con l'avvento di Stalin, e il 1929 fu l'anno decisivo: in ottemperanza ai piani di industrializzazione forzata predisposti dal dittatore georgiano, i massimi dirigenti sovietici stabilirono di intensificare lo sfruttamento del lavoro forzato dei prigionieri nelle regioni del nord. Seguì, l'anno seguente, la riorganizzazione  del dipartimento dell'OGPU competente in materia di campi e la conseguente nascita del GULag. Infine, nel 1934, la stessa OGPU fu trasformata nell'NKVD (Commissariato del popolo agli Affari Interni), il padre del più celebre KGB. Quella degli anni Trenta fu un'autentica svolta poiché a quel periodo – una volta varato il piano di collettivizzazione forzata della terra – risale la prima grande ondata di deportazioni dei kulaki (i contadini piccoli proprietari): nel solo biennio 1930-31 furono inviate nei campi 1.800.000 persone. Si trattò della prima cosiddetta "fiumana" (ovvero la deportazione di una precisa categoria sociale), ma certo non dell'unica: per via dell'ossessione di Stalin – che vedeva traditori un po' ovunque –, interi gruppi di persone (come i dirigenti comunisti nel 1937-38, le etnie poco "affidabili" e i reduci dalla prigionia di guerra nel 1944-46; e poi ancora i trockijsti, i tecnici – accusati, con i loro calcoli scientifici, di frenare l'avanzata industriale del paese fissata sulla carta dal partito – e i presunti sabotatori – magari semplici operai che non riuscivano a raggiungere le quote di produzione prestabilite) furono letteralmente spazzati via dalla repressione sovietica. Fu così che nei bacini minerari di Vorkuta e della Kolyma – dove sorgevano numerosi campi – fu inviato, di fatto, un esercito di manodopera servile, nel quadro della grande politica dei lavori pubblici finalizzata alla costruzione di canali e ferrovie.
Altro anno decisivo nella storia del GULag fu il 1937, che coincise con l'inizio del cosiddetto terrore staliniano. Il dittatore dispose infatti, a partire da quella data, che si rispettassero delle precise quote di deportazione (da lui precedentemente fissate): si stabilirono persino delle categorie, in base alle quali per i singoli detenuti era prevista l'immediata pena di morte (il che, già di per sé, fu una novità, dal momento che fino ad allora i decessi nei campi erano stati provocati più che altro dalle dure condizioni di vita) o la semplice carcerazione. Di fatto, la repressione non risparmiò nessuno, nemmeno le più alte cariche. Volendo fare due nomi, nel biennio 1938-39 furono fucilati il capo dell'NKVD Genrih Jagoda – che fu sostituito da Nikolaj Ežov – e colui che era stato il capo del GULag sino al 1937, Matvej Berman.
Gli anni 1937-38 sono tristemente passati alla storia come quelli delle cosiddette grandi purghe. Secondo le stime sovietiche del 1953 (l'anno della morte di Stalin), solo in quel biennio furono arrestate circa 1.600.000 persone, 680.000 delle quali furono in seguito giustiziate. Tuttavia, come precisa Andrea Graziosi in un suo recente studio sull'URSS, «la cifra non tiene [...] conto di quelle morte sotto tortura o eliminate "illegalmente" nei campi e nelle prigioni, ed è perciò ragionevole presumere che i morti furono di più, almeno 750 mila». Se si presta fede, invece, al calcolo dello storico britannico Robert Conquest – autore di un corposo volume sul grande terrore, ormai divenuto un classico della storiografia –, il numero dei decessi sale a «1 milione circa».
Un aspetto tristemente singolare di questa vertiginosa impennata delle esecuzioni è legato all'abbandono della politica rieducativa: a partire dal 1937 cessò infatti ogni forma di pubblicizzazione del sistema dei campi, che in precedenza, invece, era stato in più occasioni apertamente elogiato per il suo (presunto) elevato valore sociale. E, a riprova del fatto che quella della repressione era ormai divenuta l'esigenza primaria, i lager furono persino cancellati dalle carte geografiche.
L'ovvia conseguenza del terrore fu però un drastico calo della produttività dei campi. A questo inconveniente intese porre rimedio il successore di Ežov (fucilato nel 1940), Lavrentij Berija, il quale stabilì che – cessate le fucilazioni di massa – il GULag dovesse diventare il fulcro dell'economia sovietica. Fu così dato l'ordine di utilizzare i prigionieri in funzione delle loro capacità professionali e, soprattutto, di organizzare officine e laboratori. Il risultato fu notevole, al punto che – come rileva Giorgio Vecchio – alla vigilia della guerra era già possibile parlare di un «complesso industriale carcerario» che incorporava «ogni tipo di attività: costruzione di canali, strade, linee ferroviarie; sfruttamento di miniere; taglio dei boschi e produzione di legname; agricoltura e allevamento, lavorazione del pesce; industrie meccaniche e chimiche, siderurgiche, cantieri edili, e così via».
Lo scoppio della Seconda guerra mondiale ebbe profonde ripercussioni sulla politica di gestione dei campi. Molti detenuti furono arruolati per far fronte all'emergenza bellica, ma, di contro, nuovi deportati giunsero ad affollare i lager: si trattava dei prigionieri arrestati dai sovietici nei territori (appartenenti alla Polonia e ai paesi baltici) annessi all'URSS nel biennio 1939-40. Molti altri però dovettero subire lo stesso destino nel corso della guerra: milioni di persone appartenenti alle etnie ritenute sospette (come i tedeschi residenti nella regione del Volga, i tatari della Crimea, gli ingusci e i ceceni) furono confinate nei campi della Siberia e dell'Asia centrale per espresso volere di Stalin. Singolare fu, infine, al termine del conflitto la sorte dei reduci dalla Germania (quasi tre milioni di lavoratori civili e più di un milione di prigionieri di guerra): essendo ritenuti poco "affidabili" per via del loro prolungato contatto con il mondo occidentale, furono rinchiusi in particolari "campi di filtraggio". Circa la metà di essi transitò successivamente nel sistema GULag.
Drammatica fu altresì l'esperienza dei circa mille italiani che in Russia persero la vita tra il 1919 e il 1951: oltre a centinaia di emigrati che subirono la deportazione per i più svariati motivi, ad essere fagocitati dalla macchina repressiva stalinista – per lo più con l'accusa di trockijsmo e di bordighismo – furono anche diversi comunisti che avevano abbandonato l'Italia fascista con la convinzione di approdare nel paradiso dei soviet.
Solo dopo la morte di Stalin (5 marzo 1953) il sistema GULag fu riformato. In particolare, furono riesaminate le condanne dei detenuti politici (per i quali nel 1948 erano stati creati campi speciali, in condizioni di particolare durezza) e soppresse le Commissioni speciali, fino ad allora investite del potere arbitrario di infliggere, senza alcun processo, la pena della deportazione. Nel 1956, infine, con il consolidamento al potere di Krusciov, l'amministrazione del GULag fu sciolta. Si chiudeva così la drammatica esperienza di un'organizzazione che, per lungo tempo, fu il cardine di un sistema repressivo-coercitivo costato la vita, nel complesso della pluridecennale storia dell'Unione Sovietica, a circa venti milioni di persone.

