sabato 20 luglio 2013

«Anarchici a Modena»: la «dimensione umana» di una raccolta di biografie

(articolo apparso su Prima Pagina del 7 luglio 2013)

Studiando il passato sui manuali scolastici non è infrequente commettere l'errore di accontentarsi di alcune definizioni onnicomprensive che, se hanno il pregio di condensare in poche righe i risultati di anni di ricerca, inevitabilmente trascurano, per dovere di sintesi, le esperienze individuali di coloro che, con le proprie scelte di vita, hanno rappresentato i singoli tasselli del complesso mosaico della storia. Concetti come quello di rivoluzione, risorgimento o resistenza, per esempio, possono risultare fuorvianti se non osservati attraverso una lente di ingrandimento in grado di far emergere dallo sfondo i protagonisti che hanno incanalato gli avvenimenti in modo tale da farli confluire in uno dei tanti recipienti virtuali – si passi il termine – di cui non si può fare a meno in sede di ricostruzione storiografica. E se questa procede per categorie (frutto dello sforzo interpretativo degli studiosi), ciò non significa che sia lecito pretendere di capire il passato senza avere fatto i conti con un numero sufficiente di profili biografici. In sostanza, non si può scrivere la macrostoria senza passare per la microstoria: perché la rivoluzione, il risorgimento o la resistenza contengono prima di tutto storie di uomini.
L'operazione portata a termine da Andrea Pirondini nel suo ultimo libro (Anarchici a Modena. Dizionario biografico, Zero in condotta, 2012) risponde proprio all'esigenza di dare un volto a tante persone dimenticate, schiacciate sotto il peso di un'ideologia – peraltro difficilmente classificabile come atteggiamento politico ben definibile – che alla fine ha prevalso sugli individui. A ciò si aggiunga che l’anarchismo, tra le molteplici correnti di pensiero del mondo contemporaneo, è stato vittima di un pregiudizio piuttosto diffuso tra gli storici della seconda metà del Novecento, i quali – ha scritto Gaetano Manfredonia – hanno spesso commesso l’errore di «vedere nelle idee e nei movimenti libertari del loro tempo la semplice sopravvivenza di un passato definitivamente condannato dall’evoluzione del mondo moderno», relegato in un «ghetto intellettuale» tanto dai marxisti quanto dai liberali, sbrigativamente interpretato come una serie di «forme “primitive” di rivolta preindustriale». Di fatto, all’anarchismo uno studente mediamente preparato è presumibilmente in grado di associare il nome di Bakunin (ma già su Kropotkin, per esempio, incontrerebbe grosse difficoltà) e, forse, una stringata definizione non molto più articolata di quella che è possibile ricavare sfogliando il Vocabolario Treccani: «Dottrina storico-politica che propugna l’abolizione di ogni governo sull’individuo e, soprattutto, l’abolizione dello stato, da attuare eliminando o riducendo al minimo il potere centrale dell’autorità […] [e attraverso] un estremo decentramento dei poteri amministrativi della società, affinché i lavoratori possano organizzare da sé la proprietà e l’amministrazione dei mezzi di produzione».
Lungi da chi scrive l’intento di screditare il Vocabolario Treccani, è tuttavia difficile non concordare con Pirondini quando, nelle pagine di introduzione, rivendica la «dimensione umana» del suo libro, che è prima di tutto storia di individui. Egli implicitamente raccomanda che le domande «Cos’è stato l’anarchismo?» e «Chi sono stati gli anarchici?» a più riprese si intreccino, perché non è possibile affrontare la prima senza avere precedentemente risposto alla seconda. Anche per questo, quindi, il volume si divide in due parti, una «tematica» ed una, la principale, «biografica». Nella prima «sono descritte in modo dettagliato le organizzazioni, i giornali ed alcuni momenti salienti legati alla storia degli anarchici modenesi»; nella seconda, «arricchita da un importante apporto fotografico, troviamo le biografie dei nomi più conosciuti e in vista dell’anarchismo modenese affiancate, per la prima volta, dai tanti ‘militanti di base’, che rappresentano il tessuto connettivo, il vero nerbo del movimento». In totale, quasi 300 profili.
In questa sede, per carenza di spazio, non è possibile soffermarsi su tutti i nomi: si è costretti a fare una scelta. Si potrebbe offrire al lettore un quadro generale del movimento anarchico modenese, dal sorgere delle prime organizzazioni di stampo socialista nella seconda metà dell’Ottocento fino al più recente secondo dopoguerra; oppure si potrebbe descrivere nel dettaglio un episodio significativo come l’eccidio di Piazza Grande del 7 aprile 1920, quando i carabinieri aprirono il fuoco in direzione di una nutrita folla di manifestanti – che scioperava per protestare contro precedenti episodi di violenza –, lasciando sul terreno 4 morti e ferendo una trentina di persone (una delle quali sarebbe in seguito deceduta in ospedale). Ma, anche per non cadere in contraddizione rispetto alla premessa di questa recensione, è opinione di chi scrive che sia preferibile raccontare brevemente la storia di alcuni esponenti del movimento anarchico modenese, con la consapevolezza che, inevitabilmente, la maggior parte di essi non potrà essere citata. Come fare, quindi, per scegliere i nomi? Un percorso praticabile potrebbe essere quello di seguire l’indicazione indirettamente fornita dallo stesso Pirondini, il quale, dovendo a sua volta operare una scelta, ha selezionato cinque fotografie per la copertina del libro. Fotografie che ritraggono i fratelli Lusvardi, tutti – il che è senza dubbio curioso – militanti anarchici durante il Ventennio fascista.
Il primo che si incontra è Aldebrando, nato nel 1902, che all’età di 22 anni aderisce al Gruppo libertario giovanile della Madonnina con la mansione di cassiere. Subito segnalato e schedato dalla questura quale «accanito avversario del Regime fascista», è più volte arrestato per attività sovversiva, finché, «dopo la fuoriuscita o l’arresto dei più attivi militanti anarchici modenesi», non decide di avvicinarsi ad alcuni esponenti comunisti. Scelta che tuttavia gli costa una denuncia al Tribunale speciale per «intensa attività comunista» e che, di fatto, lo costringe ad espatriare in Francia nel 1930. L’anno seguente la polizia lo annovera tra i fuoriusciti favorevoli «a combattere il regime con azioni violente», cosa che in effetti si verificherà durante il periodo della Resistenza. «Non si conosce con precisione – conclude Pirondini – il luogo della morte che pare sia avvenuta nel giugno 1986».
Più vecchio di Aldebrando di sei anni è Alfredo, anch’egli membro in gioventù del Circolo della Madonnina. Indiziato, insieme col fratello Filippo, dell’omicidio del fascista Mario Ruini (21 gennaio 1921), è rilasciato per mancanza di prove, anche se la questura lo definisce «anarchico pericoloso e capace». Nel 1922 si stabilisce in Francia, trovando impiego come muratore a Parigi. Anarchico convinto, è arrestato dalla polizia tedesca nel 1940: passa attraverso il carcere, il campo di concentramento e il confino, finché, rilasciato, non giunge a Modena nell’agosto del 1943, partecipando marginalmente alla Resistenza. Finita la guerra torna in Francia, dove muore nel 1986.
Il terzo Lusvardi è Bruno (nato nel 1904), come i fratelli precoce antifascista. Più volte arrestato tra gli anni Venti e Trenta, entra a far parte del gruppo Italia Libera – Ciro Menotti e, una volta fuoriusciti i più attivi militanti anarchici, prende contatto con la struttura clandestina comunista. I nuovi compagni, racconterà in seguito, mostrano tuttavia una certa diffidenza nei suoi confronti, giungendo persino ad accusarlo di fare il doppio gioco. Dopo l’8 settembre 1943 si arma per andare in montagna coi partigiani e aderisce infine al Partito d’Azione, di cui diviene rappresentante in seno al CLN. A guerra finita è attivo nella Federazione Comunista Libertaria di Modena, città dove muore nel 1987.
Proseguendo la lettura si incontra Filippo, che nel 1918, a soli 19 anni, è condannato a sette anni di reclusione dal Tribunale militare di Cuneo per diserzione (pena poi sospesa). Aderisce in seguito al gruppo anarchico della Madonnina ed è accusato, come detto, dell’omicidio di Ruini. Scagionato, nel 1922 decide di espatriare, trascorrendo due anni in Algeria prima di stabilirsi a Parigi, dove aderisce al Movimento anarchico fuoriuscito. Combatte in Spagna durante la guerra civile. Rientrato in Francia, è arrestato dalla polizia tedesca nel 1940 e, come Alfredo, passa dal carcere al confino, finché, con l’8 settembre, non fa rientro a Modena. Dopo aver preso parte alla Resistenza, a guerra finita rientra in Francia, dove muore nel 1991.
L’ultimo Lusvardi è Medardo, il più anziano (nasce nel 1897), che, secondo la questura, «gode di un certo ascendente sulle masse e di ciò si serve per far propaganda». Bastonato dai fascisti durante uno scontro nel 1921, diventa presto oggetto di ripetute aggressioni. Nella sua bottega di calzolaio si riuniscono alcuni giovani anarchici, che non mancano di attirare i sospetti della questura. Costantemente sorvegliato e più volte arrestato nel corso del Ventennio, durante il periodo della Resistenza perde il figlio Bruno, fucilato per rappresaglia dai nazisti. Nel dopoguerra è eletto membro del Consiglio direttivo dell’Associazione Nazionale Perseguitati Politici Italiani Antifascisti. Muore a Modena nel 1963.

