lunedì 17 giugno 2013

«Il volto del nemico»: il dramma della guerra civile nel Modenese

(articolo apparso su Prima Pagina del 9 giugno 2013)

Il volto del nemico, documentato e corposo volume che Giovanni Fantozzi ha da poco dato alle stampe, è un libro allo stesso tempo prezioso e coraggioso. Prezioso poiché, per quanto attiene al contesto modenese, mancava una ricostruzione così precisa e dettagliata dell'universo fascista repubblicano, uno studio scevro da pregiudizi incentrato sui protagonisti delle drammatiche vicende della guerra civile. Coraggioso per il semplice motivo che dare un volto a un nemico che certa storiografia filo-resistenziale ha da sempre inteso disumanizzare, raccontare quindi storie di uomini, senza pagare dazio alle strumentalizzazioni ideologiche, rappresenta ancora oggi, a 70 anni dalla fondazione della RSI, operazione molto rischiosa. Basti pensare, senza voler scomodare Giampaolo Pansa, alle recenti polemiche seguite alla pubblicazione di Partigia, il libro nel quale Sergio Luzzatto (docente universitario cui certamente non sono attribuibili sentimenti nostalgici) ripercorre le vicende della banda partigiana di Primo Levi, soffermandosi in particolare su una sentenza di morte da essa emanata contro due suoi membri che si erano resi, col loro comportamento, incompatibili con le leggi della guerriglia partigiana.
Fantozzi illustra con chiarezza le ragioni che stanno alla base del suo lavoro: «Non è [...] possibile ricomporre nella sua unità e completezza il periodo '43-'45 senza dare un volto né compiacente, né assolutorio, ma realistico e non caricaturale anche al "nemico" fascista, a quanti nel modenese seguirono volontariamente Mussolini nella sua ultima avventura, e ai tanti, non necessariamente fascisti, che per le più svariate circostanze e motivazioni si trovarono a svolgere un ruolo nelle istituzioni della Repubblica sociale italiana».
In concreto, dare un volto al nemico sconfitto significa studiare il fascismo di Salò senza pretendere di relegarlo entro i confini del mero collaborazionismo con i tedeschi. La RSI, infatti, pur tenendo conto delle ingerenze naziste, riuscì «a funzionare come stato nelle sue varie articolazioni centrali e periferiche», fornendo assistenza (tramite appositi enti comunali o di partito) a bisognosi, sinistrati e sfollati e garantendo, nei limiti del possibile, la sopravvivenza dei servizi di base. Coloro che per i più svariati motivi vi aderirono – spesso frettolosamente etichettati come oltranzisti – tentarono altresì «di darsi delle fondamenta politiche e programmatiche nuove e originali rispetto al ventennio», progettando di riportare alle origini sansepolcriste un fascismo che, essi credevano, durante il regime era stato irrimediabilmente corrotto dal capitalismo borghese. Non a caso, infatti, cardine della politica economica del PFR divenne il decreto sulla socializzazione del 12 febbraio 1944, che (almeno sulla carta, viste le difficoltà di attuazione dovute all'emergenza bellica) prevedeva «il diretto coinvolgimento delle maestranze nella gestione delle aziende, su un piano di sostanziale parità con i proprietari, e la partecipazione dei lavoratori agli utili». Ed è proprio per questa volontà di rompere con il passato che l'interpretazione – peraltro difficilmente contestabile sul piano militare – secondo la quale la Repubblica Sociale altro non fu che uno Stato satellite della Germania, se non integrata da un'attenta riflessione sulla politica della RSI, rischia di risultare parziale e, in definitiva, fuorviante.
