domenica 9 febbraio 2014

Il pontificato di Pio IX e la nascita del Regno d'Italia (seconda parte)

(articolo apparso su Prima Pagina del 9 febbraio 2014)
 
Il 6 giugno 1861, dopo che un improvviso malore lo aveva colto la sera del 29 maggio, Cavour si spense. La sua morte segnò la fine di un'epoca nei rapporti tra Stato e Chiesa. Al senso diplomatico del conte i successori opposero un'asprezza e una mancanza di rispetto che portarono il pontefice su posizioni sempre più intransigenti. La Chiesa fu additata come nemica della patria e sottoposta al vigile controllo degli organi di polizia. I cattolici liberali, appoggiati dalle autorità civili, trovarono terreno fertile per la diffusione delle loro idee. Furono pubblicati diversi periodici, come «Il Conciliatore» a Milano e «Il Mediatore» a Torino, e sorsero le prime società ecclesiastiche di mutuo soccorso. Frequenti risultarono poi i casi di ecclesiastici che, disobbedendo a una precisa indicazione del papa, non esitarono a instaurare rapporti con le autorità civili. L'episodio più grave agli occhi della Santa Sede fu l'iniziativa di Carlo Passaglia, un ex-gesuita convertitosi alla causa del cattolicesimo liberale, che nel 1862 aveva steso un Indirizzo del clero italiano a Pio IX nel quale invitava il papa a cedere Roma. In favore dell'appello firmarono circa 9.000 ecclesiastici.
Lo scontro ebbe il suo culmine nel 1864, quando il pontefice emanò l'enciclica Quanta cura, nella quale venivano condannate in maniera netta le dottrine professate dal liberalismo, dal laicismo, dal cattolicesimo liberale, dal socialismo, e con esse tutte quelle correnti di pensiero favorevoli alla concessione della libertà di espressione, di stampa e di culto. All'enciclica fu allegato un elenco degli «errori del secolo», il Sillabo, che indicava come erronee ottanta tesi. Sostanzialmente, veniva respinto in blocco tutto quanto la Rivoluzione francese aveva lasciato in eredità.
Arroccandosi su posizioni intransigenti, insensibile rispetto al desiderio di molti cattolici di raggiungere un'intesa tra Santa Sede e Regno d'Italia, Pio IX rese molto più profondo il solco che divideva la Chiesa dal mondo moderno. Non giovò neppure, al fine di una completa comprensione del documento, l'estrema sintesi del Sillabo, che – spiega con chiarezza Andrea Tornielli – «spaziava su materie vastissime passando dalla storicità dei Vangeli al potere temporale, dalla libertà di coscienza al panteismo», offrendo il destro «alle critiche più accese di quanti lo considerano un monumento di intransigenza, l'ottusa difesa di un mondo che non esiste più». 
La pubblicazione del Sillabo destò scalpore in tutta Europa. Persino Napoleone III, da sempre fedele alleato del pontefice, ne proibì la diffusione in Francia per evitare di turbare i rapporti tra Stato e Chiesa. La politica intransigente della Santa Sede rischiava di diventare un ostacolo per la serenità della vita di molti cattolici e Pio IX, ormai sempre più prigioniero di se stesso, pareva non accorgersene. Prostrato dalle difficoltà che aveva dovuto affrontare (e subire), il papa visse gli ultimi anni animato da una forte esigenza di raccoglimento interiore, dalla volontà di contrapporre l'affermazione della fede alle sconfitte terrene.
La frattura con il mondo moderno si allargò ulteriormente nell'estate del 1870, quando, nel corso del Concilio Vaticano I, venne proclamato il dogma dell'infallibilità del pontefice in materia di fede. Giovanni Spadolini scrisse che «il dogma dell'infallibilità pontificale» sancì «la solitudine del Papa, la sua netta e totale separazione dalle cose del mondo, dal corso della civiltà laica e liberale». In quella stessa estate l'equilibrio europeo venne profondamente messo in discussione dalla dichiarazione di guerra della Francia alla Prussia. Napoleone III fu costretto a richiamare le truppe che presidiavano Roma, ma prima volle, e ottenne, la rassicurazione di Emilio Visconti Venosta, ministro degli Esteri italiano, che la Convenzione di settembre (trattato stipulato nel 1864 tra il governo Minghetti e Napoleone III, con il quale si stabiliva che le truppe francesi di stanza a Roma si sarebbero progressivamente ritirate in cambio di un impegno da parte dell'Italia a non invadere i territori pontifici) non sarebbe stata violata. Il 2 settembre i prussiani trionfarono a Sedan: l'imperatore francese cadde prigioniero e a Parigi venne proclamata la Repubblica. La sconfitta di Napoleone di fatto svincolava il governo italiano dagli accordi precedenti e lasciava mano libera per la conquista di Roma. Vittorio Emanuele II tentò di raggiungere un accordo con il pontefice, e il 10 settembre lo invitò con una missiva a liberare Roma, per restituire «la pace alla Chiesa» e mostrare «all'Europa spaventata dagli orrori della guerra come si possano vincere grandi battaglie […] con un atto di giustizia». Ricevuto in risposta un risentito rifiuto, al re non restò che autorizzare l'ingresso delle sue truppe nello Stato pontificio. Il 20 settembre, dopo aver aperto una breccia nella cinta muraria presso porta Pia, l'esercito italiano entrò in Roma, incontrando una resistenza simbolica, che doveva dimostrare che Pio IX cedeva alla violenza. Contrariamente a quanto era accaduto all'epoca della Repubblica romana, nessuna potenza straniera si mosse per salvare il potere temporale del papa.
L'annessione di Roma al Regno d'Italia e la cocente sconfitta subita non indussero il pontefice a modificare il proprio modo di operare: come già aveva fatto altre volte in passato, egli si affidò ad un'enciclica (Respicientes) per esprimere la propria indignazione e non esitò ad infliggere la scomunica a tutti coloro che avevano preso parte alla spedizione nello Stato pontificio. Il governo italiano, preso atto dell'ostinazione con la quale il papa si rifiutava di accettare il fatto compiuto, decise di regolare in modo unilaterale i rapporti con la Santa Sede. Il 13 maggio 1871 fu approvata la legge delle guarentigie, con la quale, tra le altre cose, venivano riconosciuti al pontefice onori sovrani, il diritto di disporre di un presidio armato a difesa dei palazzi Vaticano, Laterano, Cancelleria e villa di Castel Gandolfo (immobili sottoposti a regime di extraterritorialità) e una rendita annua come risarcimento per le perdite subite. Era anche previsto, previa approvazione di una legge per il riordinamento della proprietà ecclesiastica, che fossero aboliti l'exequatur e il placet, ossia l'assenso regio alla pubblicazione di atti dell'autorità ecclesiastica riguardanti la destinazione dei beni ecclesiastici. Siccome, però, la legge sul riordinamento della proprietà non fu mai varata, l'exequatur e il placet rimasero vincolanti per l'assegnazione ai vescovi e ai parroci rispettivamente dei beni associati all'esercizio episcopale e delle rendite parrocchiali. Nel suo Il movimento cattolico in Italia Giorgio Candeloro argomenta che «la legge delle guarentigie fu il punto di arrivo del cattolicesimo liberale del Risorgimento», poiché intendeva «mostrare a tutti che la presa di Roma, anziché aprire un periodo di aspre lotte religiose, aveva aperto per la Chiesa cattolica un periodo di libertà».
Pio IX, profondamente turbato da avvenimenti che reputava inconcepibili, non volle sentir ragioni. Con l'enciclica Ubi nos (15 maggio 1871) si dichiarò «prigioniero in Vaticano» e respinse l'offerta delle guarentigie. Ai vescovi che nominò tra il 1871 e il 1873 raccomandò di non richiedere l'exequatur, impedendo loro in questo modo di godere di qualunque beneficio temporale e privando di validità civile i loro atti. Molti palazzi vescovili rimasero per diverso tempo in stato di abbandono.
Il braccio di ferro con il governo terminò nel 1876, quando il papa, probabilmente per l'impossibilità di sostenere l'enorme spesa che il mantenimento dei vescovi comportava, consentì che venisse richiesto l'exequatur. Lo Stato italiano poté così contare su un efficace strumento di controllo, anche se l'uso che ne fu fatto si limitò a pochi casi particolari.
La presa di Roma e gli atti governativi che, dall'Unità in poi, furono improntati ad un malcelato giurisdizionalismo (si pensi, oltre alla soppressione di molti enti ecclesiastici, alla legge che obbligava i chierici a prestare il servizio militare (1869), o a quella che escludeva l'insegnamento religioso dalle materie obbligatorie nella scuola elementare (1877)) rinforzarono la corrente intransigente. I cattolici furono più volte ammoniti di non collaborare, per quanto possibile, con lo Stato italiano. Per quanto riguardava, però, la partecipazione alle elezioni politiche, la questione si faceva più complicata. Sin dal 1861 don Giacomo Margotti aveva lanciato la parola d'ordine «né eletti, né elettori», sostenendo che un cattolico non avrebbe potuto avere preferenze tra candidati che, indipendentemente dalle correnti politiche di appartenenza, costituivano dei nemici per la Chiesa. La Santa Sede fu per diversi anni incerta ed esitò ad assumere posizioni precise, invitando all'astensionismo in modo non chiaro, poco convincente. Si rese necessaria, pertanto, una presa di posizione netta. Alla vigilia delle elezioni generali del 1874 il Vaticano sciolse ogni dubbio: non era conveniente (non expedit) che i cattolici vi partecipassero, che prendessero parte alla vita politica di uno Stato usurpatore. Il Regno d'Italia, a poco più di un decennio dalla sua fondazione, si trovava costretto ad affrontare una dura opposizione interna: la polemica sul Risorgimento, in seno al movimento cattolico, si sarebbe protratta per anni.