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lunedì 8 luglio 2013

Il Modenese tra fine Ottocento e primo Novecento: profilo socio-economico

(articolo apparso su Prima Pagina del 30 giugno 2013)
 
La società modenese di fine XIX secolo – ha scritto Luigi Paganelli – si presentava «come una realtà chiusa e prevalentemente statica, più legata alla tradizione che aperta alle novità indotte dal compimento del processo unitario nazionale e dall'affermarsi della rivoluzione borghese in Italia, scarsamente consapevole, nella sua ristretta cultura, anche di quegli elementi di novità e di quelle potenzialità che pur vi si possono riscontrare». Questi limiti, uniti alla miseria delle classi lavoratrici e a un'economia pressoché completamente agricola, rallentavano lo sviluppo di una provincia in cui povertà e indigenza costituivano un'autentica piaga sociale.
Le cattive condizioni di vita bloccarono per l'intero trentennio postunitario la crescita demografica. Sul finire del secolo il Comune di Modena contava meno di 60 mila abitanti, e comprendendo l'intera provincia non si superavano le 300 mila unità.
Nel 1884 l'Inchiesta agraria Jacini dipingeva per Modena un quadro sconcertante, giungendo persino ad affermare che «gli animali godono miglior salute che gli uomini». Circa un terzo della popolazione viveva di stenti e la situazione sanitaria era disastrosa. Le epidemie, tutt'altro che infrequenti, provocavano ingenti perdite. I casi più significativi si ebbero tra il 1883 e il 1887, quando colera e vaiolo, comparsi in rapida successione, causarono centinaia di vittime. Ancora nel 1905 i decessi per malattia ammontarono a 2.905, circa un terzo per colera. Desolante, di conseguenza, pure il dato della mortalità infantile: nel 1910 appena 72 neonati su 100 arrivavano all'anno di vita. Un ruolo decisivo era giocato certamente dalle pessime condizioni igieniche: «Non esistevano – scrive Giuliano Muzzioli – impianti per la potabilizzazione dell'acqua che, anzi, in molti casi veniva prelevata dai pozzi adiacenti a gabinetti o a canali di scolo; le strade erano ripulite più dalla pioggia che dall'uomo e le fogne erano quasi sempre a cielo aperto».
Incapace di resistere in condizioni simili, spesso priva di un posto di lavoro sicuro, molta povera gente optò per l'emigrazione, che raggiunse il suo acme nel primo ventennio del Novecento (nel triennio 1906-1908 la media per la provincia di Modena – 2123 partenze ogni 100.000 abitanti – superò quella nazionale – 2.032 su 100.000 – e, in generale, dal 1900 alla Prima guerra mondiale le partenze superarono costantemente le 4.000 unità annue). Ad essere maggiormente colpite furono le zone appenniniche e della Bassa: nel 1921, su 4.600 modenesi emigrati all'estero, ben 4.000 erano montanari. Le autorità, se inizialmente tentarono di opporsi a quello che appariva un doloroso esodo provocato dalla disoccupazione, col tempo presero a considerare l'abbandono delle terre natali un'efficace valvola di sfogo dinanzi alla minacciosa avanzata del movimento socialista. Il giornale di orientamento liberale «Il Panaro» nel 1899 ne sottolineò addirittura i vantaggi economici, argomentando che, nel caso dell'emigrazione temporanea, «si tratta di fior di quattrini guadagnati all'estero e spesi in patria con vantaggio della produzione nazionale».
La disoccupazione, ha scritto Pietro Alberghi, era «un flagello cronico»: «I braccianti lavoravano in media sei mesi all'anno, da aprile ad ottobre. Nel lungo periodo di forzata inattività riuscivano a sopravvivere grazie ai pochi risparmi accumulati nei mesi di lavoro e alla pubblica beneficenza. Essi costituivano però un incombente pericolo per l'ordine pubblico. Per questo i prefetti non si stancavano di raccomandare, nel periodo di stasi delle operazioni agricole, al ministro dei Lavori pubblici e alle amministrazioni comunali e provinciali il finanziamento di opere pubbliche straordinarie».
Per tutto il cinquantennio postunitario Modena rimase una provincia essenzialmente agricola. Luigi Paganelli sottolinea che nel 1911 «l'80 per cento delle 2.560 imprese "industriali" censite ha meno di 5 addetti» e che, su 30.000 lavoratori dipendenti del settore, «ci sono 13.000 artigiani e lavoratori a domicilio [...] a definire una situazione tipica di un regime pre-industriale». Una tale arretratezza economica fu alla base del costante aumento della percentuale di popolazione impiegata nei campi (nel 1861 gli agricoltori erano il 57%; a fine secolo la percentuale raggiunse il 60%, fino al picco del 1921, quando il valore salì al 65%), a fronte del quale non si registrarono peraltro significativi miglioramenti dal punto di vista della gestione dei terreni, della coltivazione e delle tecniche. Vi fu, al contrario, una diminuzione del numero dei lavoratori autonomi (piccoli proprietari, affittuari e mezzadri) a favore dei braccianti, con la conseguente proletarizzazione di buona parte del settore agricolo. La mezzadria rimaneva comunque il principale rapporto di produzione ed era regolata spesso in maniera iniqua a favore dei proprietari. La tradizionale durata annuale dei contratti costituiva poi un limite evidente, dal momento che rendeva poco convenienti gli investimenti per apportare migliorie.
Lievi progressi si riscontrarono solo agli inizi del XX secolo, quando furono introdotti nuovi sistemi di rotazione, si procedette all'estensione delle superfici destinate alle colture intensive e vennero sfruttati in maggior quantità i concimi chimici, migliorando sensibilmente le rese. La modernizzazione delle tecniche riguardò però solamente la pianura: in montagna, infatti, le avversità climatiche, l'arretratezza dei metodi e l'eccessivo frazionamento della proprietà rendevano pressoché impossibile un incremento sensibile della produttività.
L'attività industriale aveva scarso peso nell'economia modenese. Le imprese, dislocate in gran parte in periferia, erano per lo più manifatture che davano lavoro ad artigiani e apprendisti. Si trattava prevalentemente di botteghe e mestieri tradizionali (falegname, sarto, fabbro, orefice, ecc.), che solo a fine secolo cominciarono a servirsi con continuità di forza motrice idraulica o a vapore; oppure, data la natura essenzialmente agricola dell'economia modenese, di industrie che si occupavano della lavorazione delle derrate alimentari. Una discreta produttività era garantita dai settori tessile e della ceramica, così come una buona efficienza fu raggiunta tra fine Ottocento e primi Novecento dall'industria del truciolo. Un'eccezione era infine la Manifattura Tabacchi, che a fine secolo giunse a dare lavoro a circa 1.000 dipendenti (per il 90% donne), confermandosi come l'attività con il maggior numero di addetti. In generale, comunque – scrive Muzzioli –, «l'assenza di una convinta e diffusa coscienza industriale fu senz'altro uno dei limiti dell'industria modenese; i capitali [...] vi vennero indirizzati con molta parsimonia, preferendo impiegarli nell'agricoltura, nel commercio o, più tranquillamente, depositarli in banca». Tra le province d'Italia, Modena occupava a fine Ottocento il 43° posto per consistenza industriale.
Arretratezza economica, disoccupazione e miseria erano accompagnate da un elevato tasso di analfabetismo, che a inizio Novecento superava il 50% (rispetto al 66% del 1861). Il sistema scolastico, anche dopo che la legge Coppino del 1877 ebbe ribadito – portandola fino a nove anni – l'obbligatorietà dell'istruzione elementare, non poteva di certo dirsi efficiente. I genitori, bisognosi di braccia, spesso preferivano far lavorare i figli nei campi piuttosto che mandarli a scuola; i fondi non erano sufficienti né per le strutture né per la remunerazione degli insegnanti, dipendenti pubblici tra i peggio retribuiti; infine l'Università, ridotta da una legge nazionale al rango di ateneo minore fino al 1887, vide diminuire il numero di iscritti da 476 di media all'anno (anni 1859-1864) a 460 (anni 1909-1915). Qualche piccolo progresso, soprattutto con la fondazione di scuole elementari in diversi comuni della provincia, si ebbe ad opera dei socialisti, che vedevano nell'istruzione un aspetto indispensabile per l'emancipazione delle masse. Ma, nel complesso, i risultati furono modesti.