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mercoledì 2 luglio 2014

«Venti di guerra»: i travagliati mesi della neutralità italiana

(articolo apparso su Prima Pagina del 29 giugno 2014)

Nell'anno del centenario dello scoppio del primo conflitto di portata mondiale, le librerie pullulano di volumi sulla Grande Guerra. In pratica, tra ristampe e nuove edizioni, gli scaffali dedicati alla storia sono pressoché "monopolizzati" da un solo argomento. In questa sede segnaliamo un libro uscito poche settimane fa, stampato da Il Fiorino: si tratta del lavoro di Gian Luigi Rinaldi, intitolato Venti di guerra. Uno studio del periodo della neutralità italiana (conclusasi ufficialmente il 24 maggio 1915), corredato da un ampio apparato di immagini (tra le quali spiccano numerose riproduzioni fotografiche di articoli e titoli tratti da testate, anche modenesi, dell'epoca).
Ma che Italia era quella che, dopo un anno di riflessioni, imbracciò il fucile a fianco delle potenze dell'Intesa? Ripercorriamo brevemente, da un punto di vista politico, la storia del biennio 1914-1915.
28 giugno 1914. Esattamente un secolo (e un giorno) fa uno studente bosniaco di nome Gavrilo Princip freddava a colpi di pistola l'arciduca Francesco Ferdinando (erede al trono d'Austria) e la moglie Sofia, mentre a bordo di un'auto scoperta attraversavano le vie di Sarajevo. L'attentatore faceva parte di un'organizzazione irredentista serba, e questo bastò per suscitare la dura reazione del governo di Vienna: il 23 luglio fu inviato un durissimo ultimatum alla Serbia, il quale – tra le altre cose – prevedeva l'ammissione di funzionari austriaci alle indagini sull'attentato (e quindi, di fatto, una rinuncia alla sovranità).
L'ultimatum fu accettato solo in parte, e l'Austria – giudicando la risposta insoddisfacente – il 28 luglio dichiarò guerra alla Serbia. La decisione mise in moto il meccanismo delle alleanze incrociate. La Russia, che già aveva assicurato il proprio sostegno alla Serbia, ordinò la mobilitazione delle forze armate (di fatto il preludio a una formale dichiarazione di guerra) su tutto il confine occidentale, compreso quello con la Germania. La mossa, com'era prevedibile, scatenò la reazione tedesca, con conseguente invio di un ultimatum per l'immediata sospensione dei preparativi bellici. Ignorato dai russi l'avvertimento, il 1° agosto da Berlino giunse la dichiarazione di guerra, cui seguirono – nel giro di tre giorni – la mobilitazione della Francia (alleata della Russia), un nuovo ultimatum tedesco e la successiva dichiarazione di guerra.
La strategia tedesca, elaborata sulla base del cosiddetto piano Schlieffen (capo di stato maggiore dell'esercito agli inizi del Novecento), prevedeva un rapido attacco a ovest per mettere fuori combattimento la Francia nel giro di poche settimane e per potersi poi rivolgere con maggiori forze a est, contro la Russia. Per la riuscita dell'operazione era però necessario violare la neutralità del Belgio, al fine di colpire lo schieramento nemico nella sua parte più debole e di puntare direttamente su Parigi. L'invasione ebbe inizio il 4 agosto, e – oltre a scuotere profondamente l'opinione pubblica europea – convinse l'Inghilterra della necessità di un intervento, giacché veniva considerata inaccettabile l'aggressione ad un paese neutrale che si affacciava sulla Manica. Il giorno seguente anche Londra dichiarò guerra alla Germania.
E l'Italia? L'Italia sostanzialmente prese tempo, affrettandosi (il 2 agosto) a dichiarare la propria neutralità. Il pretesto fu il carattere difensivo della Triplice alleanza: da un punto di vista formale era legittimo mantenersi estranei al conflitto, giacché l'Austria non era stata direttamente attaccata e non aveva consultato Roma prima di muovere contro la Serbia. Al di là dei tatticismi, era però evidente che la decisione presa non fosse definitiva. In sostanza, si preferì attendere sviluppi, giusto per farsi un'idea dei reali rapporti di forza tra le potenze in gioco. E, tra gli interventisti, quando fu chiaro che l'assalto austro-tedesco era fallito, prevalse rapidamente il partito di coloro che caldeggiavano l'entrata in guerra a fianco dell'Intesa (che avrebbe, a loro parere, garantito il completamento del processo risorgimentale).
Quello che è certo è che non fu una scelta facile, se non altro perché l'Italia dal 1882 faceva parte – insieme con Austria e Germania – della Triplice alleanza. Ma quali furono i sentimenti – a lungo andare decisivi – che animavano la nutrita schiera degli interventisti?
