lunedì 16 settembre 2013

Fidelitati et constantiae in adversis: l'esempio della Brigata Estense

(articolo apparso su Prima Pagina del 1° settembre 2013)

Introduzione di Luigi Malavasi Pignatti Morano

 

Sui banchi di scuola a tutti gli studenti italiani viene insegnato che la seconda guerra d'indipendenza fu una sorta di cavalcata trionfale, rallentata solo provvisoriamente dal tradimento francese di Villafranca. Tutto filò liscio insomma, con i vecchi sovrani costretti ad abbandonare i rispettivi troni, messi in fuga da un'ondata inarrestabile di insurrezioni filosabaude. Dulcis in fundo, la grande partecipazione popolare con la quale venne suggellato il nuovo regime attraverso i cosiddetti plebisciti, eredità del periodo napoleonico. 
Ovviamente – lo capirebbe anche un bambino – una ricostruzione di questo tipo è fuorviante e parecchio reticente. Prendiamo il caso del Ducato di Modena. Possibile che esso si sia sciolto come neve al sole, senza un accenno di resistenza, dopo secoli di governo estense? Realmente possiamo ancora credere che l'opinione pubblica fosse compattamente disposta ad accogliere come liberatori i franco-piemontesi? In gioco, si badi, non c'è l'eredità storica del Risorgimento, che oggi, trascorsi oltre 150 anni, non ha molto senso mettere in discussione. Un'Italia divisa in Stati regionali non è riproponibile nel 2013. Ciò che però bisogna a tutti i costi recuperare è la serietà, l'onestà di riconoscere che non si può piegare la ricostruzione storica alle esigenze dell'ideologia. Raccontare il Risorgimento come un'epopea senza ombre è, oltre che sbagliato, profondamente controproducente, poiché la menzogna da sempre alimenta la volontà di rivalsa degli sconfitti. Se non si ha paura di rivendicare l'eredità del Risorgimento, non si tema neanche né di ammettere gli errori commessi dalla classe dirigente del Regno di Sardegna, né di riconoscere (e di raccontare) il valore mostrato dai suoi avversari.
Al riguardo, una vicenda singolare fu senza dubbio quella che ebbe per protagonista la cosiddetta Brigata Estense, come vennero chiamate le truppe che seguirono volontariamente il duca Francesco V sulla via dell'esilio nel Lombardo-Veneto austriaco. In tutto circa 3600 soldati che, unicamente per sincera devozione, abbandonarono Modena l'11 giugno 1859 per non venir meno al giuramento di fedeltà prestato al loro sovrano. A nulla valsero le lusinghe (come gli avanzamenti di carriera prospettati dal dittatore Farini a quanti avessero disertato per confluire nell'esercito sabaudo) e le intimidazioni dei piemontesi: solo pochi uomini cedettero e accettarono di rientrare in patria, ma, nel complesso, il numero degli effettivi della Brigata aumentò per il costante afflusso di giovani volontari.
Identico esito ebbe il decreto di amnistia emanato da Vittorio Emanuele II il 21 settembre 1862, che minacciava la confisca dei beni e la perdita dei diritti civili e politici a quanti non avessero fatto ritorno nel territorio del Regno d'Italia entro sei mesi: in tutto abbandonarono Francesco V solo 12 ufficiali e circa 160 soldati, nonostante il duca, per risparmiare inutili sacrifici ai suoi uomini, avesse autorizzato il congedo.
Lo scioglimento della Brigata avvenne solo su sentenza dell'Imperatore, datata 14 agosto 1863, quando ormai era chiaro che, con l'Unità d'Italia, Francesco V non sarebbe mai rientrato in possesso del suo Stato. A Cartigliano Veneto, il 24 settembre, tutti i soldati vennero decorati con una medaglia recante su un lato la scritta Fidelitati et constantiae in adversis. Molti di loro scelsero di prendere servizio nell'esercito imperiale austriaco.

 

                                                                                                              

L'accusa di Riccardo Bertoncelli

 

«La Brigata ha preferito rimanere legata al mondo che tramontava»

 

Nel giugno del 1859 i soldati della Brigata Estense anziché festeggiare per l'unità nazionale che si andava costruendo prendevano la via dell'esilio insieme al loro sovrano Francesco V. Reputo la loro decisione sbagliata perché antistorica e contraria agli interessi dell'Italia.
Questa mia profonda convinzione pure non mi impedisce di criticare l'atteggiamento tenuto dalla storiografia ufficiale italiana di fronte a episodi simili. Ha preferito nascondere i fatti che non si accordavano con il mito risorgimentale piuttosto che ammetterli, spiegarli e quindi "neutralizzarli". E così oggi quei fatti stanno tornando a galla e assumono il fascino che sempre circonda gli sconfitti "belli e dannati".
Si sarebbe dovuto dire la verità e spiegare che, in occasione degli accadimenti che hanno fatto progredire la storia, c'è sempre stato chi ha preferito guardare al passato e rimanere legato al mondo che tramontava. E tramontare con esso. E che questo tuttavia non sminuisce la portata dei grandi eventi.
I soldati della Brigata Estense hanno sbagliato perché hanno preferito rimanere legati a una piccola patria piuttosto che gettarsi tra le braccia di una Patria più grande.
Mi rendo conto dei rischi che corro parlando di Patria. L'accusa di fascismo è sempre dietro l'angolo. In fondo la politica ha recuperato un po' di nazionalismo solo di recente, ma lo pratica con poca convinzione e ancor meno credibilità, in maniera strumentale contro le risorgenti spinte centrifughe. E la cosa è spiegabile tenendo presente le due tradizioni maggioritarie alle quali questa politica si rifà.
Da una parte quella comunista, il cui leader maximo, Palmiro Togliatti, definiva il patriottismo "cosa da mandolinari"; dall'altra quella democristiana di un De Gasperi che non si faceva scrupolo, durante la guerra, di chiedere allo straniero americano di bombardare la patria capitale Roma. E quando Giovannino Guareschi, lui sì vero patriota, portò alla luce lo scandalo, il "grande statista" con l'aiuto di una magistratura compiacente lo fece finire nelle galere, pur sempre patrie.
Entrambe queste tradizioni non hanno mai avuto un buon rapporto con il Risorgimento, dal momento che il loro acerrimo nemico, il Fascismo, col Risorgimento si è posto in entusiastica continuità e anzi ne ha rivendicato un ruolo conclusivo e culminante.
Nonostante questi alti, bassi e usi "impropri", continuo a pensare che il Risorgimento sia stato un momento esaltante della storia nazionale. Certo, deve essere purificato da una retorica eccessiva che a volte lo ridicolizza, e si deve liberare di quei personaggi del mondo della cultura, delle università e della politica che lo cavalcano per interesse personale ma non lo conoscono, non lo stimano e ne offuscano con la loro sola presenza la dimensione eroica.
Ma il Risorgimento rimane l'origine di un'Italia finalmente unita e, per un breve periodo, anche indipendente.
Quindi bisogna avere umano rispetto per chi ha fatto scelte diverse, ma essere nello stesso tempo irremovibili nel definire quelle scelte "sbagliate". Questo non vuol dire che gli autori di quelle scelte debbano essere dimenticati.