A parere di Fantozzi lo stesso ragionamento è valido anche per il personale che ebbe incarichi nella Repubblica Sociale, che «non può essere ricompreso nella rappresentazione totalizzante del "collaborazionismo" e del "nazifascismo"», dal momento che «a sorprendere è anzi l'accentuata eterogeneità della geografia umana di Salò», la quale, di fatto, poté compattarsi solo nell'obbedienza a Mussolini. Ne consegue che «una biografia della RSI e delle sue varie anime è impossibile senza ricostruire per sommi capi i profili dei suoi personaggi», schematicamente riconducibili alle tre categorie dei "moderati" (ovvero coloro che, contrari all'armistizio "disonorevole", operarono nelle istituzioni al fine di garantire la continuità dello Stato e, possibilmente, risparmiare agli italiani la prevedibile vendetta dei tedeschi), degli "intransigenti" (determinati a portare a compimento un'integrale fascistizzazione dello Stato) e dei "fascisti rossi" (fautori della socializzazione, non pregiudizialmente ostili al dialogo con le forze antifasciste di sinistra).
Delineando dettagliati profili di reggenti del PFR, comandanti di formazioni militarizzate, capi Provincia, questori, giornalisti, podestà e commissari prefettizi, Fantozzi ricostruisce quindi le molteplici e contraddittorie anime del fascismo repubblicano, soffermandosi sia sui rapporti che intercorsero tra gli uomini di Salò e il CLN, sia sulle precarie condizioni degli amministratori locali, i quali, «tra il martello delle autorità fasciste e naziste e l'incudine delle forze partigiane che chiedono [...] di sabotare gli ordini ricevuti», spesso assolsero il loro compito spinti «da genuino spirito di servizio alla collettività in un momento drammatico».
La situazione era, in effetti, alquanto complicata. Per quanto Modena, nel suo complesso, potesse essere considerata una provincia apatica, incline ad adattarsi, dopo l'8 settembre, al nuovo ordine, la coscrizione obbligatoria voluta da Mussolini per lavare l'onta dell'armistizio di fatto costrinse migliaia di persone a maturare, contro voglia, «una scelta di campo». Le diserzioni – pur tenuto conto dei lusinghieri risultati della leva in conseguenza del bando Graziani, nonché del «rilevante e spontaneo afflusso di volontari nella miriade di corpi armati della RSI e nelle SS italiane» – specialmente in montagna coincisero con la formazione dei primi nuclei partigiani e l'inizio della lotta armata. In seno al CLN, rileva Fantozzi, «si evidenziano subito due strategie marcatamente diverse» circa gli obiettivi e le modalità di conduzione dello scontro con i nazifascisti. I cattolici, e più in generale i moderati, rifuggivano dalla logica secondo la quale la guerra di liberazione doveva necessariamente sfociare in una lotta fratricida: da parte loro era perciò «netto il rifiuto di fare ricorso ad attentati individuali ed eliminazioni sommarie», considerati inutili ed eticamente inconcepibili. Al contrario, i comunisti ritenevano di avere tutto da guadagnare dal radicalizzarsi della guerra civile, convinti che «il terribile corollario di ritorsioni e rappresaglie derivanti dall'esasperazione dello scontro» con i fascisti avrebbe «costretto il popolo italiano a schierarsi», creando i presupposti per futuri sbocchi rivoluzionari al termine del conflitto. Ispirati dal modello stalinista, i "banditi" del PCI furono responsabili anche di sanguinosi regolamenti di conti interni alla stessa Resistenza, motivati dalla volontà di esercitare un pieno controllo sul movimento partigiano (esemplare in tal senso fu l'uccisione, nel sonno, del comandante Giovanni Rossi, reo di non aver voluto cedere ai comunisti il controllo della sua formazione). 
Ma la guerriglia partigiana non fu guidata esclusivamente da motivazioni ideologiche. Soprattutto in montagna, un fenomeno che conobbe rapida e vasta diffusione fu infatti quello del ribellismo, in cui confluivano «vaghi ideali libertari e anarcoidi, spirito campanilistico e spiccata inclinazione al furto e alla rapina». Le autorità fasciste, ovviamente, sfruttarono a scopo propagandistico l'associazione partigiano-bandito, soprattutto là dove occorreva giustificare feroci rappresaglie. La strage nazista di Monchio, ad esempio, che il 18 marzo 1944 costò la vita a 131 civili, fu presentata dalla stampa di regime come «una riuscita operazione di rastrellamento» in cui erano caduti «300 ribelli».