L'aspetto più singolare è che le motivazioni (ideali e pratiche) di coloro che si dicevano favorevoli all'intervento a fianco di Francia e Inghilterra erano assai variegate. Non ci fu, in altre parole, un unico interventismo. Ve ne fu uno di sinistra (condiviso da repubblicani, radicali, socialriformisti, irredentisti e da frange "eretiche" del movimento operaio), che considerava la guerra agli Imperi Centrali un'occasione da cogliere per battersi in difesa del diritto di nazionalità e della democrazia (i quali, si credeva, sarebbero stati di certo messi in discussione in caso di vittoria austro-tedesca). Ma vi furono anche un interventismo nazionalista – desideroso che l'Italia, al pari degli altri grandi Stati europei, si affermasse come potenza imperialista – ed uno liberal-conservatore, espressione di coloro che erano convinti che una prolungata neutralità avrebbe compromesso irrimediabilmente il prestigio internazionale dell'Italia e della monarchia sabauda (laddove, di contro, una vittoria militare avrebbe rafforzato il governo e le istituzioni).
Altrettanto consistente era però lo schieramento neutralista. Esso annoverava i cattolici (in parte pacifisti, in parte contrari a una guerra combattuta a fianco della Francia repubblicana – e, sotto sotto, anticlericale – contro la cattolicissima Austria), i cosiddetti giolittiani (preoccupati per le conseguenze di un conflitto che – nelle loro previsioni – sarebbe stato logorante ed infruttuoso ed altresì convinti di poter ricevere dagli Imperi Centrali sostanziosi compensi territoriali in cambio della neutralità) e i socialisti (fermi – seppur con la clamorosa eccezione di Mussolini – nella condanna della guerra quale mezzo per affermare un qualunque diritto).
Sostanzialmente, come spesso è accaduto nella nostra storia, l'Italia del 1914 era un paese spaccato a metà. Ma si trattava, a ben vedere, di due metà tra loro molto diverse. Mentre il fronte interventista, pur tenendo conto della sua eterogeneità, era unito da una comune avversione all'Austria e alla politica giolittiana, quello neutralista risentiva della profonda spaccatura che divideva i socialisti dalle altre forze politiche. Da una parte, poi, si respirava contagioso entusiasmo, e si diede prova di una sorprendente capacità di mobilitazione (erano interventisti – dato già di per sé significativo – molti studenti e intellettuali); dall'altra, invece, ci si intendeva solo mettendo in comune le paure legate alla guerra. Col senno di poi, è fin troppo facile rilevare quanto le divisioni interne al blocco neutralista abbiano contribuito in maniera determinante a spostare l'ago della bilancia in direzione del partito della guerra. Ed è proprio sfruttando questa debolezza che la propaganda interventista ebbe buon gioco a presentare Giolitti come un vile conservatore, i cattolici come reazionari che intendevano ostacolare il compimento dell'unità nazionale e i socialisti come sovversivi incompatibili con ogni forma di patriottismo.
Mario Isnenghi, certamente uno dei più autorevoli studiosi italiani della Grande Guerra, sottolinea a proposito dei neutralisti (e in particolare dei socialisti) un dato di enorme rilevanza: «Ma si può essere la metà del paese e non avere in sé la fiducia di programmare almeno uno sciopero? Dopodiché non si può arrivare qualche decennio dopo e dire che la guerra è una brutta bestia. Sarà anche una brutta bestia, ma quando si trovano di fronte le emozioni dei volontari della guerra, le emozioni dei detrattori della guerra cosa hanno saputo produrre? Il "né aderire, né sabotare" [dei socialisti]. [...] "Né aderire, né sabotare" è una parola d'ordine nel segno dell'impotenza: aderire non posso, cioè dentro di me ti dico di no, ma sabotare non me la sento, sennò ridiventerei quell'anarchico che ero trent'anni fa».
Questo, a ben vedere, è il punto cruciale. L'Italia del biennio 1914-1915 era un paese nel quale si contrapponevano due opposte volontà: ma, tra le due, ce n'era una – si passi il gioco di parole – che voleva la guerra "meglio" di quanto l'altra volesse la neutralità. E, con queste premesse, non è certo un caso che al termine del conflitto le forze neutraliste si siano disgregate. Perché, se la politica tradizionale puzzava ormai di vecchio, i socialisti si trovarono nella delicata condizione di dover spiegare che, a loro parere, si era combattuto (e vinto) per niente. E i 600.000 morti? E la gloria, l'onore, la patria? Aveva ragione Benedetto Croce, quando scrisse: «Praticamente, i socialisti italiani non posero grandi ostacoli, e neppure dettero molto fastidio al governo; ma, idealmente, si staccarono dal popolo a cui appartenevano, e con ciò si tolsero autorità sopr'esso nel caso di vittoria, e, in quello di sconfitta, sperarono (e forse nel loro cuore non la sperarono) la triste autorità, che è nel poter avvantaggiarsi delle sventure nazionali, rigettandone da sé sofisticamente e demagogicamente la colpa, e accrescere con l'obbrobrio il comune avvilimento. Ciò percepì acutamente quello dei socialisti che era a capo dell'estrema sinistra del partito, il Mussolini [...]. Così i socialisti italiani si condussero proprio all'opposto dei loro colleghi tedeschi, assumendo essi la parte antinazionale che assunse colà la minoranza rivoluzionaria, e lasciando che in Italia la minoranza rivoluzionaria assumesse la parte nazionale».