 

 

La difesa di Elena Bianchini Braglia

 

«L'Italia e gli italiani hanno bisogno di esempi come questo»

 

Al termine della sua storia di Capitale, Modena offrì un commovente esempio, oggi quasi dimenticato, di coraggio, coerenza e fedeltà.
L'11 giugno 1859 il Duca lasciava la città per l'incalzare dell'attacco franco-piemontese. Non sarebbe più tornato, e Modena di lì a poco sarebbe entrata a far parte di un nuovo regno, poi dell'Italia unita.
Francesco V però non se ne andava da solo. Lo seguivano le sue truppe. Oltre tremila soldati lasciavano beni e famiglia per tener fede al giuramento prestato, offrendo un esempio straordinario che meravigliò anche i più accesi antiduchisti. Chi voleva far credere che l'allontanamento dei sovrani avvenisse per volontà popolare ebbe nella vicenda delle truppe estensi un'incontestabile smentita: «Se ancor si rifletta che a ciò non furono né violentate né costrette, ma vi si condussero con spontaneo entusiasmo, non si può non scorgere in questa loro abnegazione un plebiscito solenne, assai più splendido e spontaneo di quanti ebbero in seguito a porsi in scena con menzognero prestigio» scriveva il ministro Teodoro Bayard de Volo.
La paga in quei periodi difficili non poteva essere alta e il futuro era incerto. Eppure i soldati non solo rimasero accanto al Duca, ma non si lasciarono nemmeno tentare da allettamenti e minacce del governo piemontese. Accettarono di smobilitare solo quando a ordinarlo fu l'Imperatore. Il 24 settembre 1863 a Cartigliano Veneto si consumò la cerimonia dello scioglimento. Dopo anni di sacrifici i soldati salutavano fra le lacrime Francesco V, e venivano decorati con la medaglia Fidelitati et costantiae in adversis.
Il Giornale della Reale Ducale Brigata Estense, che riportava in una sorta di diario tutte le vicende dei coraggiosi soldati in esilio, terminava così la sua narrazione: «Col 1° ottobre l'esistenza della Reale Brigata Estense era purtroppo di fatto del tutto cessata. Essa soggiacque vittima del turbine rivoluzionario. La sventura fu immensamente grande, ma… l'onore era salvo. Sì, era salvo l'onore; tutti, anche negli ultimi e ben disastrosi e difficilissimi momenti dell'esistenza della Brigata, fecero a gara per mantenervelo. Come onorato e senza macchia si ripiegò il nostro vessillo, onorata e senza macchia si chiude l'esistenza della truppa estense».
Al di là delle prese di posizione di parte, è innegabile che uomini capaci di affrontare sacrifici, di andare contro ogni interesse personale e materiale per tener fede a un ideale andrebbero ricordati con orgoglio. L'Italia e gli italiani hanno bisogno di esempi come questo, che invece sono stati sacrificati a una sterile retorica. E questo dovrebbe farci riflettere, anche perché all'epoca la vicenda della Brigata Estense non passò inosservata. Odiata e temuta dagli avversari, lodata dai più, ebbe vasta eco anche all'estero. Mentre i soldati si consolavano delle loro sventure col pensiero che la storia avrebbe certamente celebrato il loro esempio e il loro sacrificio, il giornale parigino Union scriveva che la vicenda della Brigata Estense sarebbe stata in futuro ricordata «da tutti gli uomini di cuore, da tutti gli uomini d'onore». Il problema che ora si pone è: gli italiani di oggi sono, o vogliono essere, uomini di cuore e di onore?

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«Patirò volentieri con Cristo»: il processo inquisitoriale di Baldassarre Fini

(articolo apparso su Prima Pagina del 25 agosto 2013)

L’edizione del 2001 della rivista Rassegna frignanese, curata dall’Accademia dello Scoltenna, contiene un interessante intervento del professor Armeno Fontana avente per oggetto il processo inquisitoriale che, tra 1598 e 1601, vide imputato tal Baldassarre Fini di Groppo, «persona facoltosa, professore, avvocato». L’Inquisizione romana, ovvero la cosiddetta Congregazione del Sant’Uffizio istituita da Paolo III nel 1542 nel quadro generale della Controriforma, costituiva un potente strumento che, al fine di reprimere l’eresia, esercitava di fatto un ferreo controllo della vita e della cultura del tempo. In un contesto sociale fortemente condizionato dalla religione, essere torchiati dall’Inquisitore non era certo un’esperienza che lasciasse indifferenti. Anche per questo, quindi, seguire da vicino una vicenda specifica come quella di Baldassarre Fini consente – più di quanto non sia possibile fare attraverso una asettica e generale descrizione del periodo – di aprire una finestra sul passato.
Tutto ebbe inizio il 21 aprile 1598, quando il Rettore della Chiesa di S. Pietro di Groppo, don Gio. Battista Fini, si recò dall’Inquisitore di Modena per denunciare il suo parrocchiano Baldassarre Fini, il cui comportamento destava scandalo tra i fedeli del piccolo paese. Questi infatti, secondo diverse testimonianze, aveva parecchie cose da farsi perdonare: ospitava una concubina, dalla quale aveva avuto due figli; prestava denaro a interessi elevati, da usuraio, con la scusa di essere a sua volta in debito con un imprecisato ebreo; nutriva scarso rispetto per i ministri di Dio e si prodigava addirittura per dissuadere i parrocchiani dall’elargire elemosine.
Di fronte a una siffatta congerie di accuse, all’Inquisitore non restò che avviare una minuziosa indagine. Vennero così raccolte e trascritte numerose testimonianze, a partire ovviamente da quella del primo accusatore, il Rettore di Groppo. Tutti gli interrogati insistettero in particolare su un aspetto: Baldassarre usava la sua autorità di uomo di lettere per approfittarsi delle persone di umile condizione, le quali, pur vittime di strozzinaggio, non osavano reagire temendo ripercussioni. Ma, più in generale, «l’Inquisitore, il suo Vicario o un suo delegato – scrive Fontana – non si lasciano sfuggire nulla: la stessa persona viene più volte interrogata, in tempi diversi, e le domande sono sempre quelle e il notaio verbalizzante le riporta scrupolosamente con le risposte date: usura, concubinato, inosservanza del divieto di mangiare carne e latticini nei giorni e nei tempi prescritti dalla Chiesa, comportamento riprovevole in chiesa, disprezzo per i preti e i religiosi».
Il 16 ottobre 1598 fu la volta di Baldassarre. L’imputato dichiarò di essersi trasferito a Sestola tre anni prima e di avere lasciato a Groppo la moglie Lorenza: motivo dell’abbandono del tetto coniugale era stata la volontà di difendersi dalle persone che continuamente minacciavano la sua “roba”. Parlò poi del rapporto con Jacoma (la concubina, originaria di Riolunato), ribadendo quanto già in passato era stato costretto a spiegare al vescovo: e cioè «che havendo la moglie sterile et [essendo] desideroso di prole acciocché hereditasse le non poche facultade et anco acciò che nella mia vecchiezza havessi chi mi sollevasse, m’indussi a congiungermi con detta donna». Ricevuto però l’ordine del vescovo di separarsi da lei, Baldassarre affermò di non averla più «toccata carnalmente né in altro modo».
Quanto alle altre accuse, il Fini respinse tutti gli addebiti. Si dichiarò buon cristiano, rispettoso dei precetti; negò di essere in possesso di libri proibiti e precisò di non aver esitato a bruciare gli Adagia di Erasmo da Rotterdam dopo che il vescovo di Reggio aveva rifiutato di concedergli il permesso di leggerli.
Acquisita la testimonianza dell’imputato, l’Inquisitore volle ascoltare altri pareri. Ovviamente, man mano che si procedeva con l’indagine, i verbali si arricchirono di nomi e versioni. Un punto su cui molti degli interrogati insistettero fu il consumo di carne e latticini nei giorni proibiti: «O Signore Iddio – si legge in una deposizione –, noi che siamo poveretti e non habbiamo per il nostro vivere se non castagnacci e acqua, facciamo la quadragesima e quelli di ms. B. F. che hanno di tutti li beni e modo di farla non la fanno».
Una certa impressione dovette destare nell’Inquisitore la testimonianza di tal Segnarino, un pover’uomo di Groppo, cui Baldassarre, a proposito del denaro destinato all’elemosina, avrebbe rivolto questo accalorato consiglio: «O coglione, faresti meglio darlo a mangiare ai tuoi figlioli!».
Altra grave accusa, infine, fu quella relativa al possesso di un “breve”, ovvero un talismano dotato di presunti poteri magici.
Un simile impianto accusatorio convinse l’Inquisitore della necessità di inviare il suo vicario a Groppo e Riolunato per proseguire più da vicino le indagini. Furono così acquisite nuove deposizioni, tutte sfavorevoli al Fini. Raccolti pareri e testimonianze in numero sufficiente, il 26 aprile 1599 il vicario fece ritorno a Modena: aveva trascorso in Appennino quasi due mesi.
A questo punto la macchina del Sant’Uffizio parve fermarsi, finché il 9 marzo 1601 Baldassarre Fini non fu nuovamente convocato a Modena per fornire la sua versione al cospetto dell’Inquisitore generale. A partire da quel giorno fino alla sua tragica fine, l’imputato frignanese sarebbe rimasto prigioniero o sotto stretta sorveglianza, sostenendo diversi interrogatori (talvolta di più giorni ciascuno). Durante quello del 9 marzo egli ribadì quanto detto tre anni prima, soffermandosi in particolare sulle minacce ricevute da molti suoi debitori intenzionati a non pagare.
Il secondo interrogatorio (che ebbe inizio il 21 marzo) affrontò le questioni inerenti il mancato rispetto dei precetti e la relazione con la concubina. Ancora una volta, Fini respinse ogni accusa: ma era chiaro, come rileva Fontana, che il processo stava trasformandosi in «un confronto serrato tra l’Inquisitore che vuole credere ai testimoni e l’inquisito che si difende sostenendo la tesi della congiura contro di lui di chi gli vuol male». In altre parole, il gran numero di testimonianze a suo sfavore rendeva giorno dopo giorno più precaria la posizione di Baldassarre.
Concluso l’interrogatorio, l’imputato fu lasciato libero di tornare a casa. In Appennino giunse però anche il vicario dell’Inquisitore, incaricato di acquisire nuove deposizioni. Una di queste, in particolare, aggravò la posizione del Fini. Proveniva dalla bocca di don Giacomo Stefani, Rettore di Roccapelago: «Quel che è peggio, alcune mie pecore che sono sotto il mio governo, temo che non si vadino appestando di questa sua maledetta peste, imparando questo suo modo di far usura. Onde in coscientia dico che sarebbe opera di carità grande che il M. R. Inquisitore lo facesse stare perpetuamente in carcere, acciò non ammorbasse gl’altri».
Parole analoghe furono pronunciate dal Parroco di Riolunato, che evocò anche presunte protezioni di cui si sospettava che il Fini godesse presso la corte ducale (egli aveva infatti svolto alcune mansioni all’estero su incarico di Alfonso II). La politica fu poi tirata in ballo anche dal Rettore di Groppo, che riportò alcune frasi ingiuriose pronunciate dall’inquisito contro la Chiesa in merito alla questione della Devoluzione di Ferrara del 1598 («Non vi havevano raggione alcuna – avrebbe detto il Fini a proposito dei preti e della Santa Sede –, ma se havessero havuto a fare con me, li havrei ben fatto stare io»).
Tutte queste testimonianze rendevano di fatto a dir poco precaria la posizione di Baldassarre, che non poté giovarsi nemmeno del parere favorevole della moglie, la quale dichiarò di non nutrire dubbi sulle qualità di buon cristiano del marito. Ma le dichiarazioni contrarie all’imputato erano troppo numerose per essere ignorate dall’Inquisitore. Tanto più che andavano persino diffondendosi voci di contatti del Fini col diavolo.
Riprese così il processo. Gli interrogatori si fecero sempre più pressanti, ma Baldassarre non pareva disposto a cedere e negava ostinatamente ogni accusa. Il 29 maggio, evidentemente stremato, ebbe uno scatto d’orgoglio: «Potete pormi in prigione e in ceppi e in catene che io non dirò mai altramente e patirò volentieri la morte per sostenere questa verità, e patirò volentieri con Cristo». Ma qualunque cosa dicesse, l’Inquisitore aveva buon gioco a ripetergli le testimonianze che lo condannavano.
Le ultime contraddizioni sorsero in merito alle questioni dogmatiche legate all’Eucarestia. Al riguardo, l’ultima dichiarazione del Fini, il 7 giugno 1601, fu la seguente: «Io credo che Iddio sii in quello Sacramento […] e in tutte le ostie consacrate […] et di più io intendo che spezzata l’hostia consacrata in mille parti […] vi sia intieramente in ogni parte il corpo di Cristo, rimettendomi alla decisione della Chiesa, che il suo intendere voglio che sia il mio». Ma la pressione, unita alla volontà di non farsi estorcere alcuna confessione, dovette risultare insostenibile. Tre giorni dopo, prima che fosse emessa la sentenza del Tribunale dell’Inquisizione, Baldassarre Fini si tolse la vita.