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domenica 2 febbraio 2014

Il pontificato di Pio IX e la nascita del Regno d’Italia (prima parte)

(articolo apparso su Prima Pagina del 2 febbraio 2014)
 
Il 6 giugno 1846 fu eletto dal conclave Giovanni Maria Mastai, che assunse il nome di Pio IX. Animato da una profonda fede religiosa, il papa inizialmente subì l'influenza dell'opinione pubblica italiana, che andava sempre più reclamando un'evoluzione in senso liberale. In breve tempo concesse un'amnistia per i reati politici, approvò la realizzazione di un tratto ferroviario e introdusse l'illuminazione a gas nella città di Roma. Successivamente, confortato dal consenso e dall'entusiasmo che accompagnavano la sua politica, autorizzò una controllata libertà di stampa, la costituzione di una Guardia Civica e di una Consulta di Stato.
Le riforme di Pio IX (in particolare l'amnistia) alimentarono un clima di forte eccitazione collettiva: in tutta la penisola si tennero manifestazioni in onore del «papa liberale» che assunsero frequentemente chiare connotazioni politiche. Seguirono altri provvedimenti clamorosi, come la pubblicazione di un proclama – che terminava con la frase «Benedite gran Dio l'Italia» – che fu interpretato in senso patriottico, la concessione della costituzione a Roma e il permesso accordato all'esercito pontificio di partecipare alla guerra di Carlo Alberto contro l'Austria. Il sentimento religioso parve finalmente trovare un punto d'incontro con le aspettative di riscatto nazionale.
Grande successo ebbero in questa fase le idee di Vincenzo Gioberti, sacerdote piemontese che nel 1843 aveva pubblicato un'opera dal titolo Del primato morale e civile degli italiani. La tesi di fondo era che il risorgimento italiano avrebbe dovuto avere come base la religione cattolica e come guida, come punto di riferimento, il pontefice. La formula politica ideale per il futuro Stato italiano veniva indicata in una confederazione, la cui presidenza sarebbe spettata al papa. Come bene spiega Alfredo Canavero, la proposta di Gioberti faceva fronte al primo grande problema della questione italiana: quello di salvaguardare il potere temporale del pontefice. Il secondo aspetto – indurre l'Austria a rivolgere le proprie mire a oriente, rinunciando al ruolo di potenza egemone nella penisola – fu affrontato da Cesare Balbo nelle Speranze d'Italia (1844). Con l'elezione di Pio IX, l'euforia per il «papa liberale» si conciliò politicamente con l'affermazione del neoguelfismo. Molti cattolici, i quali avevano mostrato di non gradire le soluzioni di sapore laicista avanzate fino a quel momento, trovarono quindi nel Primato le motivazioni per aderire alla causa italiana.
Con queste premesse esaltanti, a buona parte dell'opinione pubblica italiana parve assurda l'allocuzione Non semel del 29 aprile 1848, con la quale Pio IX affermava di non poter dichiarare guerra all'Austria, una nazione dalle radicate tradizioni cattoliche. All'origine di questo dietrofront ci furono probabilmente le notizie allarmanti che giungevano da Vienna, dove si minacciava addirittura uno scisma per protestare contro l'appoggio che il pontefice sembrava voler prestare ai ribelli nel nord Italia. L'equivoco del «papa liberale» venne finalmente alla luce. All'entusiasmo dei mesi precedenti seguì l'indignazione nei confronti di quello che veniva valutato come un vero e proprio tradimento. Nel novembre dello stesso anno una Roma in rivolta costrinse il papa ad abbandonare il Quirinale per stabilirsi a Gaeta, che sarebbe stata la sua residenza sino al crollo della Repubblica romana, caduta in seguito all'invasione delle truppe francesi. L'idillio che pareva avere unito patriottismo e religione fu drasticamente interrotto. Il pontefice, attraverso la fuga, mostrò di non voler legare le sorti del papato a quelle del risorgimento, ribadendo che la sua missione religiosa era al di sopra degli interessi particolari. Falliva così la proposta neoguelfa, e con essa morivano le speranze di quanti avevano confidato di ottenere il riscatto nazionale in accordo con la Chiesa.
Falliti i moti del 1848, Pio IX fece ritorno a Roma profondamente scottato dall'esperienza dell'esilio e ormai convinto che le aspirazioni moderne verso la libertà costituissero una minaccia per il benessere sociale. Per i successivi trent'anni, fino alla morte avvenuta nel 1878, si mostrò allineato su posizioni intransigenti, preoccupato di difendere la più rigida ortodossia dottrinaria e inamovibile nel rifiuto di qualunque limitazione del suo potere temporale.
Una questione delicata fu quella dei rapporti con lo Stato sabaudo, l'unico della penisola che avesse confermato la costituzione concessa nel 1848. In Piemonte non erano mai stati negati gli antichi privilegi della Chiesa, contrariamente a quanto si era verificato in altri paesi ad opera di alcuni sovrani illuminati. L'incompatibilità con lo Statuto Albertino era palese. Nel 1850 furono così approvate le leggi Siccardi, che prevedevano l'abolizione del foro ecclesiastico, del diritto di asilo e delle pene civili per l'inosservanza delle festività religiose; divenne inoltre necessaria l'approvazione del governo per l'acquisto di beni immobili da parte della Chiesa. Seguì un periodo di forte tensione, che raggiunse l'acme con la proposta di legge per l'introduzione del matrimonio civile e soprattutto con l'approvazione, nel 1855, di un provvedimento di confisca dei beni di diversi ordini religiosi mendicanti, allo scopo di creare una cassa per finanziare i parroci più poveri.  Pio IX reagì con fermezza, e nell'allocuzione Cum saepe inflisse la scomunica a quanti avevano collaborato per l'approvazione della legge.
Nel biennio 1859-1860 la situazione precipitò. Cavour, che con l'invio nel 1855 di circa 18.000 soldati in Crimea si era assicurato l'appoggio di Inghilterra e Francia in funzione anti-austriaca, aveva ormai pianificato le tappe per giungere all'unificazione nazionale. Scoppiata la guerra con l'Austria (aprile 1859), Pio IX cadde in preda allo sconforto: «I Potenti della terra – scrisse in una lettera al fratello Gabriele – sono diventati adulatori della rivoluzione, diventata ormai la potenza più grande del mondo». Nel frattempo l'esercito piemontese ottenne le prime vittorie, cui seguirono le insurrezioni nel nord della penisola e la spedizione dei Mille: il 17 marzo 1861 l'Italia unita, con l'eccezione di una parte di quello che costituiva lo Stato pontificio, del Veneto e del Trentino, era un dato di fatto. Quel giorno il primo Parlamento nazionale proclamava Vittorio Emanuele II re d'Italia «per grazia di Dio e volontà della nazione».
La Chiesa cattolica, che già aveva dovuto subire l'affronto dell'espropriazione di molti suoi beni in Piemonte, non poteva accettare che il re sabaudo si fosse impadronito anche di alcuni territori nel nord dello Stato pontificio (furono inglobate nel nuovo Regno d'Italia Bologna e parte dell'Emilia, la Romagna, le Marche e l'Umbria, mentre sotto il diretto governo del papa rimase una regione corrispondente all'incirca all'attuale Lazio). Essa reagì pertanto con la scomunica di tutti coloro che avevano di fatto sancito la fine del potere temporale, rifiutandosi categoricamente di riconoscere il nuovo Stato sorto con la rivoluzione. Dal canto suo Cavour, che peraltro intuiva la necessità di una separazione tra Stato e Chiesa, pose all'ordine del giorno la questione della capitale del Regno, che – riteneva – non poteva che essere Roma. In una discussione parlamentare del 27 marzo 1861 – poi divenuta celebre per l'introduzione della formula «libera Chiesa in libero Stato» – egli sostenne che «la riunione di Roma all'Italia non reca pregiudizio di sorta all'indipendenza della Chiesa» e, rivolgendosi direttamente al pontefice, dichiarò che, in cambio di una spontanea rinuncia al potere temporale, lo Stato gli avrebbe garantito quella libertà che in passato gli Stati assoluti avevano concesso al solo scopo di ottenere privilegi e giustificare ingerenze nella vita stessa della Chiesa.
Pio IX respinse senza esitazioni le proposte del governo italiano. I motivi del suo rifiuto erano da individuare nelle ingiustizie commesse da uno Stato che – come riportato nell'allocuzione Jamdudum cernimus del 18 marzo 1861 – «spoglia la Chiesa delle giustissime sue possessioni, ed usa ogni consiglio ed ogni arte per diminuire l'efficacia salutare della stessa Chiesa». La lungimiranza di Cavour, che aveva inteso prima di molti altri che la rinuncia al potere temporale avrebbe consentito alla Chiesa di conquistare una concreta libertà d'azione – dal momento che una Chiesa privata del suo potere temporale avrebbe cessato di fare concorrenza allo Stato, ottenendo in cambio la cessazione delle continue ingerenze dell'autorità civile nelle questioni più importanti della vita religiosa della comunità –, non era condivisa dal pontefice. Questi era convinto che il liberalismo e il laicismo su cui si fondava lo Stato italiano avrebbero provocato un distacco della Chiesa dalla società, privando milioni di uomini dell'unica autentica guida spirituale. A suo parere, il potere temporale non poteva in alcun modo essere messo in discussione. (Continua)