Più in generale, la spirale d'odio e di violenza in cui cadde la provincia in concomitanza con il progressivo sfaldamento delle forze di Salò favorì la repentina trasformazione del Modenese da territorio fascistizzato «a punta di lancia del movimento partigiano». Dall'esperienza della Repubblica di Montefiorino – che segnò «la definitiva eclissi dei fascisti dalla montagna modenese» – fino al dilagare di attentati gappisti in una pianura rimasta inizialmente pressoché indenne, tutti gli indizi lasciavano chiaramente intendere quale sarebbe stato l'epilogo di uno scontro «fatto di torture, tradimenti, delazioni, prelevamenti notturni, soppressione di spie e rappresaglie». Un epilogo che, a Liberazione avvenuta, travolse anche molte persone innocenti (pretestuosamente eliminate a causa di presunte connivenze col regime, ma in realtà vittime dell'odio politico e di classe); e che, a dispetto dei tentativi di buona parte della storiografia di «"spiegare" questo stillicidio di morti come uno spontaneo moto di vendetta popolare», oggi è bene mettere in discussione, se non altro perché – rileva Fantozzi – occorre riflettere sul motivo per il quale «gli autori degli omicidi risultano esclusivamente, o quasi esclusivamente, comunisti».

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lunedì 10 giugno 2013

Bombacci, un «Kaiser» a Modena tra Lenin e Mussolini: il rivoluzionario romagnolo che si illuse di socializzare il fascismo

(articolo apparso su Prima Pagina del 3 febbraio 2013)
 
Dal giorno in cui fu giustiziato per ordine del CLNAI quale «supertraditore», di Nicola Bombacci si è scritto poco. Personaggio scomodo tanto per i fascisti quanto per il PCI, fu pressoché ignorato dalla storiografia del dopoguerra, di certo ben poco incline a perdonargli l'adesione alla Repubblica Sociale dopo anni di militanza socialista e comunista. Ancora oggi, a quasi 70 anni dalla morte, della sua vicenda umana i libri di storia, nel loro complesso, si occupano con una certa reticenza. Pochi infine ricordano che proprio a Modena Bombacci ottenne i primi significativi successi della sua lunga carriera politica. Chi era quindi Nicola Bombacci? E quali ideali aveva «supertradito»?
Nicola Bombacci nacque a Civitella di Romagna il 24 ottobre 1879. Nel 1904, un anno dopo essersi iscritto al PSI, conseguì il diploma magistrale e ottenne immediatamente alcuni incarichi. Lavorò come maestro fino al 1909, quando decise di accettare la proposta del  partito di dirigere la Camera del lavoro di Piacenza.
Fu quello l'inizio di una carriera politica che in breve lo portò a Modena, dove fu chiamato nel 1911 alla guida della CdL. Nel capoluogo emiliano Bombacci si segnalò subito per determinazione. I contatti con Mussolini e lo shock della guerra di Libia avevano del resto fatto sorgere in lui la convinzione che i compromessi riformisti con la borghesia avrebbero a lungo andare paralizzato il partito. Fedele alla linea rivoluzionaria, Bombacci ottenne a Modena alcuni importanti successi. Ricostituì, assumendone la carica di segretario, la Federazione provinciale socialista (che mancava, in pratica, dalla crisi di fine secolo); riuscì a fondere le CdL di Modena e Carpi, ricevendo la nomina di direttore della CdL Unitaria di Modena e Provincia; assunse infine la direzione de «Il Domani» – il periodico socialista della sezione modenese –, che rese molto più aggressivo e intransigente. La propaganda rivoluzionaria del suo giornale, non di rado violenta e duramente anticlericale, unita ai numerosi comizi che era solito tenere in ogni angolo della provincia, gli valse l'appellativo, coniato da Mussolini, di «Kaiser di Modena».