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La genesi del male nel triangolo della morte

(articolo apparso su Prima Pagina del 18 agosto 2013)

«Il diavolo è un ottimista, se pensa di poter peggiorare gli uomini, ironizzava Karl Kraus. Infatti […] nelle situazioni di tensione e di crisi la sottile patina di civiltà dell’essere umano viene spazzata via con grande facilità, facendo riaffiorare i più brutali comportamenti primordiali. E dopo la Liberazione, si era verificato un incremento esponenziale dei delitti di “inerzia bellica”».
Con queste parole Enzo Antonio Cicchino e Roberto Olivo – autori di Correva l’anno della vendetta, recente libro che, con un occhio di riguardo per le stragi di Schio e Oderzo, indaga su numerosi eccidi perpetrati nell’immediato dopoguerra – introducono il capitolo riguardante il cosiddetto “triangolo della morte”. L’espressione, negli anni consolidatasi come definizione di un’ampia porzione di territorio emiliano teatro di efferate vendette postbelliche, costituisce un’efficace immagine giornalistica coniata da Enzo Biagi e Lamberto Sechi, i quali inizialmente intendevano con essa riferirsi ad un preciso «fazzoletto di terra, di circa 6 chilometri di lato, con tre vertici geografici: il Comune di Castelfranco Emilia e due sue frazioni, Manzolino e Piumazzo». Entro quest’area, tra il 1945 e il 1948, si registrò «il più alto tasso di violenza di tutto il Nord». Per avere un’idea, solo nel Modenese i morti furono circa 900. Molti sparirono nel nulla, tanto che in Emilia – raccontano gli autori – circolava in quegli anni una macabra battuta: «Non mettere la mano per terra: potrebbe morderti».
L’aspetto più interessante del libro di Cicchino e Olivo non è però la ricostruzione dei fatti di sangue, per la quale, del resto, è sufficiente ricorrere ad una bibliografia fortunatamente sempre più rigorosa, oltre che in espansione. Ciò che rende meritorio il volume è lo studio degli aspetti psicologici (individuali e di massa) che portarono non solo a tollerare, bensì a considerare inevitabili, e quindi legittime, violenze indicibili. L’ambizioso obiettivo degli autori è pertanto quello di spiegare (cosa ben diversa dal raccontare) il male, con l’intento di piegare la ragione a meditare sulla genesi di comportamenti che, in quanto disumani, possono facilmente apparire incomprensibili.
Come prima considerazione è bene tener conto del «senso di estraneità allo Stato e alle istituzioni» che, dopo la Liberazione, favorì «la trasgressione e la disobbedienza civile». Il sentimento prevalente di un’ampia parte della popolazione nei confronti delle forze di polizia era infatti il disprezzo, motivato dalla reale o presunta collusione di queste ultime con le vecchie autorità naziste e repubblichine. Di fatto, almeno fino al 1946, «l’ordine pubblico continuò ad essere nelle mani della polizia partigiana», la quale, «spesso responsabile o complice […] dei delitti che avrebbe dovuto reprimere», non si faceva scrupolo di prelevare «le persone in casa, di notte, per interrogarle nelle sedi della polizia ausiliaria, sopprimendole con un colpo di rivoltella alla nuca, oppure facendole sparire nel nulla». Ogni remora era accantonata di fronte alla ferrea convinzione di agire per il trionfo della “giusta” causa.
Secondo quanto riporta lo psicanalista e psicologo Bert Hellinger, combattere all’interno di un gruppo che si sente minacciato da forze esterne (e che quindi considera perennemente a rischio la propria sopravvivenza) può far ritenere doverosa l’eliminazione fisica degli avversari. Tutto è subordinato alla “santità” della causa. In tal senso, argomentano Cicchino e Olivo, «non c’è molta differenza […] fra un cattolico e un comunista»: «Se un credente confida nel fatto che le sue sofferenze terrene verranno risarcite in Paradiso, la trascendenza comunista è rappresentata dal “sol dell’avvenire”, un radioso futuro in cui tutti saranno uguali, quindi felici». Ma per far sì che la società egualitaria non rimanesse soltanto un miraggio, occorreva prima combattere, senza preoccuparsi dei costi in vite umane.
A favorire la propensione alla violenza delle forze partigiane contribuì poi «l’enorme disponibilità di armi su tutto il territorio nazionale», che «produceva un pericoloso senso di onnipotenza». L’obiettivo era quello di trasformare la lotta di liberazione in rivoluzione proletaria, con la conseguenza che, battuti i tedeschi, l’avversario diveniva il nemico di classe. Ma, al di là dei progetti politici, spesso si ricorreva all’omicidio per motivi futili, per vendetta, o anche solo per questioni personali: per la resa dei conti, in sostanza, era sufficiente poco più di un pretesto. E il risultato fu che a perdere la vita furono anche molte persone che col fascismo non avevano avuto nulla a che fare.
Nel triangolo della morte la violenza divenne parte della routine quotidiana. Nel Modenese, infatti, «esistevano vere e proprie “squadre della morte”, che non andavano tanto per il sottile nell’ammazzare e seviziare collaborazionisti e presunte spie, con la tacita approvazione o il silenzio complice di non pochi dirigenti del PCI di Modena». Nell’Emilia di quel tempo non era perciò infrequente imbattersi in volantini di questo tenore: «Uccideremo e deporteremo tutti i borghesi. […] Compagni, dobbiamo vivere per distruggere: sulla distruzione completa del passato ricostruiremo la nuova Italia».
Come definire pertanto questo cieco fanatismo? Cicchino e Olivo suggeriscono un’interessante lettura degli eccidi postbellici: «Se la violenza è spesso perdita di senso, la violenza rivoluzionaria è un’eccessiva attribuzione di senso a idee prevalentemente insensate». Il concetto di violenza, infatti, non è univoco. Nessuno si sognerebbe di tacciare di violenza un esercito che si difende con le armi per respingere un invasore. A connotare un’azione come violenta, a ben vedere, non è quasi mai solo l’aspetto materiale e concreto di un dato comportamento, ma la motivazione che sta alla base dello stesso. Anche un caso limite come la tortura può diventare controverso: è lecito, per esempio, infliggere dolore a un prigioniero per estorcergli informazioni utili al fine di condurre a termine con successo un’operazione militare (che evidentemente si considera “giusta”)? Per molti comunisti del periodo post-Liberazione scrupoli al riguardo non ve n’erano. A fare la differenza erano infatti le motivazioni, gli obiettivi, la promessa che, seppur a caro prezzo, la “giustizia” sociale avrebbe infine trionfato: «Per quanto la violenza sia detestabile – puntualizzano gli autori –, si tende ad accettarla più facilmente quando s’ammanta d’ideale, trascendendo gli interessi individuali per diventare il mezzo con cui raggiungere un fine».
Nel clima infuocato del dopoguerra qualsiasi delitto, anche il più assurdo, poteva essere giustificato individuando pretestuosamente nella vittima un nemico di classe. Seguendo questa logica, il PCI – che pure con Togliatti tentò di correggere i comportamenti settari dei gruppi intransigenti del partito – «non solo non sconfessava ma addirittura proteggeva quelle frange di teppaglia armata che praticavano una violenza gratuita, priva di scopo, progetto o ideologia, nascondendo i loro delitti all’ombra della bandiera rossa, del materialismo storico e di fasulli ideali rivoluzionari».
L’aggressività delle bande armate – sempre a parere di Hellinger – trovava una spiegazione nel senso di appartenenza a un branco. Un senso di appartenenza «che trasforma la coscienza individuale in collettiva, producendo un insensato senso di superiorità che genera sentimenti aggressivi nei confronti degli altri, non più percepiti come persone ma solo come avversari». Il che forniva il pretesto per annientare l’avversario e, al contempo, appagare la coscienza con «la sensazione di essere buoni o migliori».
In questo modo, però, gli stessi concetti di bene e male assumevano un valore del tutto relativo: solo ciò che era bene per il branco costituiva un bene per l’individuo. Il risultato era che chi cercava «di sottrarsi alla pressione della massa per dedicarsi alla riflessione» correva inevitabilmente «il rischio che gli altri fanatici gli si rivolt[assero] contro, diventando un traditore della “buona coscienza” collettiva». E trasformandosi da carnefice in vittima.