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sabato 28 giugno 2014

«Storia dell’idea d’Europa»: un grande classico della storiografia (quinta parte)

(articolo apparso su Prima Pagina del 22 giugno 2014)

Nel tardo Settecento, a contrastare il dilagante europeismo illuminista, fa la sua comparsa il concetto di nazione. Con esso – precisa Federico Chabod – deve intendersi la coscienza di un popolo, ovvero la «volontà di essere nazione, come programma, non la nazione come fatto etnico-linguistico, già da secoli operante». Ed è evidente che il bisogno di affermare se stessa implichi, per la nazione, la negazione di quel cosmopolitismo che, soffocando il senso di patria, di fatto legittima il dominio del più forte. Come scrive l'Alfieri nel Misogallo, il patriottismo deve necessariamente fondarsi sugli odi nazionali.
Tuttavia, nemmeno le rivendicazioni dei singoli popoli che la compongono riescono a cancellare il diffuso sentimento di appartenenza alla più vasta comunità europea: cultura, usi e costumi del vecchio continente sono cioè avvertiti come elementi unificanti anche a dispetto delle differenze nazionali. Edmund Burke, ad esempio, li prende a pretesto per esprimere il proprio rimpianto per l'Europa pre-rivoluzionaria, «una per consuetudini sociali e forma di vita», sottolinea Chabod. Mentre Novalis, proprio perché nel presente la giudica in pericolo, elogia la passata unità del vecchio continente, un tempo garantita dall'esistenza di una sola, compatta cristianità. A suo parere le responsabilità della disgregazione dell'Europa sono da ricondurre al fulmineo sviluppo delle scienze (a causa del quale l'uomo ha sacrificato i valori spirituali sull'altare del progresso) e al devastante impatto della Riforma: con la frattura della cristianità ha avuto inizio l'Europa delle guerre e dei filosofi, con il conseguente declino della religione.
Ciò che da queste riflessioni traspare con tutta evidenza è dunque una prima rivalutazione del Medioevo, che sarà poi tipica del Romanticismo. Quella che per Voltaire era un'epoca di decadenza (soprattutto culturale), diviene pertanto nel primo Ottocento un'età contrassegnata da elevata e profonda spiritualità. In quest'ottica, tanto il mito della nazione quanto quello dell'Europa riacquistano vigore sorreggendosi a vicenda sulla base del comune riferimento al principio dell'unità. Unità religiosa e culturale del vecchio continente (e per certi versi – basti pensare alla nostalgia di un Metternich o di un Castlereagh per l'equilibrio pre-rivoluzionario – anche politica); unità d'intenti per le comunità nazionali in via di formazione o di consolidamento. È soprattutto Giuseppe Mazzini l'artefice della conciliazione tra europeismo e nazionalismo. La patria, egli scrive, «è il punto d'appoggio della leva che si libra tra l'individuo e l'Umanità» (e con «umanità» intende essenzialmente l'Europa). A suo parere ogni nazione è stata investita da Dio di una missione, e «l'insieme di tutte quelle missioni compiute in bella e santa armonia pel bene comune, rappresenterà un giorno la patria di tutti, la Patria delle Patrie, l'Umanità». Mazzini pensa soprattutto alla missione civilizzatrice della Terza Italia; ma già prima di lui De Maistre e Schiller avevano elaborato la stessa idea in riferimento, rispettivamente, alla Francia e al popolo tedesco.
 Questa nuova impostazione ideologica ha un'importante conseguenza: ovvero che i caratteri che contraddistinguono l'Europa si storicizzano, vengono cioè esaminati nel loro divenire e non, come accaduto nel Settecento, solo in funzione degli sviluppi nel presente. Essere europei, nella coscienza collettiva, significa pertanto avere ereditato una precisa cultura. Cultura – ed è questo un fondamentale ed innovativo elemento del pensiero ottocentesco – che è unitaria, ma allo stesso tempo rappresenta la somma (o, meglio, la fusione) di molteplici contributi nazionali. Scrive in quegli anni il grande storico francese François Guizot: «Se essa [la civiltà europea] è unitaria, la sua varietà non è meno prodigiosa; essa non si è sviluppata tutta intera in nessun paese singolo. I lineamenti della sua fisionomia sono sparsi». Il che significa, citando questa volta Chabod, che «se il punto di arrivo è [...] unitario, e tende un po' a fare scomparire le diversità nazionali nel complesso comune, lo svolgimento storico che a tale punto di arrivo ha condotto è invece un'esaltazione della varietà nell'unità».