Una svolta decisiva per la carriera di Bombacci fu la Prima guerra mondiale. Convinto neutralista, presto si persuase che il conflitto potesse costituire un'occasione da sfruttare per estendere la lotta di classe secondo una prospettiva europea. In breve tempo subì pure il fascino di Lenin, di cui del resto condivideva in pieno la linea intransigente. E quest'ultimo, ricevuta notizia del consenso popolare di cui godeva l'azione politica dell'agitatore romagnolo (che nel Modenese andava organizzando manifestazioni antimilitariste dalla vasta eco), volle fare di Bombacci il referente principale del PSI a Mosca.
Bombacci era infatti divenuto, nel frattempo, uno dei personaggi più in vista del partito. Aveva abbandonato Modena nel luglio del 1917 dopo essere stato nominato membro permanente della direzione del PSI, iniziando una rapida scalata che l'avrebbe portato al seggio da deputato e, nel 1919, alla segreteria.
La sua sintonia con il leader bolscevico portò però di lì a poco il PSI alla rottura. Le 21 condizioni di adesione al Comintern prevedevano infatti di espellere i riformisti e mutare il nome del partito in Partito comunista. Bombacci, insieme con Bordiga e Gramsci, si assunse così la responsabilità della scissione, da cui nacque nel '21 il Partito comunista d'Italia.
Il Bombacci in versione comunista avvertiva tuttavia di essere l'uomo di Mosca molto più di quanto si sentisse leader del PCd'I. Di fronte alla minaccia fascista, la linea settaria imposta dai «dottor sottile» del partito equivaleva infatti, a suo giudizio, a un suicidio politico. Delle sue perplessità mise al corrente persino Zinov'ev (presidente del Comintern), cui inviò una lettera che, in Italia, decretò di fatto il suo distacco dal PCd'I.
In realtà il sogno che Bombacci intendeva realizzare era avvicinare le due rivoluzioni – bolscevica e fascista –, e almeno fino al delitto Matteotti la sua proposta fu presa in considerazione tanto da Mussolini quanto dai russi. In ballo c'era un accordo commerciale tra Italia e URSS, nonché la volontà del governo fascista di offrire alla Repubblica dei soviet il riconoscimento de iure. Ebbene il prescelto dai russi per condurre le trattative con Roma fu proprio Bombacci, il quale portò a termine il compito affidatogli e in un appassionato discorso alla Camera propose, scandalizzando i compagni, «una definitiva alleanza fra i due paesi».
Riguardo agli anni compresi tra 1924 e 1930 di Bombacci si conosce poco. Progressivamente emarginato dal partito fino alla definitiva espulsione nel 1927, l'ex Kaiser di Modena continuò a godere ancora per qualche anno dell'appoggio sovietico, svolgendo in particolare opera di mediazione per favorire gli scambi commerciali italo-russi. A differenza di molti suoi compagni «sovversivi», il suo rapporto col duce gli risparmiò inoltre la repressione fascista. Fu la crisi di potere in Russia a turbare gli equilibri: morto Lenin nel 1924, Stalin riuscì a imporsi nel partito spazzando via l'opposizione. Di questa facevano parte anche Zinov'ev e Kamenev (che era stato ambasciatore russo a Roma), i due più influenti sostenitori di Bombacci, che furono eliminati con le purghe degli anni '30. A Bombacci non rimaneva ormai che Mussolini.
Il suo avvicinamento al fascismo fu graduale. L'amicizia col duce ebbe il suo peso, ma non fu certo l'unica ragione della «conversione» di Bombacci. Fu casomai la politica corporativa, unita alle importanti realizzazioni sociali del regime, a convincere il tribuno romagnolo che l'unione delle due rivoluzioni fosse possibile.