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La Chiesa e la minaccia del liberalismo: dal pontificato di Pio VII a quello di Gregorio XVI

(articolo apparso su Prima Pagina del 26 gennaio 2014)
 
La Rivoluzione francese del 1789 ebbe conseguenze non solo sul piano politico: la società, la concezione dell'autorità e dello Stato, il comune modo di pensare furono sottoposti a un cambiamento irreversibile. Dinanzi al nuovo mondo che stava nascendo, di fronte alla lotta serrata che contrapponeva antico e moderno, la reazione dei cattolici non fu uniforme. Sorsero sostanzialmente due correnti: da un lato gli intransigenti, dall'altra i cattolici liberali.
La rivoluzione «ha fatto nel politico e nel morale ciò che fece il diluvio nel fisico, cambiando del tutto la faccia della terra». Con queste parole il cardinale Ercole Consalvi, segretario di Stato di Pio VII, interpretò lo stato d'animo di sconforto che permeava buona parte del mondo cattolico all'indomani dell'affermazione giacobina. Il tradizionalismo religioso che caratterizzava la corrente intransigente portò ad una totale condanna dei principi egualitari e democratici emersi alla fine del XVIII secolo; nel processo rivoluzionario si individuava il male assoluto, il caos che avrebbe stravolto un ordine sociale in piedi da secoli. La libertà, nei costumi così come in politica, avrebbe aperto la via al peccato, negando quei valori di obbedienza e disciplina sui quali la società cristiana aveva sempre fatto affidamento. Quanto all'utilizzo della stampa come mezzo privilegiato per diffondere le nuove idee, fu lo stesso Pio VII, nell'enciclica Diu Satis (1800), ad augurarsi di riuscire a reprimere la «grande libertà di pensiero e di parola, di leggere e di scrivere».
Del liberalismo gli intransigenti non riuscivano a vedere che il lato negativo. Furono addirittura guardate con diffidenza alcune innovazioni che certo giovarono all'arretrata società di inizio ‘800. Gregorio XVI evitò di introdurre nello Stato Pontificio la ferrovia (probabilmente temendo che questa potesse agevolare l'incontro delle persone e, di conseguenza, delle idee) e si oppose all'uso dell'illuminazione a gas, che avrebbe potuto facilitare i tanto temuti convegni notturni. Il progresso sociale delle classi meno abbienti, così come i principi di uguaglianza e la diffusione dell'istruzione non erano ammissibili per questi cattolici, che avevano ben chiara nella mente un'idea di società immobile, all'interno della quale ogni cosa doveva seguire un ordine prestabilito. Alle masse spettava il lavoro; a pochi privilegiati la guida della società e la possibilità di emergere dalla mediocrità attraverso lo studio. Per i più deboli, la rassegnazione, il rispetto e il timore erano considerati valori assoluti.
Il liberalismo non era conciliabile con il tradizionalismo intransigente anche per questioni di puro principio. Aveva elevato la ragione umana – scrive Giacomo Martina – a «criterio unico di verità» e «proclamava un indifferentismo sistematico che metteva l'ateismo e tutte le religioni sullo stesso piano»; relegava inoltre, per così dire, la religione in un angolo, concedendole di occuparsi esclusivamente di questioni dogmatiche o legate all'intimo della coscienza umana. Dinanzi a questo tentativo di laicizzazione gli intransigenti reagirono con fermezza, difendendo le prerogative della Chiesa e quelle che essi consideravano le basi della fede. Con l'obiettivo di proteggere la società cristiana e la dimensione religiosa della vita quotidiana, questi cattolici finirono per adottare strategie che si sarebbero rivelate storicamente in contrasto con l'inevitabile evoluzione politica e sociale di quegli anni. L'errore fu quello di ritenere l'ancien régime l'unica forma possibile di società cristiana; fu quello di escludere qualunque tipo di conciliazione con un progresso che, di lì a poco, si sarebbe rivelato inarrestabile.
Con il Congresso di Vienna e l'inizio dell'età della Restaurazione la Chiesa poté illudersi di aver recuperato le posizioni e i privilegi di cui aveva goduto nei tempi passati. Il trionfo degli ideali romantici e la conseguente esaltazione dell'aspetto irrazionale dell'animo umano portarono al recupero del mito del Medioevo, di un'epoca caratterizzata da una maggiore sintonia tra società e religione cristiana. Come sottolinea Alfredo Canavero, «in una società che l'individualismo degli illuministi e l'anarchia dei rivoluzionari aveva disgregato, la religione apparve ai pensatori romantici come l'unica possibilità di dare fondamento e contenuto ai concetti di dovere morale e comportamento politico». Con queste premesse, si giunse in breve tempo ad una secca equiparazione, quantomeno sul piano delle conseguenze materiali, di rivoluzione e barbarie. Il ritorno al passato costituiva l'unica reazione possibile di fronte all'avanzata del liberalismo e del principio di laicizzazione che questo portava con sé.
La Restaurazione non fu tuttavia in grado di ripristinare completamente il mondo pre-rivoluzionario. Le ingerenze della Chiesa nella vita civile non potevano più essere tollerate come un tempo, ferma restando la necessità di un accordo (che spesso assunse la natura del concordato) per fronteggiare il comune nemico, il liberalismo. Pio VII era consapevole della necessità di fare alcune concessioni rispetto alle novità introdotte durante il periodo rivoluzionario e napoleonico: egli intuì che solo attraverso una politica di comuni intenti e di accordi con l'autorità statale la Chiesa avrebbe potuto mantenere il suo ruolo di indiscussa guida spirituale.
Alla morte di Pio VII, avvenuta nel 1823, gli intransigenti ottennero due importanti successi: le elezioni rispettivamente di Leone XII e Gregorio XVI (con in mezzo la breve parentesi del pontificato del più moderato Pio VIII). Gregorio XVI (1831 – 1846), in particolare, si distinse per il rigore dottrinale e politico. Questo suo atteggiamento è da ricondurre allo sdegno che i moti insurrezionali del 1830 avevano suscitato negli ambienti conservatori.
L'irrigidimento del pontefice, che nel successo delle idee liberali scorgeva una minaccia alla stabilità del potere temporale, provocò, per reazione, lo sviluppo di correnti moderate in seno al movimento cattolico. In disaccordo con gli intransigenti, che andavano assumendo posizioni sempre più dure nei confronti degli ideali moderni, cominciarono a far sentire la propria voce i cattolici liberali. Essi ritenevano che i fatti dell'89 non potessero essere cancellati con un secco colpo di spugna, e che al contrario fosse indispensabile accettare il nuovo rapporto tra società religiosa e società civile che la rivoluzione aveva determinato. La rivendicazione dei diritti del cittadino, la lotta al privilegio, la conquista della libertà di espressione, di associazione e di stampa, la partecipazione dei cattolici alla vita politica: questi erano i valori da cui partire per costruire il futuro delle nascenti entità statali in Europa. Il fatto che la Chiesa fosse aspramente combattuta in molti paesi costituzionali era da addebitare – secondo l'opinione dei cattolici liberali – non tanto al cinismo dei governi, quanto piuttosto all'incapacità di molti cattolici di accettare i nuovi regimi politici, in difesa del vecchio assolutismo.
Un ruolo importante assunse in quegli anni il sacerdote francese Félicité Robert de Lamennais. Egli era convinto che la Chiesa necessitasse al più presto di una forte azione rinnovatrice che le consentisse di tenere il passo con il progresso sociale. L'alleanza con i regimi assoluti era da considerarsi sinonimo di debolezza e nel tempo avrebbe portato ad un progressivo distacco dalla società.  Occorreva pertanto un impulso forte che conducesse ad una vera e propria svolta. E siccome le Chiese locali erano troppo compromesse con i regimi assoluti, il papa stesso avrebbe dovuto guidare e appoggiare questo progetto. Lamennais affidò al giornale «L'Avenir» la diffusione delle proprie idee liberali.
Anche se il laicismo dell'abate francese non aveva come obiettivo la completa separazione tra Stato e Chiesa (per i cattolici liberali lo Stato doveva rispettare i diritti della Chiesa e mantenere un carattere cristiano nella sua legislazione, pur nel rispetto delle altre confessioni religiose), la condanna di Gregorio XVI non si fece attendere. Nel 1832 il pontefice, attraverso l'enciclica Mirari Vos, criticò duramente ogni forma di apertura liberale, definendo, tra l'altro, «pessima né mai abbastanza esecrata ed aborrita» la libertà di stampa. La Chiesa – precisò con decisione il papa –, in quanto istituita da Gesù Cristo, era perfetta e non necessitava di alcuna riforma.
L'opera del Lamennais non mancò tuttavia di attrarre consensi. Uomini di cultura e prestigio del calibro di Alessandro Manzoni, Nicolò Tommaseo, Antonio Rosmini e Vincenzo Gioberti si schierarono apertamente su posizioni liberali, contribuendo con i propri scritti a diffondere le speranze di rinnovamento di una parte importante del movimento cattolico italiano. È comunque importante sottolineare che il cattolicesimo liberale fu sostanzialmente espressione di una minoranza colta, la cui influenza, rispetto a quella degli ecclesiastici che realmente potevano condizionare l'atteggiamento generale della Chiesa, non va ingigantita. Di fatto gli intransigenti mostrarono una maggiore compattezza e riuscirono per parecchio tempo a far prevalere le loro idee.