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«Péra il vil che d’un despota il nome di servir con desio vi rammenta»: l’esperienza politica di Valentino Contri

(articolo apparso su Prima Pagina dell'11 agosto 2013)
 
Appartenente a una «delle più illustri e delle più rinomate famiglie della montagna modenese», Valentino Contri fu senza dubbio – come ha precisato il suo biografo Venceslao Santi – «il soggetto di questa famiglia che fece maggiormente parlare di sé, come quegli che ebbe parte principalissima nel diffondere, attivare e far prevalere nel Modenese le idee e la forma di governo predicate e propagate dalla grande rivoluzione francese».
Della sua vita prima del 1796 – l’anno di inizio della campagna d’Italia di Napoleone – non si conosce però quasi nulla, se non che nacque a Castello di Riolunato il 16 febbraio 1763, che, dopo avere abbracciato la carriera ecclesiastica, fu nominato canonico della collegiata di S. Maria della Pomposa a Modena e che, scelta insolita per un sacerdote, conseguì la laurea dottorale in medicina, precoce sintomo di una «propensione antitradizionalista» che avrebbe presto trovato espressione nell’adesione alle idee rivoluzionarie. Contri infatti subì immediatamente il fascino dei principi dell’89, al punto che – come ricordato da Santi – «prima ancora che fosse abbattuto il governo estense, [egli] non nascose le sue simpatie e le sue aspirazioni per la libertà, l’eguaglianza e la sovranità popolare». Il che trova puntuale conferma nelle parole di un’informazione segreta ordinata dal duca Ercole III poco prima che il Bonaparte entrasse trionfalmente a Milano, secondo la quale il Contri doveva ritenersi «inclinat[o] al giacobinismo».
Abile propagandista, nei mesi che precedettero la cacciata degli Este il sacerdote frignanese fu assiduo frequentatore, se non addirittura fondatore, di un club di dissidenti che si riuniva segretamente nottetempo in una camera dell’ospedale e dove «si facevano discorsi riguardanti la distruzione del governo monarchico e la formazione di una repubblica». Il 29 agosto del 1796 i membri del club organizzarono anche un’insurrezione, che tuttavia fallì per la dura reazione delle truppe fedeli al duca. Era però ormai evidente che il successo finale della rivoluzione non poteva più essere messo in discussione, come del resto aveva ben capito lo stesso Ercole III, il quale, allarmato dall’avanzata di Napoleone, aveva abbandonato Modena – lasciandovi un Consiglio di Reggenza – sin dal 7 maggio e si era affrettato a concludere un armistizio col generale corso. Esso imponeva tuttavia durissime condizioni, in particolare il versamento nelle casse francesi dell’imponente somma di 7,5 milioni di franchi; e quando fu chiaro che Ercole III non avrebbe mantenuto fede agli accordi, il Bonaparte non esitò a denunciare l’armistizio (4 ottobre) e a prendere «sotto la protezione dell’Armata Francese li Popoli di Modena, e di Reggio», dichiarando «nemico della Francia qualsivoglia attentasse alla proprietà, ed ai diritti di questi Popoli». Quattro giorni dopo la Reggenza fu soppressa: al suo posto fu insediata una municipalità repubblicana, mentre l’esecutivo, sotto l’egida della Repubblica Francese, fu affidato ad un Comitato di Governo di sette membri. Tra il 16 e il 18 ottobre circa cento deputati in rappresentanza di Modena, Reggio, Ferrara e Bologna deliberarono, per volontà di Napoleone, la fondazione della Confederazione Cispadana: iniziava così il cosiddetto triennio rivoluzionario.
Con la soppressione della Reggenza venne meno, per Contri e gli altri “clubisti”, l’obbligo della clandestinità. Essi pertanto – si legge nel racconto del Santi – «si costituirono in società, sotto il nome di Accademia di pubblica istruzione democratica»: presidente fu eletto, il 23 ottobre 1796, il canonico frignanese, che tenne un enfatico discorso inaugurale «inneggiante alle libertà conquistate ed al fermo proposito di difenderle anche col sangue contro ogni attentato». Pur nella brevità dell’esperienza – il Bonaparte, dopo averle inizialmente incoraggiate, volle presto sopprimere le società di pubblica istruzione, incompatibili con i suoi progetti autoritari –, l’attività dell’Accademia fu senza dubbio meritoria e significativa. Alle riunioni era infatti consentito a chiunque di intervenire, essendo lo scopo della società «ristretto a propagare i lumi […] e ad eccitare i sentimenti degni di un virtuoso repubblicano». Sentimenti che un inno composto su commissione dell’Accademia e dedicato alla «gioventù italiana dell’uno e dell’altro sesso» racchiudeva in pochi patriottici versi: «Péra il vil che d’un despota il nome / di servir con desio vi rammenta: / trucidate chi perfido tenta / ricondurci de’ ceppi all’orror. / Padre in figlio non trovi pietade, / se nemico alla patria si sveli. / Accorrete, imbrandite le spade, / Libertade v’appella a pugnar».
In questo clima di fervore rivoluzionario, il Contri fu uno dei protagonisti della vita politica modenese, al punto che fu scelto, insieme con Giovanni Bertolani, per rendere omaggio di persona a Napoleone in visita nell’ex capitale estense (8 maggio 1797). Eletto deputato di Modena al secondo Congresso cispadano, egli fece mozione per decretare «l’illimitata libertà di stampa», ma la proposta fu aggiornata per l’opposizione dei delegati bolognesi. In seguito entrò a far parte del comitato (due membri per provincia) incaricato di elaborare la costituzione della nuova repubblica, prodigandosi – scrive Carlo Capra – per favorire la «difesa delle soluzioni più democratiche contro l’accanita opposizione moderata». Tra le sue proposte spiccavano in particolare quella di istituire un dipartimento separato per l’Appennino modenese, sua terra natale, e quella di consentire l’eleggibilità degli ecclesiastici ai pubblici uffici. Tuttavia, prosegue Capra, «la sconfitta registrata su entrambi i fronti rese impossibile la prosecuzione della sua carriera politica», col risultato che da allora il Contri «concentrò le sue energie nell’impresa giornalistica da lui avviata all’indomani del rivolgimento del 6 ottobre, e alla quale è soprattutto legata la sua fama».