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Raimondo Montecuccoli, perché un gigante del passato è caduto nell'oblio

(articolo apparso su Prima Pagina del 23 giugno 2013)

A proposito di Raimondo Montecuccoli, nel 1988 il grande storico Raimondo Luraghi scrisse che «la semplice enunciazione dei suoi titoli e delle sue funzioni storiche basta per evocare dalle ombre del passato una personalità enorme; un gigante del pensiero e dell'azione come ben pochi altri; un uomo la cui vita sfida le vicende fantastiche e gloriose di quella di Napoleone I». Al momento della morte, sopraggiunta il 16 ottobre 1680, il condottiero originario del Frignano era infatti «principe del Sacro Romano Impero germanico, luogotenente generale e feldmaresciallo degli eserciti imperiali, presidente del supremo consiglio aulico di guerra, consigliere segreto dell'imperatore, gran maestro dell'artiglieria e fortificazioni, camerlengo e cavaliere del Toson d'Oro, governatore dell'Ungheria, signore di Hohenegg, Osterburg, Gleis e Haindorf». Ma soprattutto, al di là dei titoli e delle prestigiose onorificenze, Montecuccoli era stato l'artefice del capolavoro militare della battaglia di Mogersdorf, presso il fiume Raab, dove il 1° agosto 1664, a capo di 30.000 europei, aveva clamorosamente sconfitto un esercito musulmano tre volte superiore, arrestando la minacciosa avanzata ottomana verso Vienna.
Ebbene, pur potendo vantare un siffatto curriculum, Montecuccoli è oggi un personaggio pressoché sconosciuto, ignorato da molti manuali scolastici e universitari, trascurato persino nella "sua" Modena. La reale portata di questa ingratitudine storiografica è del resto facilmente verificabile. È sufficiente, infatti, consultare il catalogo on line del Servizio Bibliotecario Nazionale per constatare che i risultati della "Ricerca base" della voce "Raimondo Montecuccoli" ammontano a 117 titoli, 9 in meno di quelli ottenuti per la voce "Turenne" (il maresciallo francese avversario del condottiero modenese). Giusto per avere un più significativo termine di paragone, la distanza da Napoleone (6229 titoli) è quasi umiliante. E l'esito è solo in parte condizionato dal fatto di avere confrontato un nome singolo con uno composto: se si ripete l'esperimento utilizzando le voci "Montecuccoli" e "Napoleone Bonaparte", il generale corso resta saldamente in vantaggio 430 a 241.
Come spiegare, dunque, questo disinteresse per la figura di Montecuccoli?
La prima e più convincente motivazione è anche la più ovvia. A parere di Luraghi, a «denigrare la memoria» di Montecuccoli furono i Padri del Risorgimento, dai quali il generale del Frignano era «visto come un italiano che aveva posto il suo ingegno e la sua spada al servizio dello "straniero": e di quale straniero!».
Tuttavia è probabile che a «gettare nell'oblio» la figura di Montecuccoli abbiano contribuito anche altri fattori, riconducibili, più che a collaudati calcoli politici, ad alcune naturali disposizioni dell'animo umano. È per esempio un dato di fatto che lo studio del passato abbia quasi sempre privilegiato gli sconfitti,  soprattutto se coinvolti in episodi tragici. Al riguardo, merita di essere citata un'acuta riflessione dello storico Basil Liddell Hart: «Il balenare di una meteora colpisce l'immaginazione umana con forza ben maggiore di quella prodotta dal remoto splendore di una stella, luce fissa e immutabile nell'alto dei cieli. [...] Allo stesso modo, nella storia, i più grandiosi fallimenti, purché posseggano una nota drammatica nella parabola finale riescono a eclissare il fascino dei successi ininterrotti».
A pensarci bene, d'altra parte, le biografie storiche (e non si dimentichi che è principalmente attraverso di esse che lo studio del passato riesce a trasformarsi in divulgazione) risultano più affascinanti se raccontano le vicende di un Annibale, di un Napoleone, di un Lee – tutti egualmente sconfitti –, piuttosto che quelle di uno Scipione Africano (il generale romano che nel 202 a. C. sconfisse i cartaginesi a Zama), di un Wellington (il vincitore di Waterloo) o di un Grant (comandante degli eserciti dell'Unione durante la guerra civile americana). Lo stesso Lincoln, probabilmente, non avrebbe avuto uguale fama se non fosse stato assassinato. E che dire, passando allo sport, del rapporto tra Dorando Pietri e Johnny Hayes, il primo – sconfitto – divenuto leggenda e il secondo – primo classificato di quella storica maratona ai giochi olimpici di Londra nel 1908 – pressoché dimenticato?
Certo, sarebbe un errore generalizzare. Però innegabilmente le parole di Liddell Hart non sono campate in aria. Come sosteneva Reinhart Koselleck, «essere sconfitti sembra essere una fonte inesauribile di progresso intellettuale». E chissà quindi cosa si scriverebbe oggi di Montecuccoli se la palla di cannone che nel 1675 uccise il Turenne nei pressi di Sassbach avesse invece colpito il generale frignanese!
Potrebbe dunque sembrare assurdo, ma probabilmente la brillante carriera militare di Montecuccoli, mai battuto come comandante dell'esercito imperiale, ha contribuito a renderne meno affascinante l'epopea. E, a proposito di fascino, è bene ricordare che il trionfatore di Mogersdorf, combattendo al servizio degli Asburgo, non sguainò mai la spada per diffondere (o difendere) quegli ideali rivoluzionari che, al contrario, avrebbero favorito – a mo' di «formidabile propellente», come scrisse Luraghi – l'ascesa di un Robespierre o di un Napoleone.
Un ultimo ragionamento sulle disavventure storiografiche del Montecuccoli può comunque estendersi a due ulteriori considerazioni. In primis, occorre sottolineare che nelle celebrazioni storiche i modenesi privilegiano i miti collettivi (come il Risorgimento, la Repubblica e, soprattutto, la Resistenza) rispetto a quelli individuali. L'odonomastica cittadina, per esempio, trascura completamente tutti i duchi estensi. A nessuno di essi è intitolata una via – nemmeno una secondaria –, mentre spicca, proprio di fronte al Palazzo ducale, il monumento a Ciro Menotti, archetipo del patriota che ha avuto l'ardire di sfidare il potere assolutistico. Ma anche in questo caso fu probabilmente la forca di Francesco IV a consacrare nel mito l'immagine di Menotti, la quale, di fatto, rispecchia valori che – pur con evidenti forzature – si prestano facilmente ad essere posti in antitesi rispetto a quelli per i quali combatté Montecuccoli.
La precoce fortuna del socialismo nel Modenese ebbe un ruolo determinante nella diffusione dei miti collettivi a scapito di quelli individuali. Un partito, come il PSI, che annoverava tra le proprie parole d'ordine lo slogan turatiano «Guerra al regno della guerra» difficilmente avrebbe potuto celebrare un militare. A ciò si aggiunga la proverbiale natura diffidente dei modenesi, che Adamo Pedrazzi, archivista del Comune autore di una Cronaca dell'occupazione nazi-fascista di Modena, oltre sessant'anni fa descrisse con poche ma significative parole: «I modenesi sono per loro natura apatici, un pochino diffidenti, poco credono a chi parla troppo per farsi udire, salvo in cuor loro maturare, a lungo andare, un giudizio che è sempre frutto di ponderazione, e, se volete, diciamolo pure, di calcolo. Hanno l'anima sorniona, diranno i più, dalla quale ben difficilmente si cava qualcosa a tutta prima». Un giudizio, questo, che – se preso per buono – aiuterebbe a spiegare come mai a Modena nemmeno il fascismo sia riuscito ad esprimere leader indiscussi,  contrariamente a quanto si verificò con i ras bolognesi Grandi e Arpinati o con il ferrarese Balbo.
Concludendo, rimane spazio per un'ultima riflessione. Montecuccoli visse in un'epoca che la storiografia tradizionale ha a lungo considerato di crisi. Tra le disastrose epidemie di peste e le devastazioni della guerra dei Trent'anni, il Seicento ha infatti subito più o meno la stessa sorte dell'età medievale, vittima di un pregiudizio che ha inteso farne un secolo di transizione tra il Cinquecento della Riforma, di Carlo V e dei nuovi orizzonti geografici e il Settecento dei Lumi e delle grandi rivoluzioni americana e francese. Pertanto, se il Montecuccoli fosse vissuto cent'anni prima o cent'anni dopo, forse le sue imprese avrebbero ricevuto maggiore considerazione sui libri di scuola. Ovviamente si tratta solo di una congettura (e non mancano certo – si pensi al Re Sole – significative "eccezioni"), ma sarebbe un errore ignorare l'eredità storica di quello che Umberto Eco ha definito «un secolo di disordine e di instabilità, di guerre e di rivoluzioni, di assolutismo e di eversione».
Bistrattato dai Padri del Risorgimento, "noiosamente" sempre vincitore, incarnazione di un mito poco "modenese" e per di più vissuto in un'epoca colpita da pregiudizi storiografici, Raimondo Montecuccoli merita oggi un convinto sforzo divulgativo. Almeno due recenti studi (il primo di Berardo Rossi – Raimondo Montecuccoli. Un cittadino dell'Europa del Seicento, Edizioni Digi Graf 2002 – il secondo di Carlo Previdi – Raimondo Montecuccoli. Un eroe di montagna, Edizioni TeI 2013) rispondono all'esigenza di colmare una così poco comprensibile lacuna: agli autori, costretti a districarsi tra l'indifferenza generale per tutto ciò che è passato e la sconcertante iniquità di certi giudizi storici consolidati, è doveroso indirizzare un sincero plauso.