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martedì 21 gennaio 2014

Il Partito socialista italiano dalla svolta liberale di inizio Novecento all'avvento del fascismo

(articolo apparso su Prima Pagina del 19 gennaio 2014)
 
Con il nuovo secolo si apriva quella che gli storici hanno definito «età giolittiana», individuando nello statista di Dronero il principale protagonista della vita politica italiana. Giolitti riteneva che lo Stato liberale non avesse nulla da temere dallo sviluppo delle organizzazioni operaie e che la politica repressiva si sarebbe rivelata, a lungo andare, nociva. Per questo, una volta giunto al potere, mantenne l'esecutivo su posizioni di rigida neutralità in materia di conflitti sul lavoro e promosse un programma di riforme per il quale si avvalse del dialogo coi socialisti, giungendo persino a proporre a Turati – che tuttavia rifiutò per timore di non rispecchiare le aspettative della base del partito – di entrare nel governo.
La svolta liberale di inizio secolo venne incoraggiata dall'atteggiamento collaborativo dei socialisti, che appoggiarono in Parlamento i governi disposti a varare un piano concreto di riforme. Nel primo Novecento il notevole sviluppo delle organizzazioni operaie sembrava inoltre corroborare la linea riformista di Turati, sempre più determinato a difendere il sodalizio con Giolitti. Tuttavia, man mano che si palesavano i limiti del liberalismo-progressista e in risposta ai sempre più frequenti scontri tra lavoratori e forze dell'ordine, venne emergendo in seno al partito la corrente rivoluzionaria, influenzata dal sindacalismo soreliano e più che mai decisa a combattere in termini classisti lo Stato monarchico e borghese.
Nell'aprile del 1904, al Congresso di Bologna, i rivoluzionari riuscirono ad imporsi alla guida del partito. Pochi mesi dopo, in seguito all'eccidio proletario verificatosi a Buggerru, in Sardegna, durante una manifestazione di minatori, si ebbe il primo sciopero generale della storia d'Italia, che ebbe un impatto psicologico notevole sull'opinione pubblica. A dispetto delle forti pressioni ricevute affinché intervenisse con durezza, Giolitti mantenne fede al metodo utilizzato in passato e lasciò che la manifestazione si esaurisse da sé. Successivamente convocò nuove elezioni per sfruttare il clima politico avverso alle sinistre che lo sciopero aveva generato, ed ottenne un esito favorevole, palesando gli evidenti limiti dei socialisti, soprattutto per quanto concerneva la mancanza di coordinamento tra le organizzazioni operaie e il partito.
Nel 1906 i riformisti riconquistarono la guida del PSI e promossero la fondazione della Confederazione Generale del Lavoro. L'unificazione del movimento sindacale che in tal modo si determinò segnò l'emarginazione del gruppo rivoluzionario, che peraltro non si squagliò, continuando a soffiare sul fuoco delle proteste popolari. Ma anche tra i riformisti sorsero divisioni ed emerse una corrente revisionista, facente capo a Leonida Bissolati e a Ivanoe Bonomi, che intendeva strutturare il PSI come partito privo di connotazioni ideologiche rigide, in funzione di una più stretta collaborazione con le forze democratico-liberali. Se in un primo tempo le differenze rimasero confinate su un mero piano teorico, la mancata opposizione di Bissolati e Bonomi all'impresa libica del 1911 inasprì notevolmente le divergenze. Al Congresso di Reggio Emilia dell'anno seguente, i rivoluzionari, tra i quali emerse la figura di Benito Mussolini, riuscirono a riconquistare il comando del partito e a imporre l'espulsione dei leader revisionisti e di altri esponenti di spicco della destra riformista (i quali diedero vita al Partito socialista riformista italiano). Il futuro capo del fascismo fu poi chiamato alla direzione dell'«Avanti!», che trasformò in un moderno strumento di propaganda rivolto alle masse per preparare «psicologicamente il proletariato all'uso della violenza liberatrice».
Benché i riformisti conservassero il controllo del gruppo parlamentare e della CGL, la sconfitta nel partito subita a Reggio Emilia rappresentò l'inizio di un momento di crisi per la componente moderata del movimento operaio. Come sottolinea Maurizio Degl'Innocenti, «il limite dell'integrazione sociale e politica delle masse popolari in età giolittiana, nonostante la "svolta liberale" [...], fu evidenziato dalla permanenza della vasta area del sovversivismo, antidemocratica e antiriformista».
Il 1913 vide una forte accelerazione delle lotte sociali, che, sotto l'impulso della propaganda mussoliniana, sfociarono in numerosi scioperi e agitazioni nelle campagne. Tuttavia, il vero banco di prova per il PSI furono le elezioni, le prime a suffragio universale maschile. In un clima caratterizzato da una forte radicalizzazione dei contrasti, i socialisti riscossero un discreto successo (72 seggi, comprendendo i riformisti), anche se il contributo cattolico conseguente al patto Gentiloni premiò nuovamente i liberali. La nuova maggioranza ebbe però vita breve: a causa di inconciliabili divisioni, alla prima difficoltà Giolitti fu costretto alle dimissioni e venne sostituito da Salandra. Contrariamente a quanto più volte accaduto in passato, non si trattò di un abbandono temporaneo, ma della fine di un'epoca. In poco più di due mesi infatti due avvenimenti scossero nel profondo la vita politica italiana. Nel giugno del 1914 la cosiddetta «settimana rossa» (ondata di scioperi e manifestazioni provocata dalla morte di tre dimostranti in uno scontro con le forze dell'ordine durante un comizio antimilitarista ad Ancona) sconvolse la penisola, finendo per rafforzare le tendenze conservatrici in seno a una classe dirigente che si mostrava sempre più insofferente nei confronti della linea tollerante di Giolitti. Appena un mese dopo, lo scoppio della Grande Guerra convinse definitivamente l'opinione pubblica dell'inadeguatezza dello Stato liberale, che pareva del tutto impreparato ad affrontare le difficoltà della nascente società di massa.
Il grande conflitto europeo scosse profondamente i socialisti dell'intero continente. La Seconda Internazionale, dopo aver invitato i proletari di tutti i paesi a manifestare contro la guerra, cessò praticamente di esistere in seguito alla decisione dei principali partiti socialisti di aderire alle rispettive azioni di governo. L'Italia si divise tra neutralisti e interventisti. Questi ultimi annoverarono tra le proprie file anche molti esponenti della sinistra, dai socialriformisti di Bissolati ai sindacalisti rivoluzionari. Molto netta fu invece in senso neutralista la posizione assunta dal PSI, con l'importante eccezione di Mussolini, che per il suo «tradimento», dopo aver lasciato la direzione dell'«Avanti!», fu espulso dal partito.
L'ingresso dell'Italia nel conflitto nel maggio del 1915 mise in difficoltà i socialisti, che, incapaci di reagire con efficacia, si limitarono a ribadire la loro ostilità alla guerra attraverso l'ambigua formula «né aderire, né sabotare». La crisi del PSI si protrasse per tutta la durata del conflitto ed è ben inquadrata dall'acuta analisi di Benedetto Croce, il quale rilevò che il partito, avversando una guerra comunque avvertita come suprema prova di patriottismo, di fatto lasciò «che in Italia la minoranza rivoluzionaria assumesse la parte nazionale». 
L'eredità politica del conflitto si concretizzò nell'avanzata dei partiti di massa. Il PSI, al cui interno la sinistra si trovava in netta maggioranza, fece registrare una crescita impetuosa, divenendo il primo partito italiano (con il 32% delle preferenze) dopo le elezioni del 1919. Obiettivo dei massimalisti, guidati dall'esempio della rivoluzione bolscevica, era l'instaurazione immediata della dittatura del proletariato. Tuttavia le strategie adottate a tal fine si rivelarono presto inadeguate: il PSI ebbe infatti troppo a lungo un atteggiamento attendista, probabilmente derivante dalla convinzione che la rivoluzione – inevitabile nel lungo periodo, secondo il dogma socialista – fosse imminente. Fu l'estrema sinistra, facente capo a Bordiga e Gramsci, a rilevare per prima il problema e fare pressioni affinché il partito giocasse la carta dell'insurrezione.
Il clima politico-sociale era del resto infuocato. Tra 1919 e 1920 (il cosiddetto «biennio rosso») le principali città italiane furono teatro di violenti tumulti, di scioperi e di agitazioni agrarie, che culminarono nell'occupazione di numerosi stabilimenti metallurgici e meccanici da parte degli operai aderenti alla Fiom. Questi ultimi presero il controllo della produzione, presidiando gli impianti con guardie armate e issando la bandiera rossa sui tetti delle officine. La rivoluzione pareva ad un passo, ma ancora una volta le indecisioni dei socialisti – divisi tra un partito a maggioranza massimalista e un gruppo parlamentare e una CGL guidati dai riformisti – preclusero alla rivolta un concreto sbocco politico. Giolitti, tornato al governo nel giugno del 1920, fu come suo solito abile nel proporre una mediazione che, se da un lato prevedeva importanti concessioni economiche e sindacali, dall'altro scongiurava esiti anticostituzionali. Il fallimento dell'occupazione delle fabbriche rese improponibile ogni ulteriore intesa tra massimalisti e riformisti. La resa dei conti si ebbe al Congresso di Livorno del 1921, quando gli esponenti della sinistra abbandonarono il PSI per dare vita al Partito comunista d'Italia, che si diede un programma rigorosamente leninista.
La conseguenza più rilevante del biennio rosso fu l'isolamento delle forze progressiste. Lo spettro del comunismo e la sensazione diffusa che fosse indispensabile approfittare delle incertezze delle sinistre spinsero la borghesia tra le braccia del nascente fascismo. «Molta gente – ha scritto Denis Mack Smith – preferì credere che la rivoluzione avrebbe potuto venire solo da sinistra» e, puntando su Mussolini, si fece sedurre dal mito dell'uomo forte, necessario per riportare ordine in una realtà, come quella italiana, dilaniata dai conflitti sociali. Il fascismo pertanto nacque – o almeno così fu inizialmente interpretato – come reazione a una minaccia sovversiva che non aveva trovato nel PSI un organismo politico capace di tradurla in rivoluzione.
 