Il patriota frignanese, infatti, fu il direttore, nonché il principale compilatore, del Giornale repubblicano di pubblica istruzione – di fatto emanazione dell’Accademia –, probabilmente «uno dei migliori periodici italiani del triennio». Caratteristica fondamentale del foglio, rileva sempre Capra, era «la preoccupazione per la condizione delle campagne, l’insistenza sulla necessità di misure atte ad alleviare la miseria dei contadini». Entro la cornice politica della Repubblica Cispadana, il Giornale criticò sempre aspramente il comportamento delle autorità moderate, provocando sovente interventi repressivi da parte delle stesse e suscitando avversione nei confronti del direttore. Il quale, specie dopo l’emanazione di provvedimenti restrittivi della libertà di stampa in coincidenza con il passaggio alla Cisalpina, fu di fatto costretto a moderare i toni del suo periodico.
Nel frattempo, a partire dal gennaio del 1798 Contri fu sempre più assorbito dalle incombenze amministrative, che nella Cisalpina non erano più precluse agli ecclesiastici. Entrò infatti a far parte sia della commissione sorta allo scopo di organizzare la guardia nazionale di Modena – del cui Consiglio di sanità fu eletto membro in quanto medico –, sia dell’amministrazione centrale del dipartimento del Panaro. Quest’ultimo ufficio, ha notato il Santi, «quanto onorifico, altrettanto delicato e gravoso, […] determinò il Contri a rinunciare la compilazione del giornale a Gregorio Agnini e Luigi Tirelli». Ma il foglio repubblicano, che aveva accentuato l’opposizione contro gli indirizzi moderati ormai consolidati nella Cisalpina, fu soppresso nel maggio del 1798.
Il clima politico non più propriamente rivoluzionario non impedì, ad ogni modo, al Contri di intensificare il proprio impegno pubblico. Sempre nel maggio del 1798 il patriota frignanese sostituì per breve tempo il professor Michele Rosa nell’insegnamento universitario di medicina (o forse, come si legge nella biografia del Santi, fu solo proposto come sostituto, ma rifiutò); in dicembre fu poi nominato ispettore straordinario di polizia in Garfagnana, regione “infestata” da dissidenti sin dal 1796.
Rifugiatosi in Maremma (travestito da pastore) durante il periodo della reggenza imperiale, con la riscossa napoleonica di Marengo (giugno 1800) poté rientrare a Modena, trovandovi tuttavia una situazione profondamente mutata rispetto al triennio rivoluzionario. Fatto segno di attacchi per il passato “giacobino”, Contri fu costretto a ritrattare alcune sue vecchie posizioni, dichiarando pubblicamente piena sottomissione «alla Chiesa, ed al di Lei Capo visibile». Membro della municipalità di Modena nel 1801 e nel 1802, si distaccò progressivamente dalla vita pubblica per adempiere il suo ministero sacerdotale, finché nel 1818 non si trasferì a Palagano, dove aveva rilevato i beni di un soppresso convento di suore francescane. In quella stessa località appenninica Contri morì l’11 aprile 1826, a causa di un colpo apoplettico. «La sua morte improvvisa – scrive Capra – [...], la sua qualità di proprietario di beni confiscati alla Chiesa e i suoi non dimenticati trascorsi giacobini contribuirono ad alimentare fosche leggende che si tramandarono a lungo nei suoi luoghi d’origine, Castello e Riolunato».

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venerdì 9 agosto 2013

Cesare d'Este, il duca che perse Ferrara

(articolo apparso su Prima Pagina del 4 agosto 2013)


Introduzione di Luigi Malavasi Pignatti Morano

 

«Se fosse vero ciò che della forza delle stelle hanno scritto in altri tempi gli strologi, bisognerebbe certo dire che questo principe fosse nato sotto una ben infausta costellazione: tante furono le traversie che ne' primi anni del suo governo si affollarono contro di lui».
Per molti dei suoi lettori, queste considerazioni di Ludovico Antonio Muratori hanno a lungo sottinteso una convinzione ben radicata: Cesare d'Este, il duca che dovette cedere Ferrara a Clemente VIII nel 1598, fu un sovrano arrendevole, un Don Abbondio ante litteram costretto, lui «vaso di coccio», a viaggiare tra due grossi «vasi di ferro», il papa e l'imperatore del Sacro Romano Impero. Le «traversie» cui alludeva il Muratori erano legate alla nascita del futuro duca. Cesare infatti apparteneva a una linea di discendenza "infetta", essendo figlio di Alfonso di Montecchio, a sua volta nato di contrabbando da una relazione tra il duca Alfonso I e Laura Dianti. In altre parole, egli non possedeva perfetti requisiti per ascendere al potere: se la scelta cadde infine sul suo nome fu perché il duca Alfonso II – figlio di Ercole II, successore di Alfonso I – nel 1597 morì senza eredi legittimi.
Pur essendo stato designato erede dallo stesso Alfonso II, Cesare entrò subito in contrasto col pontefice, che rifiutava di riconoscere la successione. Il ducato che egli rivendicava era infatti il risultato di una composita concessione feudale: Modena, Reggio e Carpi erano assegnate dall'imperatore; Ferrara dal papa. Ma se Rodolfo II non si oppose alla nomina di Cesare quale duca di casa d'Este, Clemente VIII intimò a quest'ultimo di abbandonare Ferrara – città di cui gli Estensi detenevano l'investitura papale sin dal 1332 – e, di fronte alla resistenza di Cesare, radunò 20.000 fanti presso Faenza. A tale perentorio monito seguì, il 23 dicembre 1597, la scomunica del duca d'Este, segno inequivocabile che il papa non intendeva rinunciare ai suoi diritti (una bolla emanata nel 1567 da Pio V stabiliva in effetti che i figli illegittimi non potessero vantare diritti di successione nei feudi ecclesiastici).
Immediatamente a Cesare venne meno il sostegno delle potenze europee, mentre il popolo, immiserito dalla politica vessatoria a base di tasse del defunto Alfonso II, pareva sul punto di voltargli le spalle. Messo alle strette, egli giocò allora la carta della diplomazia, anche perché la sua profonda religiosità gli impediva di affrontare il papa alla stregua di un nemico. Inviò pertanto Lucrezia d'Este, sorella di Alfonso II, a trattare col cardinal Aldobrandini, che si trovava a Faenza a capo delle truppe pontificie. La scelta della cugina per tentare una conciliazione col papa fu, secondo alcuni, del tutto controproducente, dal momento che tra Lucrezia e il duca non correva buon sangue. Ma al di là di ogni possibile congettura, resta il fatto che i margini di trattativa erano ridotti. Lucrezia dovette perciò prendere atto della volontà di Clemente VIII di avocare Ferrara alla Santa Sede e il 12 gennaio 1598 concluse un accordo – noto come Convenzione faentina – che sacrificava sì la capitale, ma quantomeno garantiva la sopravvivenza dello Stato estense.
Accettando di trasferirsi a Modena, il duca ottenne che gli venisse revocata la scomunica e confermata l'investitura imperiale. Avrebbe forse potuto agire diversamente?