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«Viaggio sentimentale nella Bassa»: la pianura emiliana tra storia, arte e tradizioni

(articolo apparso su Prima Pagina del 16 giugno 2013)
 
«Le Alpi, si sa, sono un muro di sasso, una diga confusa, fanno tabula rasa di noi che qui sotto, lontano, più in basso, abbiamo la casa; la casa ed i piedi in questa spianata di sole che strozza la gola alle rane, di nebbia compatta, scabrosa, stirata che sembra di pane. Ed una strada antica come l'uomo, marcata ai bordi dalle fantasie di un duomo; e fiumi, falsi avventurieri che trasformano i padani in marinai non veri».
Quando Francesco Guccini, in una celebre canzone (Emilia) dell'ormai lontano 1990, rendeva omaggio con queste parole alle vaste distese della pianura padana, compiva, in sostanza, un viaggio sentimentale nella Bassa che oggi, ad un anno dal disastroso terremoto del 20-29 maggio 2012, non può non risultare commovente per chi ha familiarità con quelle terre. Un viaggio sentimentale che gli effetti catastrofici del sisma (che ha ridotto in macerie edifici  secolari) rendono ora più che mai necessario, se non si vuole correre il rischio di smarrire, oltre alla parte del patrimonio storico-artistico che non potrà essere recuperata, anche l'identità, frutto del legame col passato, di intere comunità.
In sintonia con i versi di Guccini pare porsi, a oltre vent'anni di distanza, il libro che Mario Lùgari ha da poco dato alle stampe (Viaggio sentimentale nella Bassa. Itinerari nella Pianura Emiliana tra Enza e Reno, Il Fiorino, 2013), uno «scrigno della memoria» che intende condurre il lettore attraverso suggestivi itinerari nel cuore della Bassa emiliana. Una terra che, a parere dell'autore, «non è soltanto un luogo geografico, dove la nebbia, da ottobre a marzo, e l'afa, da luglio a settembre, la fanno da padroni», bensì «un mito, [...] un posto dove non si vorrebbe stare per via del clima uggioso e delle zanzare, e dove, tuttavia, gli abitanti [...] hanno imparato a vivere senza tristezza».
Il volume di Lùgari può considerarsi diviso in due parti. La prima costituisce un vivace affresco del paesaggio della Bassa, arricchito da note storiche e di folklore; la seconda intende invece condurre il lettore lungo cinque differenti itinerari, e rappresenta un'ideale passeggiata mano nella mano con lo scrittore alla scoperta dei paesi e dei luoghi della pianura emiliana. Il percorso prende avvio dalla riva sinistra del Panaro (itinerario 1), per poi addentrarsi «nelle terre della Partecipanza Agraria» (itinerario 2), esplorare la sponda destra del Po (itinerario 3), soffermarsi brevemente sulla città di Modena – e da lì proseguire lungo un tracciato che si sviluppa sulla strada "Romana" e sulla Via del "Canaletto" (itinerario 4) – e infine andare alla scoperta della Bassa reggiana (itinerario 5). Il tutto corredato da un ricco e suggestivo apparato fotografico.
Paese dopo paese, da Navicello nel Modenese fino alla "guareschiana" Brescello nel Reggiano, Lùgari descrive pazientemente palazzi e monumenti, ricostruendo per sommi capi la storia delle località e facendo menzione di numerose interessanti curiosità (quanti sanno, per esempio, che secondo la leggenda nel 1084 Matilde di Canossa sconfisse a Sorbara i soldati del rivale Enrico IV «dopo averli sorpresi all'alba ancora in preda ai fumi del Lambrusco»?). Più che sui singoli Comuni, tuttavia – dal momento che in questa sede sarebbe impossibile ricordarli tutti –, vale la pena soffermarsi sulla Bassa nel suo complesso, sul suo passato e sulle sue tradizioni.
La vasta pianura emiliana, si diceva poc'anzi, è dunque un mito, una terra che, dalla politica alla letteratura, ha spesso acquisito precise connotazioni simboliche. Innanzi tutto, la Bassa – scrive Lùgari – «è un mito anche per ciò che rappresenta nella storia della sinistra». Dall'esperienza di Camillo Prampolini a quella di Gregorio Agnini, in Emilia il socialismo ottenne sul finire dell'Ottocento significativi successi, dando impulso a quella attività cooperativistica e sindacale che avrebbe conosciuto durante il secolo successivo un consistente quanto rapido sviluppo. Il che si spiega soprattutto col fatto che nell'area gravitante intorno a Modena e Reggio «il socialismo – stando a quanto ha affermato lo storico Maurizio Degl'Innocenti – nasceva e prorompeva, spesso impetuosamente, dalla campagna, comunque dalla Bassa, intorno al rapporto uomo-terra».
Le lotte contadine ispirarono nel corso del Novecento artisti e scrittori di grande notorietà. Basti pensare al famoso dipinto in cui Pellizza da Volpedo ritrae un Quarto Stato in marcia verso le conquiste sociali; ma anche alla celeberrima saga di don Camillo e Peppone, nella quale i protagonisti del suddetto quadro sembrano prendere vita, animati dalla sferzante ironia di Guareschi. E tanto il pittore quanto il romanziere ambientano la propria opera nella pianura padana, in quella Bassa dove il caldo – come potrebbe testimoniare l'indimenticabile Fernandel – «è una roba che si vede e si tocca», quasi «un gran velo ondeggiante di vetro bollente».
A rileggere nelle parole di Guareschi lo sfogo di un don Camillo stremato dalla calura estiva, la mente riproduce, quasi in automatico, l'immagine del parroco di Brescello che cede alla tentazione di spogliarsi dell'abito talare per trovare refrigerio nelle placide acque del Po. Nell'architettura narrativa dei racconti guareschiani, il fiume costituisce un elemento tutt'altro che secondario, un autentico protagonista capace di dettare i ritmi di vita delle comunità della Bassa emiliana. E di questo è ovviamente consapevole anche Lùgari, che infatti precisa che «non si contano le esondazioni che il grande fiume e i suoi affluenti hanno provocato nel corso dei secoli». Conseguenza dello stretto rapporto che necessariamente si è creato tra uomo e fiume sono stati pertanto i continui lavori per controllare il flusso delle acque, dalle centuriazioni romane fino ai più recenti consorzi di bonifica, passando attraverso le opere di regimazione idraulica realizzate «nel XVI e XVII secolo dai Bentivoglio e dai Gonzaga».
Se le condizioni naturali del territorio hanno stimolato negli anni la proverbiale laboriosità degli abitanti della Bassa, questo però non significa che la pianura sulla riva destra del Po non offra altro che terra fertile da coltivare. Guccini canta di un'Emilia «sognante fra l'oggi e il domani, di cibo, motori, di lusso e balere»; e di nuovo Lùgari gli fa eco ricordando i «primi piatti eccellenti a base di tortellini, cappelletti, lasagne, tortelli di ricotta e di zucca», la mitica "salama da sugo", il "bensone", spesso accompagnati, «in ogni sagra paesana che si rispetti», dal tradizionale "ballo liscio", diffusissimo «intrattenimento ludico-musicale di forte valenza aggregativa» che, a torto, è spesso considerato di provenienza romagnola pur essendo nato in Emilia. Il tutto senza dimenticare l'apprezzatissimo Lambrusco, «il cui profumo di viola [...] conquistò financo un intenditore sopraffino come il Carducci», il quale, «se non fosse stato per la sua cattedra di letteratura all'Università di Bologna, ben volentieri si sarebbe trasferito» in quel di Sorbara.
Pure «sotto l'aspetto architettonico e paesaggistico» la Bassa è in grado di dire la sua. Le "modenesi" Carpi, Mirandola e Finale Emilia sono solo alcune delle numerose città d'arte di questa porzione di territorio padano, la cui «caratteristica unificante», per quanto concerne i centri storici, sono i portici, «vere e proprie strade pedonali coperte». Non mancano poi pregevoli esempi di edifici storici, ville, chiese e palazzi, che fanno della pianura emiliana un'area di indubbio interesse culturale, benché non sempre adeguatamente valorizzata. E dice bene Lùgari quando scrive che «nella sua apparente uniformità, il paesaggio della Bassa è vario e imprevedibile», al punto che, attraversandolo, «si ha l'impressione, talora, di viaggiare per una landa», fino a che non «si profila, all'improvviso, un alto filare di pioppi cipressini, oppure un folto giardino, una villa del Sei-Sette-Ottocento o una svettante torre medioevale che fa da guardia a un'antica corte rurale». Una di esse, la cosiddetta "Torre dei Modenesi", eretta nel 1213 a Finale Emilia per il controllo della terra di confine fra il Modenese e il Ferrarese, è stata spazzata via dal terremoto dello scorso anno. Ma siccome «i simboli, diversamente dai sogni, non muoiono all'alba», chiunque intendesse compiere in futuro un viaggio sentimentale nella Bassa ne ritroverà una traccia indelebile nella memoria collettiva.