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giovedì 16 gennaio 2014

Il Partito socialista italiano dalle origini alla svolta liberale di inizio Novecento

(articolo apparso su Prima Pagina del 12 gennaio 2014)
 
L'Italia della seconda metà dell'Ottocento era un paese scarsamente industrializzato, essenzialmente agricolo e privo di un moderno proletariato di fabbrica. Le uniche organizzazioni operaie di un certo rilievo consistevano nelle cosiddette società di mutuo soccorso: si trattava di associazioni aventi principalmente scopi di solidarietà, che peraltro rifiutavano categoricamente lo sciopero e la lotta di classe come strumento di affermazione politica. Le campagne costituivano di fatto l'ambiente più idoneo allo sviluppo delle idee socialiste, che soprattutto nel nord della penisola si diffusero prima della formazione, a partire dai primi anni del Novecento, di una vera e propria struttura produttiva capitalistica. Quelli che la propaganda indicava come «operai» erano per lo più artigiani o lavoratori manuali, che spesso integravano la propria attività con il lavoro nei campi.
Fu in seguito all'inasprimento dei conflitti sociali negli anni '70 che in Italia si sviluppò l'internazionalismo socialista, inizialmente fedele, più che alle dottrine marxiste, al credo bakuniniano basato sull'insurrezione e sulle agitazioni nelle campagne. Il pressoché completo fallimento di questi moti indusse Andrea Costa ad intraprendere un percorso completamente nuovo attraverso l'elaborazione di un programma politico più coerente e la fondazione, nel 1881, del Partito socialista rivoluzionario di Romagna. Si trattava di una svolta significativa, che nelle intenzioni dell'agitatore imolese avrebbe dovuto portare alla fondazione di un Partito rivoluzionario italiano e che, nell'immediato, fruttò a quest'ultimo l'elezione a deputato nel 1882.
In quello stesso anno, per iniziativa di alcune associazioni operaie milanesi, sorse il Partito operaio italiano, che si strutturò su base rigorosamente classista e antiborghese e fu promotore dei grandi scioperi che si tennero nel Mantovano e nel Polesine tra il 1884 e il 1885. Rimaneva tuttavia sostanzialmente irrisolto il problema della frammentazione politica delle singole associazioni (il Partito operaio era in realtà una federazione di organizzazioni locali), dal momento che anche le numerose Camere del lavoro sorte a partire dalla seconda metà degli anni '80 avevano un raggio d'azione tutto sommato limitato. La questione era di non poco conto: il marxismo faticava ancora ad imporsi, col risultato che il movimento socialista si mostrava privo di quello che sarebbe stato l'indispensabile perno ideologico-dottrinario del futuro partito. Un contributo decisivo alla conoscenza delle opere di Marx venne dal filosofo materialista Antonio Labriola, che tuttavia concepiva il socialismo secondo principi rigorosamente intellettuali ed elitari.
Fu Filippo Turati, avvocato milanese di formazione positivistica, il principale artefice del drastico cambio di rotta che portò alla nascita del Partito socialista italiano. Gaetano Arfé, nell'illustrare i tratti salienti della svolta, si è soffermato sul «legame con le organizzazioni operaie, tra le quali la teorizzazione dell'inconciliabile antagonismo tra le classi dava contenuto alla nascente coscienza della propria autonomia e della propria funzione, mentre le suggestioni fatalistiche, ammantate di scientismo, che attribuivano al socialismo l'ineluttabilità dei fenomeni naturali, andavano a costituire il nucleo di una massiccia, incrollabile fede, destinata a colmare il vuoto lasciato negli strati più avanzati e vivaci delle classi popolari dalla religione tradizionale, in seguito all'opposizione del clero al moto risorgimentale prima, al nascente movimento operaio dopo».
Il movimento operaio trovò nel marxismo un'ideologia politica omogenea, capace di superare i localismi e i contrasti tra le varie correnti che dividevano il socialismo delle origini. Decisive si rivelarono alcune idee-guida, secondo le quali il capitalismo, per la sua stessa natura contraddittoria, avrebbe da sé prodotto le condizioni politiche per il suo superamento e per l'instaurazione di una società basata sull'egualitarismo e la collettivizzazione dei mezzi di produzione. La fede in un'inevitabile evoluzione sociale consentiva inoltre di impostare la lotta politica non più soltanto sul mito della rivoluzione e dell'insurrezione, aprendo di fatto la via del riformismo.
Rispetto quindi alla linea intransigente di Labriola, Turati aveva in mente un partito che si battesse su scala nazionale sul campo delle rivendicazioni economiche e delle riforme, e che fungesse da organo di mediazione politica tra la base e i vertici della società. Il Partito dei lavoratori italiani (il cui nome cambiò in Partito socialista dei lavoratori italiani nel 1893 e in Partito socialista italiano nel 1895), che sotto la sua guida vide la luce in occasione del Congresso di Genova del 1892, veniva pertanto impostato con l'obiettivo di ottenere la socializzazione attraverso una duplice lotta per la conquista, a lungo termine, del potere politico e per il miglioramento, nell'immediato, delle condizioni della classe operaia. Pur con tutti i contrasti che rendevano ardua una costante unità di intenti, il socialismo italiano aveva trovato in Turati come rileva Franco Livorsi «l'uomo giusto al momento giusto», capace di agire «da amalgama» tra tendenze politiche parse sino ad allora inconciliabili.
Il Congresso di Genova rappresentò pertanto una tappa decisiva per la storia del movimento operaio italiano. Decretò in primo luogo la scissione tra socialisti e anarchici; diede al partito un programma unitario e marxista; fece infine emergere la corrente riformista di Turati, che si sarebbe imposta per più di un decennio.
Nei suoi primi anni di vita il partito fu costretto ad affrontare una grave crisi politico-parlamentare, dovendo peraltro difendersi dai ripetuti attacchi del governo miranti a minarne le basi. La fase più critica si ebbe nel 1894. Come reazione ai Fasci siciliani – vasto movimento di protesta sociale contro tasse e malgoverno che fra '92 e '93 si era propagato in Sicilia, coinvolgendo organizzatori di matrice socialista –, in gennaio Crispi proclamò lo stato d'assedio, facendo seguire a questo provvedimento una generale operazione di polizia rivolta contro giornali, leghe e circoli socialisti. Con l'approvazione, in luglio, delle leggi cosiddette «antianarchiche», che imponevano rigorosi limiti alle libertà di stampa e di associazione e che portarono allo scioglimento, qualche mese più avanti, del Partito socialista dei lavoratori italiani, i dirigenti socialisti furono costretti a rivedere parte delle loro strategie. In particolare, in occasione del Congresso che si tenne clandestinamente a Parma nel gennaio del 1895, si decise, pur con qualche resistenza, di aprire a radicali e repubblicani – allo scopo di costruire un'alleanza capace di affrontare l'imminente tornata elettorale – e, soprattutto, di organizzare il partito non più come federazione di organizzazioni operaie, bensì sulla base dell'adesione personale dei suoi membri.
«Fu questa – osserva Giorgio Candeloro – una conseguenza positiva della dura reazione che si era abbattuta sul Partito e sul movimento operaio, la quale aveva colpito indiscriminatamente le associazioni aderenti al Partito, ivi comprese molte cooperative e società di mutuo soccorso. [...] Si era quindi imposta l'esigenza di distinguere nettamente il movimento economico (sindacale, cooperativo, mutualistico ecc.) dal movimento politico del proletariato». Le conseguenze più immediate furono la compilazione di un nuovo statuto e l'acquisizione del nuovo nome di Partito socialista italiano.