Ora, affinché più contributi concorrano a formare un unico collettivo è necessario che i singoli popoli collaborino in piena libertà, mettendo in comune i frutti delle diverse culture nazionali. Guizot è molto chiaro su questo punto: mentre le civiltà antiche erano caratterizzate da uniformità (e la lotta tra due principi poteva concludersi solo con il trionfo esclusivo di uno dei due), l'Europa moderna è estremamente varia (nelle forme statali, nelle idee, nell'arte); per questo essa «è la madre della libertà: che significa impossibilità per una sola forza di soffocare le altre: non potendo determinarsi, i principi diversi hanno dovuto vivere assieme, venire a transazione, accontentarsi ciascuno solo di una parte di dominio: la libertà è stata così il risultato della varietà degli elementi della civiltà europea».
Il tratto caratteristico della riflessione di Guizot è pertanto l'inedito accostamento della civiltà classica greco-romana a quella orientale, motivato dalla convinzione che entrambe siano accomunate dall'impossibilità di trovare un punto d'incontro tra principi contrapposti. Come rileva Chabod, «la separazione non è più soltanto tra Asia, antica e moderna, ed Europa; bensì tra Asia più mondo antico, anche greco-romano, ed Europa moderna»; con la conseguenza, inevitabile, che il Medioevo non è più una parentesi di barbarie tra due età di splendore culturale, bensì l'epoca in cui sono state gettate le basi della civiltà europea. Qui la frattura tra Illuminismo e Romanticismo non potrebbe essere più netta: il mito delle poleis ha ceduto il passo a quello dei comuni medievali (i veri padri delle libertà moderne); mentre la denuncia dell'oscurantismo è stata rimpiazzata dalla rivalutazione del sentimento religioso e del comune denominatore cristiano.
L'Europa degli scrittori ottocenteschi è dunque un'Europa cristiana e libera, risultato dell'apporto delle singole comunità nazionali. Questa concezione ha però un punto debole: ed è che il concetto di missione – per il quale, come si è visto, ogni nazione ha un ruolo e uno scopo – tende quasi sempre a tramutarsi in quello di primato. Ogni nazione, in sostanza, rivendica il diritto a guidare le altre, a partire da una pretesa superiorità, che può essere politica, morale o culturale. La tendenza è universalmente diffusa: lo stesso Guizot, un po' come Mazzini e Gioberti per l'Italia, teorizza il primato indiscusso della Francia («Non vi è quasi nessuna idea, nessun grande principio di civiltà che, per diffondersi ovunque, non sia anzitutto passato attraverso la Francia»). Il rischio, scrive Chabod, è che «a forza di insistere sui titoli di merito di una nazione singola, tutta la grandezza della civiltà comune [finisca] col concentrarsi in quella sola nazione, senza più bisogno dunque della collaborazione delle altre». Ma si tratta, comunque, di un rischio che va calcolato, poiché è proprio la vivacità (contrapposta all'immobilità orientale) il tratto distintivo dell'Europa, tanto a livello politico, quanto a livello sociale (con la contrapposizione tra le classi).
Tre dunque sono le novità del pensiero di Guizot. Per prima cosa, l'idea che sia proprio l'immobilità della società la premessa della tirannide (e non, come voleva Montesquieu, il contrario). Secondo: in Europa il potere cerca un principio di legittimità che non può essere la forza. Infine, Guizot suggerisce un parallelismo tra storia religiosa e storia politica, sulla base del comune percorso in direzione di forme sempre più mature di libertà. Con tutta evidenza, il riferimento è in questo caso alla Riforma e alla Rivoluzione francese, con l'importante precisazione che «la società religiosa ha sempre marciato per prima» rispetto a quella politica. Siamo quindi agli antipodi rispetto a Novalis (cattolico), che individua nella nascita del protestantesimo l'inizio di un periodo di decadenza: per Guizot (calvinista), con la Riforma l'Europa entra nella modernità, «perché allora – scrive Chabod – trionfa il principio del libero esame, cioè la libertà dello spirito umano». La conseguenza di questa premessa è che l'Europa moderna è figlia dell'ottimismo settecentesco: un ottimismo che, a dispetto di qualche increspatura di superficie, è intrinsecamente cristiano (giacché il cristianesimo è la religione che più di tutte investe sull'idea di futuro come tempo della salvezza, mentre il presente è il tempo della ricerca e dell'espiazione), e presuppone l'affermazione di un senso di superiorità sulle altre civiltà. Ancora oggi, conclude Chabod, dire Europa equivale a professare «fiducia piena nell'avvenire, che dovrà vedere ulteriori progressi e nuovi splendori».