 

 

L'accusa di Laura Donati

 

«Si dimostrò politico poco accorto e pessimo conoscitore delle donne»

 

Cesare d’Este era una persona mite e onesta. Non si macchiò di crimini e non ebbe comportamenti disdicevoli. Tuttavia anche a lui si possano imputare gravi colpe, non di natura morale bensì politica, in particolare relativamente alla perdita di Ferrara.
Gli antefatti sono abbastanza noti. La linea legittima della famiglia d’Este si estingue con Alfonso II, per cui l’eredità passa al ramo collaterale dei Montecchio, nella persona di Cesare cugino dell’ultimo Duca.
Il Papa non riconobbe questa discendenza e tolse agli Estensi il feudo pontificio di Ferrara.
In questo frangente Cesare non si mostrò, a mio avviso, all’altezza della situazione.
Sono due le mancanze che gli possono essere ascritte, la seconda delle quali imperdonabile.
La prima si riassume in un atteggiamento troppo rinunciatario di fronte alle pretese, legittime ma basate su un’interpretazione pretestuosa dei fatti, del Papa. È vero che un eventuale conflitto armato con il Vaticano non aveva nessuna possibilità di concludersi con una vittoria. Ma Cesare avrebbe potuto dimostrare più energia, giocando, come sempre hanno fatto gli Estensi, negli interstizi della grande politica europea che consentivano, a un piccolo stato, ampi margini di manovra.
Gli Estensi sono sempre stati refrattari all’idea di versare il sangue dei propri sudditi, e questo va ascritto tra i loro meriti, ma in questo caso pur senza arrivare al confronto armato Cesare avrebbe potuto fare di più.
Il secondo errore, gravissimo e decisivo, è stato quello di aver dato l’incarico di gestire le trattative con il Papa alla cugina Lucrezia.
Perché fu un gravissimo errore? Per rispondere bisogna fare un passo indietro di un paio di decenni. Allora regnava Alfonso II, e la sorella di lui Lucrezia era sposata con Francesco Maria della Rovere, duca d’Urbino. Quest’ultimo era un poco di buono, nella vita pubblica e in quella privata, tanto che Lucrezia, esasperata, ottenne il permesso dal Papa di abbandonare il tetto coniugale e tornare a vivere a Ferrara. Qui intrecciò una relazione illecita ma d’amore con Ercole de’ Contrari. Se non ché questo menage venne a conoscenza di Alfonso di Montecchio, padre di Cesare, il quale ne fece parola con il nipote, il duca Alfonso II. Questi fece assassinare il De’ Contrari.
Da allora Lucrezia giurò vendetta contro lo zio Alfonso.
Quando salì al trono, Cesare incaricò Lucrezia di intavolare trattative con Clemente VIII per cercare di salvare il possesso di Ferrara. Perché scelse Lucrezia? Perché la donna era in ottimi rapporti con il cardinale Aldobrandini, legato pontificio per la questione ferrarese, e quindi Cesare sperava che avrebbe potuto ammorbidire le pretese papali. Inoltre, pur conoscendo le vicende del passato, pensava che la voglia di vendetta della cugina si fosse esaurita con la morte del padre, e che mai avrebbe giocato contro la propria stirpe.
Invece non fu così. Lucrezia fece tutto quanto era in suo potere per creare a Cesare il maggior danno possibile. E Ferrara fu persa per sempre. Sulla sua tomba mano ignota la definì “inimica del proprio sangue”.
Cesare si dimostrò politico poco accorto e soprattutto pessimo conoscitore delle donne.

 

 

La difesa di Gian Carlo Montanari

 

«Ebbe i sommi pregi della pazienza tessitrice e della lungimiranza»

 

Cesare d'Este fu certamente, comunque si giudichi il suo operato, una delle più stimolanti personalità fra le dieci (otto duchi e due arciduchi) che governarono Modena e lo Stato Estense dal 1598 al 1859. Duca quasi per caso, perché Alfonso II d'Este non ebbe prole e lo scelse a malincuore; governante senza preparazione iniziale di un territorio che subito gli venne tolto per metà abbondante; signore contestato anche dai familiari e tormentato per l'agire di alcuni di essi (la moglie Virginia de' Medici finì pazza, il figlio maggiore, futuro duca Alfonso III, ebbe gioventù scapestrata, un nipote, anche lui futuro duca Francesco III che la vulgata vuole suo dispregiatore); costretto per due terzi del suo regnare a subire l'influenza non sempre benefica del suo segretario Giovan Battista Laderchi; circondato da confinanti infidi e si pensi alle due assurde guerricciole di Garfagnana contro Lucca; oberato da questi balzelli, il primo signore di Modena Capitale ebbe i sommi pregi della pazienza tessitrice e della lungimiranza.
Questo fece sì che, nonostante le critiche anche feroci (si pensi ad Alessandro Tassoni...), Cesare d'Este, costretto a lasciare Ferrara e a rischio continuo di perdere anche il resto del suo piccolo regno, è infine colui che gettò le basi dei 261 anni e mezzo di potere Estense. Superati gli Scilla e Cariddi del primissimo periodo modenese, eliminati cioè pericoli interni (l'opposizione di Marco Pio da Sassuolo) ed esterni (le contestazioni di Anna di Nemours, la francese sorella di Alfonso II che piantò grane ereditarie e dinastiche), smorzate le contestazioni, egli impostò un governare di stampo assolutistico, con feudatari fedeli (Rangoni, Montecuccoli, Boschetti...) e i suoi trent'anni di regno sono da considerarsi un esempio singolare e quasi unico di diplomazia, volta a salvaguardare il nome e il potere ereditato.
Dunque, non certo Cesare, il duca pavido, bensì un uomo di non comuni doti di temporeggiatore che tra sfortune familiari e attacchi al suo Stato salvaguardò e concretizzò il suo potere e lo rese stabile. Con benevolenza si può dire che chi ha parlato di Cesare definendolo poco acuto lo ha sicuramente sottovalutato. Un solo particolare che riteniamo carino per confutare questo giudizio. Il duca Cesare era (si veda il cronista Spaccini suo contemporaneo) un carattere brioso e amava il teatro. Una volta, dopo essere stato in giornata in Romagna per omaggiare il Papa, tornò verso Modena coi suoi fidi al galoppo e in serata se ne andò a gustare... una commedia! Credo basti per confutare coloro che lo hanno definito molle e pavido. Era invece uomo che seppe mantenere equilibrio fra le mille prove dell'esistere e riuscì a guardare lontano, gustando intensamente le poche gioie della vita. Grazie, Duca Cesare d'Este, Modena ti deve qualcosa.

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La storia di un paiuolo: l'uso della parabola in chiave socialista

(articolo apparso su Prima Pagina del 28 luglio 2013)