Nonostante le difficoltà, alle elezioni del maggio 1895 i socialisti riuscirono a fare eleggere dodici candidati. Fu una dimostrazione di forza, che si avvalse anche della crescente simpatia che veniva mostrata verso il partito da parte di numerosi intellettuali e uomini di cultura, contrari per principio alle persecuzioni e ai provvedimenti liberticidi. Il clima di quella che è nota come «crisi di fine secolo» favoriva peraltro inevitabilmente le forze di opposizione, che ebbero buon gioco a trarre giovamento da una serie di fallimenti del governo, primo fra tutti la disfatta di Adua del 1896. In seguito all'approvazione di nuove misure repressive volte a rafforzare l'esecutivo, la situazione precipitò nel 1898. L'aumento del costo del pane provocò infatti in tutta la penisola una lunga ondata di agitazioni che culminò nei tumulti di Milano. In quell'occasione la violenza della repressione raggiunse il suo acme: il generale Bava Beccaris ordinò di sparare sulla folla, provocando la morte di circa 80 manifestanti. Seguirono la proclamazione dello stato d'assedio in diverse province e l'arresto di numerosi esponenti socialisti, tra cui Turati.
Riportato l'ordine nel paese, la maggioranza moderata e conservatrice volle trasferire lo scontro in Parlamento, allo scopo di dare vigore di legge all'azione repressiva. Ma quando il primo ministro Pelloux presentò una serie di provvedimenti miranti a ridurre drasticamente le libertà di sciopero, di stampa e di associazione, i gruppi della sinistra ricorsero alla pratica dell'ostruzionismo, paralizzando i lavori. La lotta si protrasse per quasi un anno, indebolendo un governo che, tra le diverse difficoltà, doveva affrontare la crescente opposizione del gruppo liberal-progressista guidato dal duo Zanardelli-Giolitti. A Pelloux non rimase che sciogliere la Camera, nella speranza, tramite il voto, di trarre appoggio alla sua politica. L'esito premiò invece ancora una volta i socialisti, che salirono a 33 deputati. Umberto I fu così costretto a prendere atto del fallimento di quella politica illiberale che egli stesso aveva incoraggiato. Prima di cadere vittima dell'attentato dell'anarchico Gaetano Bresci il 29 luglio 1900, nominò a capo del governo Giuseppe Saracco, un moderato al di sopra delle parti. I tempi per una svolta liberale parevano maturi. (Continua)

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venerdì 10 gennaio 2014

La politica estera del fascismo: un precario equilibrio tra prudenza e aggressività (seconda parte)

(articolo apparso su Prima Pagina del 5 gennaio 2014)

Anni 1935-1939


 

Quando Mussolini si sentì più forte e più libero di osare decise di imboccare la strada dell'espansione militare. Si trattava di un'esigenza che dipendeva dalla natura stessa del fascismo. Come ha infatti precisato Emilio Gentile, «ai fascisti, la dimensione nazionale appariva troppo angusta per poter contenere l'orizzonte massimo delle loro ambizioni rivoluzionarie, che trascendevano la realtà della nazione per elevarsi alla contemplazione di vasti panorami, europei e mondiali, verso i quali proiettare le future conquiste della "rivoluzione fascista"». L'Italia – a parere del duce – doveva necessariamente mettersi alla pari delle altre potenze per quanto riguardava i possedimenti coloniali, anche a costo di una guerra che, comunque, sarebbe rimasta circoscritta al territorio africano.
Mussolini si sentiva infatti sicuro che Francia e Inghilterra non lo avrebbero intralciato più di tanto. Per quanto riguardava la prima, il duce aveva avuto rassicurazioni dal primo ministro Laval (accordi del gennaio 1935), il quale aveva accettato di dare mano libera in Etiopia, in cambio della rinuncia italiana alle rivendicazioni sulla Tunisia; quanto alle intenzioni della seconda, Mussolini ritenne che l'esito della conferenza di Stresa – dove nell'aprile del 1935 Italia, Francia e Gran Bretagna avevano confermato gli accordi di Locarno e posto le basi per una politica di opposizione al riarmo tedesco – lo mettesse al riparo dalle insidie.
La campagna di Etiopia, al di là delle valutazioni contrastanti che hanno diviso gli storici, a livello politico fu un successo per Mussolini. Il duce poté ancora una volta vantare una vittoria che lo elevava al di sopra dei fallimenti dell'Italia liberale e fu abile nello sfruttare propagandisticamente le sanzioni economiche inflitte all'Italia dalla Società delle Nazioni. Il regime ne uscì rafforzato, tanto che anche il leader comunista Togliatti, dopo aver invano sperato che la guerra portasse il fascismo alla rovina, firmò nell'agosto del '36 un appello intitolato Per la salvezza dell'Italia, riconciliazione del popolo italiano!, rivolto anche ai «fratelli in camicia nera».
Pochi mesi dopo la conquista di Addis Abeba, Mussolini decise per l'immediato intervento nella guerra civile spagnola, il primo conflitto europeo che coinvolse tutti i principali paesi protagonisti sulla scena internazionale. Per l'Italia la guerra ebbe essenzialmente il carattere di scontro ideologico tra fascismo e antifascismo, anche perché il duce si convinse – scrive Elena Aga Rossi – «che si era di fronte a un momento importante per l'affermazione internazionale del fascismo e, nello stesso tempo, a una seria minaccia per la sua stessa sopravvivenza di fronte all'ipotesi di una vittoria repubblicana». Il comune impegno bellico determinò un netto avvicinamento tra Italia e Germania, che culminò nella firma, da parte del neo ministro degli Esteri Ciano, di un accordo politico passato alla storia come Asse Roma-Berlino (ottobre 1936). Hitler si impegnò a garantire un consistente aiuto militare a Franco e si disse disponibile a riconoscere il ruolo di potenza egemone nel Mediterraneo che l'Italia ambiva a ricoprire; Mussolini promise di difendere gli interessi tedeschi in seno alla Società delle Nazioni e lasciò intendere che non si sarebbe nuovamente opposto all'Anschluss (che i nazisti avrebbero effettuato nel marzo del '38). Nel 1937 seguirono, in questa deriva totalitaria, l'adesione dell'Italia al patto anti-Comintern (con Germania e Giappone) e l'uscita dalla Società delle Nazioni, che costituiva un segnale inequivocabile delle intenzioni di Mussolini di stravolgere l'ordine europeo.
L'alleanza italo-tedesca indusse il governo di Londra a ristabilire buone rapporti con Roma, dopo i contrasti legati alle sanzioni. Nel gennaio del '37 un gentlemen's agreement impegnò i due paesi a rispettare lo status quo nel Mediterraneo (con l'evidente incongruenza della partecipazione fascista alla guerra di Spagna), mentre l'anno successivo con un nuovo accordo la Gran Bretagna riconobbe la sovranità italiana sull'Etiopia, in cambio della promessa dell'immediato ritiro dei «volontari» italiani dal suolo iberico al termine della guerra civile. In questo modo, se l'Italia poteva rallegrarsi per aver dimostrato la propria autonomia rispetto ai tedeschi, la Gran Bretagna si illudeva di aver allontanato Mussolini da Hitler in vista di un'eventuale guerra europea.
Il duce si convinse in quei mesi che all'Italia sarebbe spettato il ruolo di ago della bilancia per dirimere le controversie internazionali. Di conseguenza, quando Hitler minacciò di risolvere con la forza l'intricata questione dei Sudeti (dove vivevano oltre 3 milioni di tedeschi) e si preparò all'invasione, Mussolini sollecitò la convocazione di un vertice a quattro a Monaco con Daladier, Chamberlain e il Fuhrer (29-30 settembre 1938). L'esito, scontato, delle trattative fu l'accettazione della volontà di Hitler da parte delle potenze occidentali, che pagarono il prezzo voluto dal dittatore con l'illusione che questi si sarebbe accontentato e non avrebbe trascinato l'Europa in un conflitto. Ma appunto di illusione si trattava, come l'occupazione nazista della Boemia e della Moravia (ottobre '38) e l'aggressione alla Polonia (1° settembre '39) si incaricarono di dimostrare.
Quanto all'Italia – come rileva Giorgio Candeloro –, a Monaco «Mussolini ottenne un successo di prestigio, che fu molto strombazzato dalla propaganda fascista e fu a lungo giudicato effettivo, mentre poteva divenire tale solo se Mussolini avesse cambiato da quel momento la sua politica estera». Ma non lo fece, e anzi, forse per spirito di emulazione nei confronti di Hitler, predispose in tutta fretta l'attacco all'Albania (aprile '39), con l'obiettivo di rinforzare l'influenza italiana sui Balcani. 