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lunedì 17 giugno 2013

Il generale Enrico Cialdini: una figura controversa del Risorgimento

(articolo apparso su Prima Pagina del 18 giugno 2013)
 
Introduzione di Luigi Malavasi Pignatti Morano

 

Se per studiare il fenomeno del cosiddetto brigantaggio meridionale si facesse esclusivo affidamento sui manuali universitari, del generale Enrico Cialdini – uno dei principali artefici della dura repressione dei moti antisabaudi nel Mezzogiorno – si conoscerebbe, forse, a malapena il nome. Una semplice verifica, del resto, è sufficiente per constatare questa discutibile omissione. Chi scrive, infatti, ha provato a consultare l'indice dei nomi di tre testi piuttosto diffusi tra gli studenti (Storia contemporanea di T. Detti e G. Gozzini, Storia contemporanea di G. Sabbatucci e V. Vidotto e L'età contemporanea di A. M. Banti); e il risultato è stato pressoché il medesimo: Cialdini non è mai citato nei primi due volumi, mentre nel terzo è menzionato una sola volta in riferimento alla guerra d'indipendenza del 1866. In sostanza, solo ai lettori di Banti è dato sapere quantomeno dell'esistenza di Cialdini, mentre alla campagna contro il brigantaggio il suo nome non è mai accostato.
Eppure il generale originario di Castelvetro non fu certo uomo di poco conto, considerato che, all'indomani dell'Unità d'Italia, ricevette pieni poteri civili e militari in qualità di luogotenente dell'ex Regno delle Due Sicilie. Suo compito era quello di soffocare le rivolte dei ribelli e dei legittimisti che "infestavano" il Meridione e mettevano a repentaglio la sicurezza interna del nuovo e ingrandito Stato sabaudo. Compito che egli assolse col massimo zelo, senza preoccuparsi dei costi umani di quella che alcuni recenti studi definiscono la prima guerra civile italiana. Cialdini stesso, del resto, dopo aver duramente represso i "briganti" insorti nel Napoletano, non solo non nascose il prezzo di sangue pagato dalle popolazioni locali, ma anzi, nel comunicare a Torino i risultati conseguiti, lasciò trasparire dalla meticolosa precisione dei suoi dati un evidente compiacimento: «8968 fucilati, tra i quali 64 preti e 22 frati; 10.604 feriti; 7112 prigionieri; 918 case e 6 paesi interamente bruciati; 2905 famiglie perquisite; 12 chiese saccheggiate; 13.629 deportati; 1428 comuni messi in stato d'assedio» (citato in G. B. Guerri, Il sangue del Sud).
Che giudizio merita, quindi, il generale Cialdini? Può essere assolto per i suoi crimini di guerra adducendo come attenuante la "giusta" causa nazionale per la quale ha combattuto, nella convinzione di compiere il suo dovere di soldato? Oppure, come ha sostenuto nel 2011 il sindaco di Pontelandolfo (paese del Beneventano che il 14 agosto 1861 fu vittima di un feroce eccidio), «tutte le onorificenze e le medaglie generosamente conferitegli [dovrebbero essere] rimosse»?