Alla base dello sfruttamento dei lavoratori stava, per i socialisti, il sistema di produzione capitalistico. Per spiegare in che cosa esso consistesse, «Il Domani» – periodico socialista modenese di inizio Novecento – si serviva di frequente di storielle esemplificative e di brevi racconti, che riprendevano e rimodulavano in chiave socialista il linguaggio delle parabole evangeliche ed erano studiati per rendere accessibile al lettore-lavoratore una materia altrimenti per lui ostica. Un esempio, tra i vari possibili, contribuisce a far luce sulle strategie di comunicazione e persuasione della propaganda del PSI. Si tratta di un dialogo tra Pietro e Rodolfo, «due operai» che «discorrono di socialismo»:
«Pietro – Tu che sei socialista, sapresti dirmi cosa s'intende per capitale?
Rodolfo – Per capitale […] s'intendono i mezzi di produzione, cioè i campi, le ferrovie, le miniere, gli opifici, ecc. che appropriati dalla classe dirigente dominano e sfruttano il lavoratore.
P. – E col trionfo del socialismo che avverrà di codesto?
R. – Col trionfo del socialismo il capitale […] verrà accentrato nelle mani della società, e dichiarato comproprietà dei cittadini, ovvero patrimonio sociale, proprietà collettiva.
P. – E i profitti principali di codesta trasformazione quali saranno per il lavoratore?
R. – Ecco questi profitti:
1. Che tutti lavoreranno per far fruttare il patrimonio sociale, secondo le loro abilità, col diritto di ricavarne un sufficiente guadagno;
2. Che tutti lavorando, basteranno solamente tre o quattro ore di fatica al giorno per vivere agiatamente;
3. Che il resto del tempo anch'essi potranno dedicarlo agli studi, ed interessarsi delle questioni più ardue e più importanti;
4. Che le classi viventi ora del prodotto del nostro lavoro sarebbero eliminate, essendo tutti obbligati a compiere la propria parte di lavoro socialmente utile, sia intellettuale, che materiale.
P. – Bravo Rodolfo, sono anch'io socialista, ma ci vorrà del tempo, nevvero?
R. – Naturalmente, ma chi la dura la vince».
Dal dialogo tra i due operai emergono almeno due aspetti interessanti. In primo luogo, come premessa inconfutabile, Rodolfo (che interpreta il ruolo del socialista che ha alzato lo sguardo per vedere oltre, che ha messo a frutto gli insegnamenti ricevuti e mostra di aver ben compreso i meccanismi che determinano lo sfruttamento del proletariato) spiega che il capitalismo borghese è alla base di una sorta di ingiustizia distributiva: per il solo fatto di possedere i mezzi di produzione, infatti, il «succhione» (ossia l'avido padrone) senza lavorare di persona mette a frutto il lavoro dei suoi operai, producendo una ricchezza che finisce però pressoché interamente nelle sue tasche. Con l'avvento del socialismo, invece – ed è in un certo senso la morale del racconto –, chi non lavora è destinato a non mangiare, dal momento che in una società egualitaria i parassiti non sono ammessi.
 In secondo luogo, Rodolfo nel dialogo rappresenta la personificazione del socialismo, inteso come dottrina che si pone l'obiettivo precipuo di educare le masse in vista della loro emancipazione sia economica che culturale. Non per niente, infatti, egli richiama l'attenzione sul fatto che nella società socialista l'operaio ha tempo da dedicare agli studi: solo acquisendo consapevolezza dei propri diritti, solo attraverso la libera e profonda comprensione del capitalismo e del suo regime di oppressione, Pietro (ovvero il lavoratore che ancora deve compiere il processo di maturazione socialista e che per questo ha bisogno di essere guidato dal Rodolfo-PSI) può dirsi, nel finale del dialogo, a tutti gli effetti socialista. In questo senso, dunque, è possibile vedere nell'intera storiella una metafora che inquadra alla perfezione il significato ultimo della propaganda: «Il Domani», quale organo di partito, rappresentava cioè, nelle intenzioni dei socialisti che ne curavano la redazione, un più sofisticato Rodolfo.
Un aspetto su cui il foglio modenese insisteva particolarmente era la condanna dell'ozio borghese, che sottraeva ricchezza utile rendendola improduttiva sotto forma di rendita. «Se mettessimo al lavoro tutti gli oziosi – argomentava infatti "Il Domani" –, e se facessimo lavorare utilmente tutti coloro i quali ora lavorano inutilmente, o anche in modo dannoso alla società, si avrebbe una produzione enormemente aumentata, e quindi un reddito molto maggiore di quello attuale». Di conseguenza, costringendo tutti gli individui a contribuire con il proprio lavoro al benessere della società, «non si avrebbe più miseria generale, ma si potrebbe avere l'agiatezza per tutti». Inoltre, con la collettivizzazione dei mezzi di produzione sarebbe stata superata la spietata logica della concorrenza: i lavoratori «sarebbero tutti d'accordo nel produrre il meglio possibile, e non vi sarebbero gli sprechi che vi sono oggi». Ma era del tutto evidente che il capitalista intendeva difendere a tutti i costi la propria condizione privilegiata, come sottolineava ironicamente il settimanale modenese che al borghese faceva recitare la «preghiera di un parassita», nella quale egli, rivolgendosi al Dio Lavoro, chiedeva: «Non ascoltare la voce perversa dell'agitatore, poiché egli Ti insegna la dottrina dello scontento e dell'egoismo, dicendoti: "Deve mangiare solo colui che si guadagna il pane con il sudore della fronte"».
Sempre ricorrendo a una storiella, «Il Domani» tentava di semplificare le dinamiche che stavano alla base della nascita e del consolidamento della società capitalistica:
[Gli abitanti di un povero villaggio sono costretti a emigrare in America a causa della disoccupazione. Durante il viaggio, però, una tempesta fa naufragare la nave, consentendo solo a pochi superstiti di raggiungere un'isola deserta. Giunti a terra, siccome sono sprovvisti di tutto, essi decidono di provare a recuperare dal relitto ogni oggetto che possa tornare utile].
«E pesca e afferra e uncina e tira, riuscirono finalmente a trarre dalle acque […] un paiuolo.
– Questo è mio: disse uno dei naufraghi, e presolo se ne andò.
Continua a pescare, ad uncinare, a tirare, dopo molti stenti giunsero a trarre a riva un sacco di frumentone.
– È la provvidenza, si misero a gridare.
– Piano, soggiunse uno di loro, pensando forse a quello che era avvenuto del paiuolo: questo deve servire per tutti. Noi lo semineremo e così avremo almeno la polenta […].
Tutti approvarono e si diedero a coltivare la terra.
In capo a pochi mesi ne raccolsero trenta sacchi […].
– Benissimo: adesso finalmente faremo la polenta: e si misero a macinare tra due pietre il granturco.
Ma, quando ebbero la farina pronta, e pronta la legna, ed il sale che l'acqua del mare aveva somministrato, s'avvidero che per fare la polenta tutto ciò non bastava; ci voleva il paiuolo.
– Volentieri: ma patti chiari. Io vi do il paiuolo, ma a condizione che voi mi diate metà della polenta.
– La metà della polenta! Ma come? Perché? Con qual diritto? Con quale giustizia? Sarebbe mostruoso.
– Lasciamo stare tutta questa roba. Il paiuolo è mio, e se lo volete dovete darmi la metà della polenta, se no fate a meno: libero io di darlo, liberi voi di rifiutarlo».
Quindi alla base del sistema produttivo capitalistico stava un'appropriazione indebita dei mezzi di produzione (il capitale-paiuolo) da parte di coloro che, senza alcun diritto («con quale giustizia?»), se ne erano autoproclamati padroni. Il paradosso però consisteva nel fatto che, per fare la polenta (per vivere), i naufraghi-operai erano costretti a lavorare alle condizioni loro imposte dal proprietario del paiuolo. E in questa logica essi vedevano una necessità più che un abuso, facendo involontariamente il gioco del padrone. Solo il socialismo – questo era il senso della storiella – indicava la via della redenzione, in quanto spingeva il lavoratore a guardare oltre, per comprendere che il bisogno materiale non poteva giustificare lo sfruttamento. Anche il padrone, infatti, aveva necessità che gli operai mettessero a frutto il suo capitale: senza il loro contributo, la sua ricchezza di beni sarebbe stata improduttiva. Occorreva dunque che i proletari acquisissero la consapevolezza del proprio ruolo indispensabile all'interno del processo produttivo, che comprendessero che l'arma del ricatto (fame = lavoro) poteva ritorcersi contro i padroni (no lavoro = no profitto), i quali, con l'avvento del socialismo, non avrebbero più potuto permettersi il lusso di oziare come parassiti della società.
Il lavoro era pertanto anch'esso un'essenziale forma di ricchezza, e apparteneva al proletariato, il quale doveva essere messo nelle condizioni di metterlo a frutto. «Il lavoro – argomentava "Il Domani" – crea capitali, ma non ne ha alcuno. Il lavoro fornisce il grano, ma mangia la crusca. […] Il lavoro inventa congegni per diminuire la fatica, ma le fatiche diventano più che mai onerose. Il lavoro fabbrica fucili, ma essi sparano contro di lui. Il lavoro impianta scuole ed università, ma esso rimane nell'ignoranza». Il lavoro era in sostanza una risorsa imprescindibile, il principale strumento apportatore di progresso a servizio dell'intera umanità, non dei soli padroni. «Chi rimedierà alla sua triste sorte?», domandava il foglio modenese. Ovviamente il socialismo era l'unica risposta possibile.