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mercoledì 18 giugno 2014

«Storia dell’idea d’Europa»: un grande classico della storiografia (quarta parte)

(articolo apparso su Prima Pagina del 15 giugno 2014)

Ventisette anni dopo le Lettres persanes (nel 1748), l'Europa torna al centro della riflessione di Montesquieu nelle pagine di quella che è senza dubbio la sua opera più celebre: l'Esprit des lois. Rispetto agli scritti della giovinezza, qui il concetto di Europa si storicizza, a partire sempre dal principio cardine del vecchio continente terra di libertà politica sin dalle prime esperienze delle poleis e della Roma repubblicana. Ma la libertà, per Montesquieu, non è una prerogativa della sola civiltà classica: anzi, i veri precursori della monarchia costituzionale – la forma di governo che lo scrittore francese predilige, dal momento che il potere del sovrano è limitato dalla nobiltà e dalle leggi fondamentali – sono i Germani, per i quali il re è un primus inter pares, non un despota.
L'opera di Montesquieu va inserita entro il contesto della lunga querelle sull'origine della monarchia francese, la quale vede contrapposti due schieramenti: quello facente capo al conte di Boulainvilliers – per il quale l'antica libertà franco-germanica aveva subito nei secoli ripetuti attacchi da parte di un potere monarchico desideroso di farsi assoluto –; e quello dell'abate Du Bos, caposcuola della corrente cosiddetta «romanistica» secondo la quale la libertà germanica, per divenire autentica, aveva dovuto subire l'influenza latina. L'Esprit des lois recupera pertanto alcuni elementi di questa polemica: in particolare, l'opera guarda con ammirazione al Medioevo, epoca di compiuta maturazione della libertà politica. Ma non solo. L'aspetto forse più interessante dello scritto di Montesquieu è la rivalutazione, rispetto alle Lettres persanes, del cristianesimo, ora ritenuto la religione che, tra tutte, meglio si concilia con le forme di governo temperato (mentre il musulmanesimo e i riti cinesi si accordano preferibilmente con il dispotismo orientale).
Come sottolinea Federico Chabod, si coglie in questa inedita valorizzazione del Medioevo e del cristianesimo una profonda spaccatura tra il pensiero di Montesquieu e quello di Voltaire: «Il primo muove da un interesse "politico"; antiassolutista e perciò [...] preso da ammirazione per l'antica libertà germanica, si volge ad un certo punto con simpatia verso quel Medioevo, che era stato [...] il periodo in cui quella libertà aveva prosperato. Il secondo muove da interessi essenzialmente "culturali": e perciò, già avverso a quel Medioevo che per lui rappresenta [...] il "deserto" nella storia della cultura e della intelligenza, da questo suo disprezzo per il "gotico", l'età dei monaci e della barbarie culturale, vede rinfocolato ancor più il suo continuo, fremente anticlericalismo, anzi anticristianesimo».
Quello che però più interessa in questa sede è la rivalutazione, nell'Esprit des lois, dell'Europa, terra in cui convivono molti piccoli Stati (il che è garanzia di libertà, giacché «un grande impero presuppone un'autorità dispotica»), dediti a proficui scambi commerciali e uniti sotto il profilo culturale. Per il Montesquieu maturo è evidente che «la storia non offre nulla che possa essere paragonato al grado di potenza a cui l'Europa è pervenuta». Il che, in altre parole, significa professare massima fiducia nel futuro e nel progresso (prerogativa del vecchio continente), nella convinzione che mentre gli antichi «scrivevano sulla sabbia, noi scriviamo sul bronzo».
Anche Voltaire, seppur da una diversa prospettiva, è profondamente europeista. Certo, egli sarà sempre ricordato per il suo cosmopolitismo (e per le sue lodi ai popoli dell'India – cui gli occidentali devono molte invenzioni – e della Cina – espressione di una civiltà precocissima, caratterizzata da un'elevata moralità, che forse non ha eguali nel mondo); ma è del tutto evidente che gli elogi delle antiche civiltà orientali sono strumentali per muovere severe critiche alla religione (fanatica e intollerante) e alla prassi politica del vecchio continente. Come già in Montesquieu, si tratta in un certo senso della consueta questione dei difetti di applicazione, anche se in Voltaire – che sostituirebbe la religione con un'etica costituita essenzialmente da precise «norme di vita» – l'avversione nei confronti del cristianesimo è drastica. Ciò che però nemmeno l'autore del Candido si sogna di mettere in discussione è la netta superiorità europea nel campo scientifico e culturale: il punto, a suo parere, è che pur essendo stati i precursori in quasi tutti i rami del sapere, i popoli orientali (in particolare la Cina) si sono fermati in quanto a progresso, e sono stati nettamente sopravanzati dagli abitanti del vecchio continente. Le ragioni di questo ritardo sono sostanzialmente due: il forte attaccamento alla tradizione e la natura arcaica di un linguaggio che non è stato capace di adottare l'alfabeto in luogo della scrittura simbolica.
Quindi, ancora una volta, Europa è sinonimo di scienza e progresso. Ma, ed è questo il contributo più originale di Voltaire, c'è dell'altro: il vecchio continente è infatti la patria delle arti e delle lettere. È per merito della sua superiore cultura umanistica che l'Europa ha potuto sopravvivere a guerre e contrasti religiosi, poiché «quando una nazione conosce le arti, quando essa non è soggiogata dallo straniero, essa esce facilmente dalle sue rovine e si risolleva sempre». Là dove, invece, le arti decadono (e qui Voltaire ha in mente soprattutto il Medioevo, periodo di decadenza culturale rispetto all'antichità), si fa strada, inesorabile, la barbarie.
A parere del filosofo francese, nella storia dell'uomo si possono enumerare «quattro età felici» nelle quali «le arti sono state perfezionate»: l'età di Pericle, quella di Cesare ed Augusto, il Rinascimento e, infine, il secolo di Luigi XIV. Tutte epoche – guarda caso – appartenenti alla storia europea, alla storia, cioè, di un continente che non ha eguali al mondo sotto il profilo culturale. In altre parole, l'Europa che esce dalla penna di Voltaire è innanzitutto una repubblica letteraria, un'autentica «società degli spiriti» unita grazie ai legami che «i veri scienziati in ogni ramo hanno stretto». Tutti gli altri aspetti (si pensi soprattutto alla socievolezza e alla libertà delle donne), seppure non possano dirsi del tutto trascurabili, sono secondari. E, a questo proposito, è opportuno rilevare come l'autore del Candido porti a compimento la riflessione inaugurata dagli umanisti italiani e approfondita da Erasmo da Rotterdam, secondo la quale Europa è sinonimo di cultura. Voltaire, va detto, ha perso rispetto ai dotti del Rinascimento il senso di reverentia nei confronti della religione; ma, al di là di questo, è evidente che i presupposti ideologici sono gli stessi.
L'Europa degli illuministi è dunque un'entità compatta ed unitaria, così radicata oramai nelle coscienze dei suoi abitanti da resistere al forte impatto del nazionalismo tardo-settecentesco. Di per sé, l'attacco potrebbe essere mortale, dal momento che non pochi – scrive Chabod – temono che «l'universalità soffochi l'individualità». Tra questi è Rousseau, dell'idea che i singoli componenti dell'Europa formino realtà del tutto diverse tra loro: sottoporle alle stesse regole, afferma, sarebbe un grave errore, paragonabile a quello compiuto dallo zar Pietro il Grande nel dare avvio ad un processo di europeizzazione forzata (e quindi snaturante) della Russia. Ma, pur con queste perplessità, nemmeno l'autore del Contratto sociale può negare che «tutte le potenze dell'Europa costituiscono tra di loro una specie di sistema che le unisce con una stessa religione, con un identico diritto delle genti, con i costumi, con le lettere, con il commercio e con una sorta di equilibrio ch'è l'effetto necessario di tutto ciò». Il che fa dell'Europa «non soltanto, come l'Asia o l'Africa, una collezione ideale di popoli che non hanno di comune che un nome, ma una società reale che ha la sua religione, i suoi costumi, le sue abitudini e perfino le sue leggi, da cui nessuno dei popoli che la compongono può scostarsi senza provocare immediatamente dei torbidi».
Rousseau, pertanto, contesta la sua Europa – quella in cui vive –, ma certo non l'idea di Europa in generale. A suo parere il sistema dell'equilibrio (sempre in pericolo, minacciato di volta in volta dalla prepotenza dei singoli) dovrebbe essere sostituito da «un vero corpo politico», ovvero da un organismo federale rispettoso delle autonomie nazionali. Come è evidente, a piccoli passi ci si incammina verso l'Europa attuale. (Continua)