L'epilogo


 

Un mese dopo la conquista dell'Albania, Italia e Germania siglarono il Patto d'acciaio, vera e propria alleanza militare. Gli accordi prevedevano che «se, malgrado i desideri e le speranze delle Parti Contraenti, dovesse accadere che una di Esse venisse trascinata in complicazioni belliche con un'altra o più Potenze, l'altra Parte Contraente si porrà immediatamente come Alleato al suo fianco e la sosterrà con tutte le sue forze militari per terra, per mare e nell'aria». Si trattava quindi non di un accordo difensivo, bensì per la guerra, nonostante Mussolini avesse fatto presente a Hitler che l'Italia avrebbe necessitato di un periodo di pace di qualche anno (almeno fino al '42) per preparasi a un conflitto europeo.
Il Fuhrer aveva però ben altri progetti e preparava già l'invasione della Polonia all'insaputa dell'alleato. Solo l'11 e il 12 agosto, incontrando Ribbentrop e Hitler a Salisburgo, Ciano apprese le reali intenzioni dei tedeschi. La sua preoccupazione, come traspare dalle pagine del diario riferite a quei giorni, consente di comprendere quanto l'Italia, al di là delle ambizioni e della propaganda, fosse impreparata ad affrontare una guerra. Mussolini rischiava di diventare schiavo dell'immagine che di sé aveva costruito. Temeva un conflitto, ma non avrebbe mai accettato l'umiliazione di ammetterlo pubblicamente. Fu così costretto, non senza imbarazzo, a dichiarare la «non belligeranza» quando le armate hitleriane, varcando il confine polacco, diedero inizio alla seconda guerra mondiale.
Per il duce i primi mesi di guerra furono una sorta di agonia, dal momento che la valutazione realistica delle forze disponibili tarpava inesorabilmente le ali della sua ambizione. Di fatto, solo le travolgenti vittorie tedesche del maggio 1940 spinsero Mussolini a rompere gli indugi.
Con l'ingresso in guerra (10 giugno 1940) si chiudeva così una lunga fase della politica estera italiana. Iniziata nel rispetto e nella ricerca costante dell'equilibrio, quella politica si concludeva con la rinuncia, di fatto, all'unico ruolo di rilievo che l'Italia fosse riuscita a ricoprire tra i due conflitti mondiali: quello di mediatrice tra le nazioni europee. L'obiettivo di elevare l'Italia al rango delle grandi potenze fallì proprio a causa dell'abbandono della politica del «peso determinante». Legandosi a Hitler, infatti, Mussolini perse la propria autonomia, e il fallimento dell'estremo tentativo di ignorare questa verità – la conduzione di una guerra parallela – finì per ridurre l'Italia a satellite politico-militare della Germania.

Un bilancio conclusivo


 

Le indecisioni, i ripensamenti e le ambiguità che la caratterizzarono per vent'anni rendono difficile arrivare a un'interpretazione univoca e condivisa della politica estera del fascismo. Soprattutto gli ultimi anni, dopo l'impresa etiopica, furono quanto mai ricchi di contraddizioni: basti pensare ai rapporti con la Germania  – a cui si guardò, alternativamente, con ammirazione, invidia e timore –, all'ambizione, più volte frustrata, di stravolgere l'equilibrio internazionale al fine di costruire la «nuova Europa», al ruolo sempre più decisivo che acquisì l'ideologia nella determinazione di scelte politiche che avrebbero richiesto, invece, una più attenta meditazione sulle conseguenze. Le sorti di un intero paese furono sostanzialmente decise dalla volontà di un uomo solo, determinato a fare dell'Italia, contro ogni valutazione realistica della realtà, una grande potenza imperialista. La sua condotta altalenante, sempre più incerta nell'imminenza del conflitto, costituì probabilmente il fattore maggiormente destabilizzante della politica estera italiana e finì per trascinare la nazione nel baratro di una guerra mai completamente voluta, ma accettata per (errato) calcolo politico. Mai Mussolini ebbe progetti di collaborazione internazionale che non fossero strumentali ad accrescere il suo prestigio personale e a dare sfogo all'innata aggressività del fascismo. Per il duce l'Europa non fu altro che uno scacchiere, un tavolo su cui giocare d'azzardo ma senza le carte vincenti. E il bluff, alla fine, non riuscì.
 
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La politica estera del fascismo: un precario equilibrio tra prudenza e aggressività (prima parte)

(articolo apparso su Prima Pagina del 29 dicembre 2013)
 