Mussolini non consentì a Bombacci di iscriversi al Partito fascista, ma gli permise comunque di pubblicare una rivista dal titolo eloquente: «La Verità». Inutile dire che i fascisti più intransigenti non approvarono. Starace, il segretario del partito, andò su tutte le furie, ma dovette rassegnarsi.
La guerra convertì Bombacci a una sorta di socialismo patriottico, fortemente avverso al bolscevismo sovietico in versione stalinista. A questa linea rimase fedele anche durante l'esperienza della Repubblica Sociale, cui aderì senza indugio.
Il vecchio Kaiser di Modena volle seguire il duce anche nella sua ultima avventura. Il Mussolini di Salò, del resto, viveva oramai immerso nei ricordi e con Bombacci, dopo il tradimento della borghesia, vaneggiava nell'illusione di un improbabile ritorno alle origini, progettando di socializzare il fascismo, o ciò che di esso era rimasto.
Tali propositi si concretizzarono in due importanti iniziative, per le quali il duce si avvalse della collaborazione di Bombacci: il manifesto programmatico di Verona e la promulgazione, nel febbraio del 1944, della legge sulla socializzazione.  Il senso della riforma era espresso da una «Relazione» che accompagnava il decreto legislativo, illustrandone «tre fondamentali direttive»: «la possibilità di sostituire la proprietà pubblica alla proprietà privata del capitale in tutte quelle imprese che trascendono l'ambito privatistico; l'immissione del lavoro nella gestione delle imprese […]; la limitazione degli utili del capitale e la partecipazione dei lavoratori agli utili stessi».
Nell'attuazione di questo progetto rivoluzionario Bombacci agì da eminenza grigia del governo repubblicano. Egli era ormai il consigliere di Mussolini, e di Mussolini condivideva le illusioni. Ma a causa delle difficoltà contingenti della guerra, oltre che per il successo della propaganda comunista volta al boicottaggio delle elezioni dei rappresentanti operai nelle imprese, la socializzazione era destinata a fallire. Essa rimase però, come rilevato da Giorgio Bocca, «pura volontà testamentaria», un ultimo disperato atto compiuto per lasciare traccia di una innovativa stagione politica.
Bombacci difese il suo progetto sino all'ultimo, programmando di concerto con Mussolini persino una operazione «ponte», ovvero la consegna al PSI, a guerra conclusa, di un’Italia socializzata. Sul finire del '44 ottenne dal duce il permesso di tenere comizi nelle principali città del nord Italia. L'ultimo, che ebbe grande successo, fu a Genova il 15 marzo 1945. Davanti a una folla enorme, il tribuno romagnolo elogiò l'operato del governo di Salò e concluse affermando che la RSI fosse «l'unico Stato autenticamente socialista con la sola possibile eccezione della Russia sovietica».
Poco più di un mese dopo, mentre tentava la fuga al seguito dei gerarchi, fu catturato dai partigiani presso Dongo e fucilato. Con l'amico Mussolini aveva condiviso anni di travagliate passioni politiche. Condivise pure la macabra esperienza di Piazzale Loreto, con l'oltraggio al cadavere e un'accusa, quella di «supertraditore» della causa socialista, che non avrebbe mai pensato di meritare.

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Cesare d'Este, il duca che perse Ferrara e si accontentò di Modena come nuova capitale

(articolo apparso su Prima Pagina del 17 febbraio 2013)
 
«Se fosse vero ciò che della forza delle stelle hanno scritto in altri tempi gli strologi, bisognerebbe certo dire che questo principe fosse nato sotto una ben infausta costellazione: tante furono le traversie che ne' primi anni del suo governo si affollarono contro di lui».