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martedì 10 giugno 2014

«Storia dell’idea d’Europa»: un grande classico della storiografia (terza parte)

(articolo apparso su Prima Pagina dell'8 giugno 2014)

Nel corso del Cinquecento viene elaborato il concetto di civiltà come prerogativa dell'Europa, in contrapposizione con tutto ciò che, essendo estraneo al vecchio continente, appare barbaro e selvaggio. Ma in cosa consiste, di preciso, la civiltà europea? A parere di Botero (non a caso un italiano) l'incivilimento richiede il passaggio dall'idolatria alla religione, lo sviluppo agricolo e industriale, la promulgazione di leggi certe e, sopra ogni cosa, lo sviluppo delle città, in ideale continuità con l'esperienza urbana dell'antichità (a partire dalle poleis greche) e comunale del Medioevo. Come rileva infatti Federico Chabod, «proprio col divenire a loro volta, costruttori di città, da nomadi che erano, i Germani avevano dimostrato il loro incivilirsi».
Anche gli scrittori francesi giungono grosso modo alle stesse conclusioni di Botero: quella che esce dalla loro penna è un'Europa che mostra vitalità economica, politica, religiosa e, soprattutto, culturale; un'Europa che può vantare i valori collettivi della cortesia, dell'umanità (nel senso della humanitas rinascimentale) e dell'onestà e che offre la possibilità di vivere attivamente in società. Pur con tutti i suoi difetti (le guerre, l'avidità di potere, la divisione delle classi), la civiltà è l'Europa: e, in termini di progresso, non potrebbe essere altrimenti. Solo la Cina (dal momento che quelle di America ed Africa sono universalmente considerate società primitive) tiene testa all'Europa in quanto a civiltà: essa ha arte, cultura e progresso scientifico, tanto che, da Botero a Montaigne a Francesco Carletti (mercante fiorentino autore dei Ragionamenti del mio viaggio intorno al mondo), è descritta come fosse uno Sato del vecchio continente. Il che porta il nostro discorso a un'importante conclusione: il Cinquecento non riesce ad elaborare una definizione di Europa che vada oltre la dicotomia civile-selvaggio.
Bisogna attendere il Seicento e il Settecento perché lo stallo venga superato. Un primo passo, in questa direzione, è la valorizzazione di altre culture extra-europee, come l'Egitto (culla della civiltà) e l'Arabia (lodata per la tolleranza in campo religioso). Valorizzazione che contiene, in nuce, un nuovo elemento che si aggiunge alla mai sopita polemica antieuropea: la critica, destinata diventare feroce condanna con gli illuministi, del fanatismo religioso (causa, non meno della politica, di sanguinose guerre) del vecchio continente. Al riguardo è significativo che in quegli anni fiorisca il nuovo genere letterario degli pseudo-viaggi: di solito si tratta di raccolte di lettere che l'autore finge siano scritte da un non europeo in viaggio per l'Europa, nelle quali le critiche a usanze e costumi si fanno radicali. E ciò che da esse emerge è una rivoluzionaria idea d'Europa, incentrata non più sul principio della superiorità, bensì su quello, assai meno presuntuoso, della diversità.
Il successo della letteratura dei viaggi immaginari è dovuto in gran parte al fatto che essa annovera un capolavoro assoluto come le Lettres persanes di Montesquieu. L'opera è una fitta corrispondenza tra due visitatori persiani in viaggio nel vecchio continente e diversi amici e conoscenti in Oriente. Dallo scambio di opinioni emergono le profonde differenze che distinguono l'Europa dal resto del mondo. Innanzitutto la politica: riprendendo Machiavelli, Montesquieu propone la duplice equazione Europa = molti Stati, ciascuno impossibilitato ad esercitare un potere assoluto e Asia = pochi Stati retti da sovrani con poteri illimitati. Con tutta evidenza, lo scrittore francese ha in mente il concetto di libertà (e non a caso i due viaggiatori persiani restano colpiti dall'esistenza, in Europa, di repubbliche): ma la sua concezione di libertà si discosta ormai nettamente da quella dell'autore del Principe, teorico della ragion di Stato quale supremo valore civico cui è doveroso subordinare la vita e le esigenze dei singoli; quella di Montesquieu è una libertà contro lo Stato, intesa come tutela dei diritti dell'individuo rispetto all'invadenza e alla forza coercitiva del governo centrale. Un esempio, in tal senso, è quello della giustizia: l'Europa non è infatti solo libertà contrapposta al dispotismo. Nelle Lettres persanes il vecchio continente è anche il luogo dell'equità, dove, rispetto all'Oriente, si applicano pene miti, al punto che – scrive Chabod – «otto giorni di prigione e una leggera multa colpiscono lo spirito di un Europeo [...] tanto quanto la perdita di un braccio intimidisce un Asiatico».