«La politica estera dell'Italia fascista è una politica di realtà e di giustizia internazionale. È la politica di una Nazione vittoriosa, la quale è conscia dell'eredità di una passata grandezza e sente il dovere di esserne degna e di continuarla nell'avvenire. È la politica estera di un popolo giovane ed esuberante che, pena la soffocazione, deve fatalmente espandersi in un più vasto respiro».
Con queste parole il sottosegretario di Stato per gli Affari Esteri Dino Grandi, a conclusione di un lungo discorso tenuto alla Camera il 19 maggio 1926, illustrava le linee guida che avevano improntato la politica estera italiana durante i primi quattro anni del governo Mussolini. Al di là della retorica, è evidente una certa ambiguità, sia per quanto concerneva gli obiettivi – decisamente contraddittori –, sia (soprattutto) per quanto atteneva ai mezzi per conseguirli. Come conciliare – si chiedeva in effetti Mussolini – la volontà di dar prova, anche a fini propagandistici, di energia e vitalità, di fare del XX «il secolo del fascismo [...] [e] della potenza italiana», con la riluttanza ad affrontare la prova di un conflitto europeo?
L'Italia uscita dalla Grande Guerra era un paese debole, assolutamente incapace di far valere con la forza le proprie ragioni in contrasto con le maggiori potenze europee. Mussolini ebbe sempre presente questa fragilità e, anche se volutamente si mostrava talvolta aggressivo per ragioni di prestigio personale e per distogliere l'attenzione dai problemi di politica interna, non si sarebbe mai fatto trascinare nel secondo conflitto mondiale se la fulminea avanzata tedesca in territorio francese non gli avesse fatto ritenere imminente la cessazione delle ostilità. «Nessun uomo di Stato – scrisse il diplomatico Mario Luciolli – ebbe, fra il 1918 e il 1939 tanta paura della guerra quanta ne ebbe Mussolini».
La riluttanza di Mussolini era in sostanza figlia della consapevolezza dei limiti della potenza militare italiana. Il duce non voleva la guerra poiché si rendeva realisticamente conto che l'Italia non era preparata ad affrontarla. Allo stesso tempo, però, il fascismo, per la sua stessa natura politico-militaresca, fu sin dall'inizio un movimento logicamente propenso alla violenza, nei modi come nei toni. Mussolini, del resto, subordinava la politica estera a una duplice concezione dei rapporti internazionali, destinata a concretizzarsi in manifestazioni aggressive: la visione secondo la quale i popoli seguono, nella loro evoluzione, gli stadi di giovinezza, maturità e decadenza (la democrazia, in quest'ottica, altro non è che una forma di governo tipica delle nazioni in declino); l'idea che la storia sia continuo movimento e che la guerra costituisca l'esito naturale delle controversie tra i popoli. Uno scontro con le «demo-plutocrazie» era quindi da considerarsi inevitabile: il problema era la palese impreparazione militare dell'Italia, che – come detto – il dittatore non ignorava. Si trattava in sostanza di mantenere una posizione di equilibrio tra le grandi potenze, in attesa del momento propizio per imporsi a livello internazionale.
Questo atteggiamento produsse di frequente nell'animo del duce un senso di forte frustrazione, che si acuì alla vigilia della seconda guerra mondiale. Due giorni prima dell'invasione tedesca della Polonia (il 30 agosto 1939), scrisse infatti Ciano sul suo diario, riferendosi al suocero: «L'idea della nostra forzata neutralità gli pesa sempre di più. Non potendo fare la guerra, prende tutte quelle disposizioni che, in caso di soluzione pacifica, potranno permettergli di dire che l'avrebbe fatta. Richiami, oscuramenti, requisizioni, chiusure di locali». Al di là della prudenza, quindi, Mussolini avrebbe voluto recitare anche sul campo di battaglia il ruolo del protagonista, come dimostrò, all'indomani dell'ingresso dell'Italia nel conflitto, la conduzione della cosiddetta «guerra parallela» in autonomia rispetto alla Germania. Ma la politica calcolatrice del «bastone e della carota» rivelò tutta la sua ambiguità e pericolosità quando il dittatore azzardò la carta dell'entrata in guerra, nell'illusoria convinzione che fosse giunto il momento di compiere – scrive Emilio Gentile – la «missione universale della rivoluzione fascista nella ricostruzione della Nuova Europa».

 

La politica estera fascista fino al 1934


 

Nei primi anni, durante i quali prevalse una certa prudenza, Mussolini ottenne alcuni preziosi successi, che si rivelarono tali soprattutto per le reazioni positive che suscitarono in politica interna.
Nel 1923 una missione italiana incaricata di delimitare il confine greco-albanese venne attaccata e subì la perdita di quattro uomini. Il duce, dopo che la Grecia ebbe respinto alcune condizioni dell'ultimatum inviatole dal governo italiano, ordinò l'occupazione di Corfù, accettando poi in seguito alle pressioni della Società delle Nazioni di sgomberare l'isola in cambio di un compenso in denaro. Il messaggio per quanto basato su una mossa di facciata era chiaro: con l'Italia fascista non si poteva scherzare. Per Mussolini, che certamente non avrebbe potuto opporsi a lungo alle potenze occidentali, fu un colpo da maestro: nascondendo con la sua aggressività il reale intento di guadagnare prestigio in Italia e all'estero, poté vantare l'ardire di essersi spinto oltre un limite che nessun politico di scuola liberale avrebbe mai osato varcare. 
Altri successi furono, nel 1924, l'accordo su Fiume e la conclusione delle trattative per il riconoscimento diplomatico della Russia sovietica. Nel primo caso venivano superati i patti siglati quattro anni prima a Rapallo tra l'Italia di Giolitti e la Jugoslavia, che avevano dato vita allo Stato Libero di Fiume. La città istriana, alla quale molti italiani erano sentimentalmente legati dopo l'impresa dannunziana, fu annessa al territorio della penisola e Mussolini fu elogiato per essere riuscito là dove il «poeta armato» aveva fallito. Nel secondo, il regime bolscevico otteneva di uscire dall'isolamento in cui era stato relegato dalle potenze occidentali dopo la Rivoluzione d'Ottobre, mentre l'Italia poté garantirsi la firma di un trattato di commercio e navigazione, importante soprattutto per l'importazione di carbone.
Nei rapporti con gli altri paesi europei, la questione tedesca costituiva uno dei problemi più intricati. Mussolini era convinto – precisa Elena Aga Rossi – che «la potenza tedesca sarebbe presto rinata e che l'Italia dovesse farsi antesignana del revisionismo internazionale [...] per acquistare maggiore spazio in Europa». Il suo obiettivo era quello di sfruttare le tensioni europee per guadagnare prestigio personale e inserire l'Italia nel novero delle grandi potenze continentali. Fu così che nel 1925 accettò di ricoprire, a fianco della Gran Bretagna, il ruolo di garante nella firma del Patto di Locarno, siglato da Francia, Germania e Belgio per decretare l'inviolabilità dei comuni confini, in ossequio a quanto stabilito a Versailles.
Il patto avvicinò ulteriormente l'Italia alla Gran Bretagna, grazie anche ai buoni rapporti personali instauratisi tra Mussolini, il ministro degli esteri Austen Chamberlain e Churchill. Al governo inglese interessava soprattutto il mantenimento dell'ordine europeo, e il duce sembrava offrire garanzie in questo senso, in virtù del suo interesse ad ottenere per l'Italia un più netto riconoscimento internazionale. In particolare raggiunse il suo acme la cosiddetta politica del «peso determinante», così descritta da Grandi (nel 1929 nominato ministro degli Esteri e nel 1932 ambasciatore a Londra) in un discorso al Gran Consiglio del Fascismo del 2 ottobre 1930: «La Nazione italiana non è ancora abbastanza potente, politicamente, militarmente ed economicamente, da potersi considerare come una nazione protagonista della vita europea [...]. Ma la Nazione italiana è già tuttavia abbastanza forte per costituire col suo apporto politico e militare il peso determinante alla vittoria dell'uno o dell'altro dei protagonisti del dramma europeo».
In quegli anni Mussolini cercò di rafforzare la propria immagine di statista prudente e di evitare pericolosi eccessi. La nomina del filo-inglese Grandi rispondeva a questa esigenza, che si concretizzò nell'impegno italiano nella politica del disarmo e nell'appoggio del ministro alla Società delle Nazioni. I risultati furono incoraggianti, come testimoniano i numerosi elogi che il duce ricevette oltre Manica, e non solo.
I rapporti internazionali mutarono radicalmente nel 1933 con l'ascesa al potere di Hitler. «In questa situazione – sottolinea Aga Rossi – l'Italia assunse per la prima volta un ruolo primario nel mantenimento dell'equilibrio europeo», appoggiando da un lato parte del revisionismo tedesco e proponendo dall'altro un Patto a quattro (tra Gran Bretagna, Germania, Francia e Italia) per ribadire l'impegno comune alla non belligeranza. Il testo tuttavia fu approvato solo dopo che ad esso furono apportate drastiche modifiche, che lo trasformarono, in pratica, in una semplice dichiarazione di intenti (e l'inefficacia dell'accordo si palesò pochi mesi dopo con l'uscita della Germania dalla Società delle Nazioni).
Mussolini godeva dell'ammirazione di Hitler, ma non stimava e anzi temeva il dittatore nazista. Il duce era perfettamente conscio del pericolo che una Germania rinforzata militarmente avrebbe rappresentato per l'Italia; tuttavia riteneva – e in questo fu incoraggiato dalle potenze occidentali – di poter sfruttare il suo ascendente sul Fuhrer per giocare un ruolo da protagonista come mediatore sulla scena europea. Nel 1934 ebbe la forza di reagire con vigore alla notizia del putsch nazista di Vienna (che costò la vita al cancelliere austriaco Dolfuss), ordinando che venissero mobilitate le divisioni italiane di stanza al Brennero; ma le ambizioni imperiali del fascismo, una certa affinità ideologica col nazismo e l'accresciuto peso internazionale dell'Italia finirono inesorabilmente per avvicinare i due dittatori. (Continua)

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