 

L'accusa di Elena Bianchini Braglia

 

A Castelvetro di Modena l’8 agosto 1811 nasce Enrico Cialdini, passato alla storia come grande generale e padre della patria. Con l’assedio di Gaeta che chiude la storia del Regno delle Due Sicilie, diventa famoso e ottiene il titolo di duca. Ma in realtà a Gaeta, come anche poi nella repressione del brigantaggio, più che un prode ufficiale sembra un criminale di guerra. Ordina senza remore di bombardare abitazioni e ospedali, uccide civili e ammalati. Un testimone, Teodoro Salzillo, narra di «settantasei giorni di fuoco sì ostinato e micidiale che anche nei propri letti venivano uccisi i malati e i feriti». Poi aggiunge che per «questo fatto orribile (accaduto nel secolo che s’è detto del progresso)» Cialdini viene richiamato dal governatore. Per giustificarsi non trova di meglio da dire che «le palle dei miei cannoni non hanno occhi». E il Salzillo ritiene che questa «tremenda risposta!» porterà «eterna vergogna a chi osò pronunciarla!».
Quando gli assediati decidono di arrendersi, il 13 febbraio 1861, Cialdini continua a bombardare. A trattative avviate il fuoco è anzi più intenso, perché, spiega a Cavour, «sotto il tiro dei cannoni cederanno a condizioni più vantaggiose per noi». Addirittura a capitolazione firmata ordina di colpire la polveriera del Transilvania, dove muore il sedicenne Carlo Giordano.
Il risentimento del popolo del Sud non muore certo sugli spalti di Gaeta: nei mesi successivi trova espressione nel fenomeno della resistenza per bande. E anche qui Cialdini mostra una brutale ferocia. Ordina persecuzioni, arresti in massa, esecuzioni sommarie. Distrugge casolari, masserie e centri abitati. Non uccide solo i briganti, ma anche tutti quelli che crede possano averli in qualche modo aiutati. E la categoria dei sospettati s’allarga all’inverosimile. Il 3 gennaio 1862 a Castellamare del Golfo, 7 persone vengono fucilate: tra queste ci sono tre donne, un sacerdote, un anziano. E c'è anche la più giovane martire della "libertà che nega se stessa": una bambina di nove anni, Angela Romano.
Infine, i tristemente noti eccidi di Casalduni e Pontelandolfo. Dopo che una colonna di piemontesi viene attaccata e 40 carabinieri vengono trucidati da una folla esasperata, Cialdini ordina di distruggere tutto, di non lasciare che resti «pietra su pietra». Ricorda il bersagliere Carlo Margolfo: «Entrammo nel paese. Subito abbiamo incominciato a fucilare i preti e gli uomini, quanti capitava, e infine abbiamo dato l’incendio al paese, abitato da circa 4500 abitanti. Quale desolazione! Non si poteva stare dintorno per il gran calore, e quale rumore facevano quei poveri diavoli che la sorte era di morire abbrustoliti!».
Migliaia di persone arrostite, un paese di 4500 abitanti sacrificato per quaranta carabinieri uccisi… Ecco l’eredità di Cialdini: con le sue rappresaglie ha anticipato le più feroci dittature, ha fatto da maestro ai nazisti. E l’allievo, si noti, non ha in questo caso superato il maestro: Enrico Cialdini, nella sua crudele grandezza, è rimasto solo, e di rappresaglie uno a cento, fortunatamente, la storia non ne ha più dovute vedere.

 

La difesa di Paolo Rodolfo Carraro

 

Impresa sempre ardua è giudicare i personaggi storici, in specie quando è trascorso molto tempo dalla loro opera. Cialdini era un soldato che si impegnò quasi sempre in prima linea nelle battaglie che combatté, con valore e senza timore della morte. Ebbe pure un carattere decisionista che lo portava a voler risolvere celermente le campagne e gli assedi che si trovò a dirigere.
Per le contestazioni mosse a lui relative alla campagna contro il Regno delle Due Sicilie dobbiamo considerare che il preliminare di quel conflitto, cioè una dichiarazione dello stato di guerra da Torino a Napoli, non ci fu, e si trovò a condurre operazioni che secondo le leggi e le consuetudini internazionali non erano legittime. Ne deriverebbe quindi una censura, ma ai vertici dello Stato, non ai militari.
Da qui le prime critiche: l'assedio ad Ancona contro le truppe pontificie e quello di Gaeta, contro i Borbonici. Dai documenti degli archivi risulta che il governo Cavour lo tempestava di dispacci intimanti la conclusione veloce degli assedi (a loro volta ispirati da Napoleone III che sapeva quanto quelle operazioni potessero influire sull'opinione pubblica internazionale). Oggettivamente ogni altro comandante non si sarebbe potuto comportare diversamente. La questione della repressione del brigantaggio è comunque la pietra che più pesa sul giudizio che si dà al Cialdini.
Chi ha potuto esaminare i documenti dell'archivio storico militare ha affermato che in quella vicenda, come del resto in tutte le guerre civili – perché di guerra civile si trattò – nessuna delle parti in lotta lesinò ogni genere di nefandezza. In questo tipo di guerra, dove i soldati vengono attaccati a tradimento, trucidati e mutilati, è normale che la reazione sia la rappresaglia. Fu sempre così in ogni epoca e in ogni luogo. Per evitare ciò non andrebbe fatta la guerra. Punto! Ma, come abbiamo scritto, il conflitto era iniziato in modo irregolare, e il governo doveva risolverlo in fretta per questioni di relazioni internazionali: la pietra che rotolava aveva creato la frana. Non dimentichiamo pure che quei fatti che durarono un decennio non videro contrapposti i Settentrionali ai Meridionali, ma gli unitari (che comprendevano i proprietari terrieri del Sud e le bande armate da loro finanziate) agli indipendentisti (che annoveravano tra le loro file pure i briganti veri e propri), per cui parecchie azioni di repressione furono effettuate dalla classe dominante al potere nel Sud con l'appoggio dell'esercito del Nord.
Era una società dove chi prendeva le decisioni era un 2-3% della popolazione, così come in tutta Europa. La repressione venne criticata sia nel Parlamento italiano che in Europa, ma la stragrande maggioranza di chi deteneva potere e possibilità di influire sulla pubblica opinione non protestò perché la repressione armata delle rivolte faceva comodo a tutti. Non possiamo quindi, a nostro parere, caricare la figura del Cialdini di responsabilità che erano al di sopra di lui, mero esecutore degli ordini del suo governo.

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«Il volto del nemico»: il dramma della guerra civile nel Modenese

(articolo apparso su Prima Pagina del 9 giugno 2013)