Per molti dei suoi lettori, queste considerazioni di Ludovico Antonio Muratori hanno a lungo sottinteso una convinzione ben radicata: Cesare d'Este, il duca che dovette cedere Ferrara a Clemente VIII nel 1598, fu un sovrano arrendevole, un Don Abbondio ante litteram costretto, lui «vaso di coccio», a viaggiare tra due grossi «vasi di ferro», il papa e l'imperatore del Sacro Romano Impero. In realtà, a dispetto della fama di inetto che ha a lungo accompagnato la memoria del primo duca di Modena capitale, il Muratori intendeva forse concedere qualche attenuante a Cesare, offrendo il destro a quanti oggi ne rivalutano l'operato.
Le «traversie» cui alludeva il Muratori erano legate alla nascita del futuro duca. Cesare infatti apparteneva a una linea di discendenza «infetta», essendo figlio di Alfonso di Montecchio, a sua volta nato di contrabbando da una relazione tra il duca Alfonso I e Laura Dianti. In altre parole, Cesare non possedeva perfetti requisiti per ascendere al potere: se la scelta cadde infine sul suo nome fu perché il duca Alfonso II – figlio di Ercole II, successore di Alfonso I – nel 1597 morì senza eredi legittimi.
Pur essendo stato designato erede dallo stesso Alfonso II, Cesare entrò subito in contrasto col pontefice, che rifiutava di riconoscere la successione. Il ducato che egli rivendicava era infatti il risultato di una composita concessione feudale: Modena, Reggio e Carpi erano assegnate dall'imperatore; Ferrara dal papa. Ma se Rodolfo II non si oppose alla nomina di Cesare quale duca di casa d'Este, Clemente VIII intimò a quest'ultimo di abbandonare Ferrara – città di cui gli Estensi detenevano l'investitura papale sin dal 1332 – e, di fronte alla resistenza di Cesare, radunò 20.000 fanti presso Faenza. A tale perentorio monito seguì, il 23 dicembre 1597, la scomunica del duca d'Este, segno inequivocabile che il papa non intendeva rinunciare ai suoi diritti (una bolla emanata nel 1567 da Pio V stabiliva in effetti che i figli illegittimi non potessero vantare diritti di successione nei feudi ecclesiastici).
Immediatamente a Cesare venne meno il sostegno delle potenze europee, mentre il popolo, immiserito dalla politica vessatoria a base di tasse del defunto Alfonso II, pareva sul punto di voltargli le spalle. Messo alle strette, Cesare giocò allora la carta della diplomazia, anche perché la sua profonda religiosità gli impediva di affrontare il papa alla stregua di un nemico. Inviò pertanto Lucrezia d'Este, sorella di Alfonso II, a trattare col cardinal Aldobrandini, che si trovava a Faenza a capo delle truppe pontificie. La scelta della cugina per tentare una conciliazione col papa fu, secondo alcuni, del tutto controproducente, dal momento che tra Lucrezia e il duca non correva buon sangue. Ma al di là di ogni possibile congettura, resta il fatto che i margini di trattativa erano ridotti. Lucrezia dovette perciò prendere atto della volontà di Clemente VIII di avocare Ferrara alla Santa Sede e il 12 gennaio 1598 concluse un accordo – noto come Convenzione faentina – che sacrificava sì la capitale, ma quantomeno garantiva la sopravvivenza dello Stato estense.
Il 30 gennaio il duca – cui nel frattempo era stata revocata la scomunica e confermata l'investitura imperiale – faceva il suo ingresso a Modena, accolto dal popolo in festa. La scelta della nuova capitale non era stata casuale: Modena aveva beneficiato sotto Ercole II di un allargamento del perimetro della cinta muraria e, trovandosi a ridosso del confine con lo Stato pontificio, era poco distante da Ferrara, che gli Estensi non si rassegnarono mai a considerare definitivamente perduta.
Divenuta capitale, con conseguente incremento demografico, Modena subì diversi interventi urbanistici. Di questi, per volontà di Cesare, la maggior parte riguardò la costruzione di edifici religiosi, come la chiesa di S. Bartolomeo, il convento di S. Orsola e il tempio di S. Vincenzo. La fede del duca non era del resto un mistero per nessuno. Basti pensare che, all'indomani della Devoluzione di Ferrara, Cesare aveva deciso di recarsi a Rimini per rendere omaggio al pontefice, ricevendo in cambio, a suggello della ritrovata concordia, la porpora cardinalizia per il fratello Alessandro.