Fin qui, dunque, solo aspetti positivi: ma, prosegue Montesquieu, Europa è anche – siamo alle solite – sinonimo di guerra e prevaricazione. Per lo scrittore francese è giunta però l'ora di guardare in faccia la realtà: è la ragion di Stato (la stessa tanto lodata dal Machiavelli) la vera causa del male che affligge l'Europa. A cagione della sete di potere il diritto pubblico è continuamente violato per interessi di parte; le leggi sono ovunque sopraffatte dalla corruzione. Se quindi la superiorità europea è indiscutibile a livello di principi teorici, il vero problema è rappresentato dai diffusi difetti di applicazione di tali principi. Affermare cioè, come già aveva fatto Erodoto, che il solo autentico sovrano è la legge rischia di risultare completamente inutile se il sovrano non riesce a farsi rispettare (in primis, s'intende, dai governanti).
Proseguendo nella lettura delle Lettres, si passa poi al capitolo – senz'altro il più originale – sui costumi. A colpire i due visitatori persiani sono il brio e la gaiezza degli europei (evidenti in particolare per quanto concerne il rapporto con le donne), contrapposti alla «gravità» orientale. Da una parte, quindi, una marcata socievolezza; dall'altra l'isolamento e un esasperato pudore. Ma non solo: tipicamente europea è quella che Montesquieu definisce «passione per il lavoro», un'alacrità che non manca di raggiungere eccessi al limite del paradossale («Voi vedete a Parigi – si legge in una lettera – un uomo che ha abbastanza da vivere fino al giorno del giudizio e che pure lavora senza posa, e rischia di accorciare i suoi giorni per accumulare, dice egli, di che vivere»). Il che, però, non implica affatto un giudizio negativo: la auri sacra fames degli europei è anzi degna di elogio, poiché si traduce in voglia di fare, produrre e creare (ed è facile scorgere in questa forma mentis gli incunaboli della società capitalistica moderna).
Altra peculiarità dell'Europa sono la scienza e la tecnica. Esse, rileva Montesquieu, sono senza dubbio sinonimo di progresso, ma a patto – e qui ritorna il tema, già anticipato a proposito della politica, dei difetti di applicazione – che non se ne faccia un cattivo uso. Rispetto al passato, il passo è comunque molto importante: «Questa – sottolinea Chabod – [...] è la maggior novità di fronte al "sentire" europeo del '500 il quale si fondava soprattutto sul fattore religioso (cristianità), e culturale, ma d'una cultura prettamente umanistica, cioè letterario-filosofica. Ora, a siffatta cultura (les arts) s'aggiunge la cultura scientifica (les sciences), la quale, anzi, andrà sempre più primeggiando». È la matematica, in altre parole, ad affascinare l'uomo del Sei e Settecento, il quale viene sedotto dalla prospettiva di poter conseguire, attraverso di essa, una verità certa e assoluta. Studiosi del calibro di Galilei e Newton diventano quindi i rappresentanti di un nuovo modo di concepire l'Europa: non più solo terra di cultura governata da istituzioni avanzate, bensì, soprattutto, patria della scienza e del progresso.
Ciò che invece Montesquieu considera, senza mezzi termini, un aspetto fortemente negativo della società europea è la religione. E qui non si tratta certo di una questione di difetti di applicazione: in questo campo, l'opposizione dello scrittore francese è drastica. Come rileva infatti Chabod, mentre nel Cinquecento «l'esser l'Europa cristiana era la prima delle sue virtù di fronte alla non-Europa, ora avviene il contrario: se l'Europa – che politicamente, culturalmente vale di più degli altri – ha una pecca, questa è dovuta proprio al clero, al papismo, al fanatismo religioso, allo spirito teologico che impaccia la scienza, e contraddice alla filosofia». Al riguardo, le Lettres persanes sono categoriche, a partire dall'amara constatazione che «non vi è mai stato regno in cui siano successe tante guerre civili come nel regno di Cristo».
La conclusione di Montesquieu è che, in uno Stato, è preferibile che convivano più religioni. Il vecchio continente, per come lo vede lui, è infatti dilaniato dal cancro dell'intolleranza: un male, così tipicamente cristiano, che rischia, se non curato, di divorare l'Europa dall'interno. (Continua)

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