Il volto del nemico, documentato e corposo volume che Giovanni Fantozzi ha da poco dato alle stampe, è un libro allo stesso tempo prezioso e coraggioso. Prezioso poiché, per quanto attiene al contesto modenese, mancava una ricostruzione così precisa e dettagliata dell'universo fascista repubblicano, uno studio scevro da pregiudizi incentrato sui protagonisti delle drammatiche vicende della guerra civile. Coraggioso per il semplice motivo che dare un volto a un nemico che certa storiografia filo-resistenziale ha da sempre inteso disumanizzare, raccontare quindi storie di uomini, senza pagare dazio alle strumentalizzazioni ideologiche, rappresenta ancora oggi, a 70 anni dalla fondazione della RSI, operazione molto rischiosa. Basti pensare, senza voler scomodare Giampaolo Pansa, alle recenti polemiche seguite alla pubblicazione di Partigia, il libro nel quale Sergio Luzzatto (docente universitario cui certamente non sono attribuibili sentimenti nostalgici) ripercorre le vicende della banda partigiana di Primo Levi, soffermandosi in particolare su una sentenza di morte da essa emanata contro due suoi membri che si erano resi, col loro comportamento, incompatibili con le leggi della guerriglia partigiana.
Fantozzi illustra con chiarezza le ragioni che stanno alla base del suo lavoro: «Non è [...] possibile ricomporre nella sua unità e completezza il periodo '43-'45 senza dare un volto né compiacente, né assolutorio, ma realistico e non caricaturale anche al "nemico" fascista, a quanti nel modenese seguirono volontariamente Mussolini nella sua ultima avventura, e ai tanti, non necessariamente fascisti, che per le più svariate circostanze e motivazioni si trovarono a svolgere un ruolo nelle istituzioni della Repubblica sociale italiana».
In concreto, dare un volto al nemico sconfitto significa studiare il fascismo di Salò senza pretendere di relegarlo entro i confini del mero collaborazionismo con i tedeschi. La RSI, infatti, pur tenendo conto delle ingerenze naziste, riuscì «a funzionare come stato nelle sue varie articolazioni centrali e periferiche», fornendo assistenza (tramite appositi enti comunali o di partito) a bisognosi, sinistrati e sfollati e garantendo, nei limiti del possibile, la sopravvivenza dei servizi di base. Coloro che per i più svariati motivi vi aderirono – spesso frettolosamente etichettati come oltranzisti – tentarono altresì «di darsi delle fondamenta politiche e programmatiche nuove e originali rispetto al ventennio», progettando di riportare alle origini sansepolcriste un fascismo che, essi credevano, durante il regime era stato irrimediabilmente corrotto dal capitalismo borghese. Non a caso, infatti, cardine della politica economica del PFR divenne il decreto sulla socializzazione del 12 febbraio 1944, che (almeno sulla carta, viste le difficoltà di attuazione dovute all'emergenza bellica) prevedeva «il diretto coinvolgimento delle maestranze nella gestione delle aziende, su un piano di sostanziale parità con i proprietari, e la partecipazione dei lavoratori agli utili». Ed è proprio per questa volontà di rompere con il passato che l'interpretazione – peraltro difficilmente contestabile sul piano militare – secondo la quale la Repubblica Sociale altro non fu che uno Stato satellite della Germania, se non integrata da un'attenta riflessione sulla politica della RSI, rischia di risultare parziale e, in definitiva, fuorviante.
A parere di Fantozzi lo stesso ragionamento è valido anche per il personale che ebbe incarichi nella Repubblica Sociale, che «non può essere ricompreso nella rappresentazione totalizzante del "collaborazionismo" e del "nazifascismo"», dal momento che «a sorprendere è anzi l'accentuata eterogeneità della geografia umana di Salò», la quale, di fatto, poté compattarsi solo nell'obbedienza a Mussolini. Ne consegue che «una biografia della RSI e delle sue varie anime è impossibile senza ricostruire per sommi capi i profili dei suoi personaggi», schematicamente riconducibili alle tre categorie dei "moderati" (ovvero coloro che, contrari all'armistizio "disonorevole", operarono nelle istituzioni al fine di garantire la continuità dello Stato e, possibilmente, risparmiare agli italiani la prevedibile vendetta dei tedeschi), degli "intransigenti" (determinati a portare a compimento un'integrale fascistizzazione dello Stato) e dei "fascisti rossi" (fautori della socializzazione, non pregiudizialmente ostili al dialogo con le forze antifasciste di sinistra).
Delineando dettagliati profili di reggenti del PFR, comandanti di formazioni militarizzate, capi Provincia, questori, giornalisti, podestà e commissari prefettizi, Fantozzi ricostruisce quindi le molteplici e contraddittorie anime del fascismo repubblicano, soffermandosi sia sui rapporti che intercorsero tra gli uomini di Salò e il CLN, sia sulle precarie condizioni degli amministratori locali, i quali, «tra il martello delle autorità fasciste e naziste e l'incudine delle forze partigiane che chiedono [...] di sabotare gli ordini ricevuti», spesso assolsero il loro compito spinti «da genuino spirito di servizio alla collettività in un momento drammatico».
La situazione era, in effetti, alquanto complicata. Per quanto Modena, nel suo complesso, potesse essere considerata una provincia apatica, incline ad adattarsi, dopo l'8 settembre, al nuovo ordine, la coscrizione obbligatoria voluta da Mussolini per lavare l'onta dell'armistizio di fatto costrinse migliaia di persone a maturare, contro voglia, «una scelta di campo». Le diserzioni – pur tenuto conto dei lusinghieri risultati della leva in conseguenza del bando Graziani, nonché del «rilevante e spontaneo afflusso di volontari nella miriade di corpi armati della RSI e nelle SS italiane» – specialmente in montagna coincisero con la formazione dei primi nuclei partigiani e l'inizio della lotta armata. In seno al CLN, rileva Fantozzi, «si evidenziano subito due strategie marcatamente diverse» circa gli obiettivi e le modalità di conduzione dello scontro con i nazifascisti. I cattolici, e più in generale i moderati, rifuggivano dalla logica secondo la quale la guerra di liberazione doveva necessariamente sfociare in una lotta fratricida: da parte loro era perciò «netto il rifiuto di fare ricorso ad attentati individuali ed eliminazioni sommarie», considerati inutili ed eticamente inconcepibili. Al contrario, i comunisti ritenevano di avere tutto da guadagnare dal radicalizzarsi della guerra civile, convinti che «il terribile corollario di ritorsioni e rappresaglie derivanti dall'esasperazione dello scontro» con i fascisti avrebbe «costretto il popolo italiano a schierarsi», creando i presupposti per futuri sbocchi rivoluzionari al termine del conflitto. Ispirati dal modello stalinista, i "banditi" del PCI furono responsabili anche di sanguinosi regolamenti di conti interni alla stessa Resistenza, motivati dalla volontà di esercitare un pieno controllo sul movimento partigiano (esemplare in tal senso fu l'uccisione, nel sonno, del comandante Giovanni Rossi, reo di non aver voluto cedere ai comunisti il controllo della sua formazione). 
Ma la guerriglia partigiana non fu guidata esclusivamente da motivazioni ideologiche. Soprattutto in montagna, un fenomeno che conobbe rapida e vasta diffusione fu infatti quello del ribellismo, in cui confluivano «vaghi ideali libertari e anarcoidi, spirito campanilistico e spiccata inclinazione al furto e alla rapina». Le autorità fasciste, ovviamente, sfruttarono a scopo propagandistico l'associazione partigiano-bandito, soprattutto là dove occorreva giustificare feroci rappresaglie. La strage nazista di Monchio, ad esempio, che il 18 marzo 1944 costò la vita a 131 civili, fu presentata dalla stampa di regime come «una riuscita operazione di rastrellamento» in cui erano caduti «300 ribelli».
Più in generale, la spirale d'odio e di violenza in cui cadde la provincia in concomitanza con il progressivo sfaldamento delle forze di Salò favorì la repentina trasformazione del Modenese da territorio fascistizzato «a punta di lancia del movimento partigiano». Dall'esperienza della Repubblica di Montefiorino – che segnò «la definitiva eclissi dei fascisti dalla montagna modenese» – fino al dilagare di attentati gappisti in una pianura rimasta inizialmente pressoché indenne, tutti gli indizi lasciavano chiaramente intendere quale sarebbe stato l'epilogo di uno scontro «fatto di torture, tradimenti, delazioni, prelevamenti notturni, soppressione di spie e rappresaglie». Un epilogo che, a Liberazione avvenuta, travolse anche molte persone innocenti (pretestuosamente eliminate a causa di presunte connivenze col regime, ma in realtà vittime dell'odio politico e di classe); e che, a dispetto dei tentativi di buona parte della storiografia di «"spiegare" questo stillicidio di morti come uno spontaneo moto di vendetta popolare», oggi è bene mettere in discussione, se non altro perché – rileva Fantozzi – occorre riflettere sul motivo per il quale «gli autori degli omicidi risultano esclusivamente, o quasi esclusivamente, comunisti».

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lunedì 10 giugno 2013

Bombacci, un «Kaiser» a Modena tra Lenin e Mussolini: il rivoluzionario romagnolo che si illuse di socializzare il fascismo

(articolo apparso su Prima Pagina del 3 febbraio 2013)
 