Più in generale, in politica estera Cesare si mosse con cautela, anche perché la perdita di Ferrara, cui era seguita nel 1601 quella dei possedimenti francesi di casa d'Este (rivendicati per sé con successo da Anna d'Este, figlia di Renata di Francia e del duca Ercole II), suggeriva una certa prudenza. Per recuperare credibilità internazionale e dare lustro alla sua casata, il duca riallacciò i contatti con la Spagna – all'epoca potenza egemone nella penisola italiana – e, secondo la logica delle alleanze matrimoniali, ottenne per il proprio figlio Alessandro la mano di Isabella di Savoia, figlia del duca Carlo Emanuele I.
In trent'anni di governo Cesare dovette impugnare le armi solo per sventare due tentativi dei Lucchesi di occupare la Garfagnana. Il primo, nel 1602, si risolse in un nulla di fatto; il secondo, nel 1613, richiese invece un maggiore dispiegamento di forze. All'origine dello scontro vi fu la guerra scoppiata tra i Savoia e i Gonzaga – appoggiati dalla Spagna – per la successione nel Monferrato. In quell'occasione Cesare negò alle truppe di Cosimo II de' Medici il permesso di attraversare la Garfagnana per accorrere in aiuto dei Mantovani, finché il governatore spagnolo di Milano non gli ordinò di desistere. Tuttavia, mentre i soldati di Cesare erano impegnati a controllare che gli uomini di Cosimo attraversassero senza incidenti il territorio estense, i Lucchesi ne approfittarono per invadere nuovamente la Garfagnana. Per tutta risposta Cesare inviò un forte esercito – guidato dai figli Alfonso e Luigi – ad assediare Castiglione, e avrebbe quasi certamente fiaccato la resistenza del nemico se non fosse intervenuto un rappresentante del governatore spagnolo giunto direttamente da Milano per porre fine alle ostilità. La pace che seguì impose a Lucca di ritirare le proprie truppe dal territorio estense, ma il mancato successo militare compromise ulteriormente la reputazione di Cesare, che da quel momento divenne bersaglio della pungente ironia di Alessandro Tassoni. Molti dei giudizi severi sull'operato del primo duca di Modena capitale sono la conseguenza del disprezzo che l'autore de La secchia rapita nutriva nei confronti del suo sovrano.
In realtà l'immagine di un Cesare costantemente titubante è discutibile, se non altro per il cinismo di cui diede prova nell'affrontare una spinosa questione di politica interna riguardante il signore di Sassuolo, Marco Pio. Questi, che pur essendo feudatario degli Estensi progettava di affrancarsi da Cesare, si fece riconoscere dall'imperatore il titolo di principe di Sassuolo, irritando il duca per quello che fu ritenuto un grave atto «di ribellione e di fellonia». L'affronto non rimase però impunito: la sera del 19 novembre 1599, uscito dal castello ducale dopo aver preso parte a un ricevimento, Marco Pio fu raggiunto da quattro colpi di archibugio e, 18 giorni dopo, spirò. I sospetti sul mandante caddero inevitabilmente sulla corte – anche perché il principe di Sassuolo non aveva eredi –, ma gli assassini non furono trovati. Con abile mossa politica Cesare offrì una ricompensa a chiunque avesse fatto luce sull'omicidio, avviando nel frattempo con Enea Pio, zio di Marco, le trattative per la successione. La questione si risolse solo dieci anni dopo grazie alla mediazione di Carlo Emanuele I di Savoia, che riconobbe le ragioni duca d'Este: Cesare incamerò così Sassuolo, pagando al Pio un indennizzo di 215.000 scudi.  