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Francesco Luigi Ferrari vs don Giuseppe Verri: disputa giornalistica a proposito della figura di Mussolini

(articolo apparso su Prima Pagina del 21 luglio 2013)

Nel novembre del 1922, poche settimane dopo la Marcia su Roma, il settimanale cattolico modenese «Il Popolo» ospitò un vivace confronto tra don Giuseppe Verri e Francesco Luigi Ferrari, assertori di giudizi contrastanti in merito alla valutazione dei primi atti di governo di Mussolini. I due contendenti avevano esperienze politiche molto diverse. Verri – ha scritto Luigi Paganelli – era un prete «di notevole esperienza in campo giovanile, formatosi al tempo della prima democrazia cristiana»; giunto a Modena nell’estate del 1919, tra le altre cose, «come direttore del neonato “Popolo”», guidò il periodico nella convinzione che fosse preferibile privilegiare l’«attività formativa dei cattolici» rispetto a «quella operativa in campo politico e sociale».
Ferrari era invece, in sostanza, il leader dei popolari di sinistra, già presidente della FUCI tra il 1910 e il 1912 e, ovviamente, fermamente contrario alla decisione del direttorio del gruppo parlamentare del PPI di appoggiare il ministero Mussolini.
Il confronto tra i due pareri, uno di approvazione e uno di condanna dell’operato del duce del fascismo, desta particolare interesse soprattutto se si riflette sulla sua precocità rispetto alla successiva evoluzione ultraventennale del movimento mussoliniano. A chi scrive è parso opportuno citare ampi stralci dei due interventi, lasciando al lettore la facoltà di trarre liberamente le proprie conclusioni.
Il primo articolo, di don Verri, si intitola Disciplina? ed è datato 12 novembre 1922.
«[…] In Italia, a Roma, al Governo, sembra che ci sia, e forse c’è finalmente un uomo; un uomo che concepisce lo Stato in forma dinamica, attiva, feconda. Gli impiegati, a migliaia, che sino a ieri vivevano esplicando la vita amorfa in una duplice forma: quella di sedere inutilmente per otto ore a scranna, e quella di elevare compunti sospiri al santo Patrono del 27 del mese; quegli impiegati – dice la cronaca – sono esterrefatti, perché sulla loro noia grigia è piombato un uomo che lavora… sacrilegamente anche alla festa. […] Le lezioni, energiche come frustate, piovono a destra e a manca, che è un piacere. […] Il nome santo di Dio, che dall’Italia ufficiale era bandito, ritorna e ritorna coi dovuti onori. La Messa in Santa Maria degli Angeli, cui intervengono Re, Stato Maggiore e Ministri, intenzionalmente non sarà quella di Francesco d’Assisi, ma non è neppure quella del borioso Re Sole. E il minuto di raccoglimento meditativo davanti al sarcofago del Milite Ignoto, non è scimiottatura [sic] inglese ed americana, ma è rivista di energie interiori che devonsi misurare per scagliarle in proporzione delle molteplici necessità esteriori. Gli amici stessi del Duce […] hanno dovuto convincersi che, dopo avere demolito, egli vuole ricostruire. Ed è qui, più che altrove, che si parrà la sua nobilitade. […] Saranno indizio relativo: ma i titoli di Borsa sono migliorati, e il cambio ha subito un miglioramento consolante. Anche i treni, proverbialmente ritardatari, sembrano accorgersi di una volontà singola ma ferrea, che, interprete sicura di un diffuso desiderio collettivo chiede e vuole: disciplina all’interno, rispetto e dignità all’esterno. […] Gli altri popoli, dai più ai meno evoluti e formati, sembrano avvertire che è finito il tempo in cui l’Italia poteva paragonarsi ad uno scalcinato teatro di varietà. E l’aura frizzante della disciplina nazionale, quella che incomincia, ora, a spirare dall’Alpi alla Sicilia? E sia la ben venuta. Da anni la s’invocava. E se l’uomo che racchiude in sé la potenza necessaria a ciò si chiama anche Mussolini, ogni onesto cittadino non può che approvare. Per conto mio, prego la Provvidenza d’Iddio che gli dia modo di attuare l’arduo programma; e mi auguro vicino il giorno in cui, cadute tutte le logiche riserve che s’innestano colle angolosità polemiche sin qui a buon diritto affilate, mi sia possibile pure benedire alla nostra splendida stirpe che genera, di tanto in tanto, uomini romanamente forti».
La risposta di Ferrari fu affidata ad un articolo di replica dal titolo Rilievi polemici, apparso sul «Popolo» della settimana successiva (19 novembre 1922).
«Caro D. Verri, non ti nascosi i punti nei quali il tuo pensiero dissentiva dal mio allorché mi facesti leggere il tuo articolo “Disciplina”. Ora che l’articolo è stato pubblicato vorrai permettermi di dire pubblicamente il mio giudizio in proposito. Evidentemente gli anni della guerra, le lotte durissime, combattute nella vita pubblica prima e dopo la guerra, non ti hanno tolto quella che è la facoltà caratteristica dei giovani: la facilità all’entusiasmo. […] L’entusiasmo però, se alle volte è suscitatore di “azioni” nobili e belle, mai o quasi mai è buon consigliere allorché ci si accinge a dare un “giudizio”. E, poiché nel tuo articolo “Disciplina” tu dai un giudizio, permettimi di osservarti che nello scriverlo, hai troppo sentito l’influenza di tal cattivo consigliere. Ma non è qui soltanto il mio dissenso. È più intimo e profondo. Non nego che alcuni, molti anzi, dei provvedimenti presi fino ad ora dal Governo presieduto da Mussolini sieno degni del massimo encomio. Dirò di più: ad essi vorrei poter tributare lodi ancora maggiori di quelle da te date. Ma non a questi soltanto dovevi guardare per formulare il tuo giudizio. Dovevi tener presente tutto il complesso dell’azione e del Mussolini e dei suoi seguaci prima, durante e dopo la crisi dell’ottobre se volevi che il tuo giudizio fosse esauriente. È vero che Mussolini […] scuote gli ignavi che popolano i ministeri e gli altri pubblici uffici, non ha timore di assistere e di fare assistere il Re ad una funzione religiosa. È anche vero che proprio in questi giorni sta dando il più fiero colpo alle nostre istituzioni libere […]. È anche vero che oggi, a due settimane dal trionfo di Mussolini, non appare risolto il conflitto fra partito e Stato, ma sembra avvicinarsi il giorno dell’assoluto predominio di quello su questo. Le più delicate ed importanti funzioni dello Stato le vedi infatti venire gradatamente affidate a fascisti fedeli interpreti della volontà del “capo”; gli altri sieno collaboratori sì ma dipendenti. E non mi puoi negare che “il fascismo è Mussolini”. Non ti sei accorto che dopo il 30 ottobre con raddoppiata velocità stiamo correndo verso un “governo personale”? Io, per conto mio, non mi compiaccio di questo, anche se per il momento il governo personale assicura una relativa prosperità, perché esso non assicura e non può assicurare al paese l’avvenire, che solo può essere garantito da liberi ordinamenti il cui rispetto sia religione per ogni cittadino. Il tuo entusiasmo mi pare assomigli a quello dei Francesi ammiranti i primi atti di giustizia e d’energia di Napoleone Bonaparte. Costoro non pensavano all’avvenire paghi del prosperoso presente, e non supponevano certo che da Bonaparte incominciava la decadenza francese che né le grandi vittorie di allora e di ieri poterono e potranno arrestare. Al governo personale sottostanno i popoli nella loro infanzia, si sottomettono nuovamente nella loro decadenza, sperando in essi [sic] quella pace che non riescono più a conseguire coi liberi ordinamenti. Non credo il popolo italiano decrepito tanto da abbisognare del governo di un dittatore, giudico perciò questo governo esiziale al suo avvenire. Non posso quindi compiacermi di tutto ciò che tende alla dittatura e me ne rammarico anche se si presenta sotto l’aspetto il più attraente. Ricordiamoci che “la peggiore delle camere è sempre preferibile alla migliore delle anticamere”. Ricordiamoci che i governi personali presto o tardi si riducono a governi di gruppi irresponsabili. Ricordiamoci che soltanto popoli liberamente retti hanno potuto progredire e che i governi personali, le dittature altro non hanno fatto che sfruttare ed esaurire le energie precedentemente accumulate. Ricordiamoci tutto questo, o egregio amico, e moderiamo, moderiamo molto certi entusiasmi».

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