Dal giorno in cui fu giustiziato per ordine del CLNAI quale «supertraditore», di Nicola Bombacci si è scritto poco. Personaggio scomodo tanto per i fascisti quanto per il PCI, fu pressoché ignorato dalla storiografia del dopoguerra, di certo ben poco incline a perdonargli l'adesione alla Repubblica Sociale dopo anni di militanza socialista e comunista. Ancora oggi, a quasi 70 anni dalla morte, della sua vicenda umana i libri di storia, nel loro complesso, si occupano con una certa reticenza. Pochi infine ricordano che proprio a Modena Bombacci ottenne i primi significativi successi della sua lunga carriera politica. Chi era quindi Nicola Bombacci? E quali ideali aveva «supertradito»?
Nicola Bombacci nacque a Civitella di Romagna il 24 ottobre 1879. Nel 1904, un anno dopo essersi iscritto al PSI, conseguì il diploma magistrale e ottenne immediatamente alcuni incarichi. Lavorò come maestro fino al 1909, quando decise di accettare la proposta del  partito di dirigere la Camera del lavoro di Piacenza.
Fu quello l'inizio di una carriera politica che in breve lo portò a Modena, dove fu chiamato nel 1911 alla guida della CdL. Nel capoluogo emiliano Bombacci si segnalò subito per determinazione. I contatti con Mussolini e lo shock della guerra di Libia avevano del resto fatto sorgere in lui la convinzione che i compromessi riformisti con la borghesia avrebbero a lungo andare paralizzato il partito. Fedele alla linea rivoluzionaria, Bombacci ottenne a Modena alcuni importanti successi. Ricostituì, assumendone la carica di segretario, la Federazione provinciale socialista (che mancava, in pratica, dalla crisi di fine secolo); riuscì a fondere le CdL di Modena e Carpi, ricevendo la nomina di direttore della CdL Unitaria di Modena e Provincia; assunse infine la direzione de «Il Domani» – il periodico socialista della sezione modenese –, che rese molto più aggressivo e intransigente. La propaganda rivoluzionaria del suo giornale, non di rado violenta e duramente anticlericale, unita ai numerosi comizi che era solito tenere in ogni angolo della provincia, gli valse l'appellativo, coniato da Mussolini, di «Kaiser di Modena».
Una svolta decisiva per la carriera di Bombacci fu la Prima guerra mondiale. Convinto neutralista, presto si persuase che il conflitto potesse costituire un'occasione da sfruttare per estendere la lotta di classe secondo una prospettiva europea. In breve tempo subì pure il fascino di Lenin, di cui del resto condivideva in pieno la linea intransigente. E quest'ultimo, ricevuta notizia del consenso popolare di cui godeva l'azione politica dell'agitatore romagnolo (che nel Modenese andava organizzando manifestazioni antimilitariste dalla vasta eco), volle fare di Bombacci il referente principale del PSI a Mosca.
Bombacci era infatti divenuto, nel frattempo, uno dei personaggi più in vista del partito. Aveva abbandonato Modena nel luglio del 1917 dopo essere stato nominato membro permanente della direzione del PSI, iniziando una rapida scalata che l'avrebbe portato al seggio da deputato e, nel 1919, alla segreteria.
La sua sintonia con il leader bolscevico portò però di lì a poco il PSI alla rottura. Le 21 condizioni di adesione al Comintern prevedevano infatti di espellere i riformisti e mutare il nome del partito in Partito comunista. Bombacci, insieme con Bordiga e Gramsci, si assunse così la responsabilità della scissione, da cui nacque nel '21 il Partito comunista d'Italia.
Il Bombacci in versione comunista avvertiva tuttavia di essere l'uomo di Mosca molto più di quanto si sentisse leader del PCd'I. Di fronte alla minaccia fascista, la linea settaria imposta dai «dottor sottile» del partito equivaleva infatti, a suo giudizio, a un suicidio politico. Delle sue perplessità mise al corrente persino Zinov'ev (presidente del Comintern), cui inviò una lettera che, in Italia, decretò di fatto il suo distacco dal PCd'I.
In realtà il sogno che Bombacci intendeva realizzare era avvicinare le due rivoluzioni – bolscevica e fascista –, e almeno fino al delitto Matteotti la sua proposta fu presa in considerazione tanto da Mussolini quanto dai russi. In ballo c'era un accordo commerciale tra Italia e URSS, nonché la volontà del governo fascista di offrire alla Repubblica dei soviet il riconoscimento de iure. Ebbene il prescelto dai russi per condurre le trattative con Roma fu proprio Bombacci, il quale portò a termine il compito affidatogli e in un appassionato discorso alla Camera propose, scandalizzando i compagni, «una definitiva alleanza fra i due paesi».
Riguardo agli anni compresi tra 1924 e 1930 di Bombacci si conosce poco. Progressivamente emarginato dal partito fino alla definitiva espulsione nel 1927, l'ex Kaiser di Modena continuò a godere ancora per qualche anno dell'appoggio sovietico, svolgendo in particolare opera di mediazione per favorire gli scambi commerciali italo-russi. A differenza di molti suoi compagni «sovversivi», il suo rapporto col duce gli risparmiò inoltre la repressione fascista. Fu la crisi di potere in Russia a turbare gli equilibri: morto Lenin nel 1924, Stalin riuscì a imporsi nel partito spazzando via l'opposizione. Di questa facevano parte anche Zinov'ev e Kamenev (che era stato ambasciatore russo a Roma), i due più influenti sostenitori di Bombacci, che furono eliminati con le purghe degli anni '30. A Bombacci non rimaneva ormai che Mussolini.
Il suo avvicinamento al fascismo fu graduale. L'amicizia col duce ebbe il suo peso, ma non fu certo l'unica ragione della «conversione» di Bombacci. Fu casomai la politica corporativa, unita alle importanti realizzazioni sociali del regime, a convincere il tribuno romagnolo che l'unione delle due rivoluzioni fosse possibile.
Mussolini non consentì a Bombacci di iscriversi al Partito fascista, ma gli permise comunque di pubblicare una rivista dal titolo eloquente: «La Verità». Inutile dire che i fascisti più intransigenti non approvarono. Starace, il segretario del partito, andò su tutte le furie, ma dovette rassegnarsi.
La guerra convertì Bombacci a una sorta di socialismo patriottico, fortemente avverso al bolscevismo sovietico in versione stalinista. A questa linea rimase fedele anche durante l'esperienza della Repubblica Sociale, cui aderì senza indugio.
Il vecchio Kaiser di Modena volle seguire il duce anche nella sua ultima avventura. Il Mussolini di Salò, del resto, viveva oramai immerso nei ricordi e con Bombacci, dopo il tradimento della borghesia, vaneggiava nell'illusione di un improbabile ritorno alle origini, progettando di socializzare il fascismo, o ciò che di esso era rimasto.
Tali propositi si concretizzarono in due importanti iniziative, per le quali il duce si avvalse della collaborazione di Bombacci: il manifesto programmatico di Verona e la promulgazione, nel febbraio del 1944, della legge sulla socializzazione.  Il senso della riforma era espresso da una «Relazione» che accompagnava il decreto legislativo, illustrandone «tre fondamentali direttive»: «la possibilità di sostituire la proprietà pubblica alla proprietà privata del capitale in tutte quelle imprese che trascendono l'ambito privatistico; l'immissione del lavoro nella gestione delle imprese […]; la limitazione degli utili del capitale e la partecipazione dei lavoratori agli utili stessi».
Nell'attuazione di questo progetto rivoluzionario Bombacci agì da eminenza grigia del governo repubblicano. Egli era ormai il consigliere di Mussolini, e di Mussolini condivideva le illusioni. Ma a causa delle difficoltà contingenti della guerra, oltre che per il successo della propaganda comunista volta al boicottaggio delle elezioni dei rappresentanti operai nelle imprese, la socializzazione era destinata a fallire. Essa rimase però, come rilevato da Giorgio Bocca, «pura volontà testamentaria», un ultimo disperato atto compiuto per lasciare traccia di una innovativa stagione politica.
Bombacci difese il suo progetto sino all'ultimo, programmando di concerto con Mussolini persino una operazione «ponte», ovvero la consegna al PSI, a guerra conclusa, di un’Italia socializzata. Sul finire del '44 ottenne dal duce il permesso di tenere comizi nelle principali città del nord Italia. L'ultimo, che ebbe grande successo, fu a Genova il 15 marzo 1945. Davanti a una folla enorme, il tribuno romagnolo elogiò l'operato del governo di Salò e concluse affermando che la RSI fosse «l'unico Stato autenticamente socialista con la sola possibile eccezione della Russia sovietica».
Poco più di un mese dopo, mentre tentava la fuga al seguito dei gerarchi, fu catturato dai partigiani presso Dongo e fucilato. Con l'amico Mussolini aveva condiviso anni di travagliate passioni politiche. Condivise pure la macabra esperienza di Piazzale Loreto, con l'oltraggio al cadavere e un'accusa, quella di «supertraditore» della causa socialista, che non avrebbe mai pensato di meritare.

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