Nel complesso, l'esperienza di governo di Cesare ebbe il merito di garantire al ducato estense un lungo periodo di pace, che consentì di rendere più efficiente l'amministrazione. Il duca, che nei primi anni delegò in buona parte il governo dello Stato ai ministri e al fratello cardinale, col tempo profuse un impegno crescente nella gestione politica, specialmente quando nell'ultima fase della sua vita fu affiancato dal figlio Alfonso. A questi Cesare lasciò il ducato dopo la morte, avvenuta l'11 dicembre 1628. Dalla Devoluzione di Ferrara erano trascorsi trent'anni, durante i quali Modena si era elevata al rango di capitale di uno Stato che, sorto tra mille «traversie», sarebbe rimasto in vita per 261 anni. Questa sola considerazione consente oggi di rivalutare la figura di Cesare, il quale, se non fu quel guerriero invitto agognato dal Tassoni, merita quantomeno maggiore indulgenza storiografica.

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Laura Martinozzi, una «lady di ferro» al governo del ducato estense

(articolo apparso su Prima Pagina del 2 giugno 2013)
 
La morte prematura di Alfonso IV d'Este (che si spense il 16 luglio 1662, stroncato a soli 28 anni dalla gotta) lasciò le redini dello Stato estense nelle mani di Laura Martinozzi, moglie del defunto duca nonché nipote del cardinal Mazzarino. Nominata nel testamento del marito tutrice dei due figli Francesco e Maria Beatrice (rispettivamente di due e quattro anni), Laura era appena ventitreenne quando assunse la reggenza del ducato, compito gravoso soprattutto per la preoccupante situazione finanziaria. Le guerre di Francesco I, infatti, ma anche le ingenti somme stanziate da Alfonso IV per l'acquisto di opere d'arte, avevano a tal punto prosciugato le casse dello Stato da rendere inevitabili provvedimenti drastici di contenimento delle spese, tanto più che i crediti che la casa d'Este vantava nei confronti della Spagna erano tali ormai solo sulla carta.
Laura affrontò l'emergenza con risolutezza. «Donna virile, di cui grande era il senno, maggiore la pietà» – secondo il giudizio del Muratori –, ridusse all'osso le spese, improntando il governo dello Stato estense su basi di rigida austerità. Alla guida del ducato la reggente fu affiancata dal cardinale Rinaldo (fratello di Francesco I, che Alfonso IV aveva indicato nel testamento come colui che sarebbe stato «indirizzo, consiglio e guida» della moglie), dal principe Cesare (anch'egli fratello di Francesco I e comandante delle milizie ducali) e da due valenti ministri, il conte Girolamo Graziani e il giurista Bartolomeo Gatti. Ma, tra tutti i consiglieri, era di certo padre Garimberti (il confessore) ad influenzare maggiormente le decisioni della duchessa reggente: e «se si tien conto – ha scritto Luciano Chiappini – della religiosità di Laura, quali che fossero le sue più concrete manifestazioni, della potenza del Garimberti, cui praticamente facevano capo le risoluzioni più impegnative del governo, e della presenza di ecclesiastici in alcune cariche di primaria importanza, si ha un quadro significativo della "clericalizzazione" di quella Corte».
Ribattezzata rapidamente «duchessa padrona» per via del carattere autoritario, Laura pareva ossessionata dal proposito di arginare il dissesto morale del ducato. Per questo non solo bandì il lusso  dalla corte, ma fece chiudere molte osterie e inasprì le pene per il reato di ubriachezza, destando, per tali eccessi, qualche perplessità tra i suoi sudditi. Non stupisce quindi che per descrivere questa sua determinazione nel voler morigerare i costumi dei modenesi,  lo storico genealogista Pompeo Litta abbia scritto che la vedova di Alfonso «si fece conoscere per donna austera, piena di fuoco, ostinata e che disprezzava tutti».
Pure la delicata questione dell'ordine pubblico fu affrontata in maniera energica, con l'obiettivo di debellare il fenomeno – particolarmente recrudescente in quegli anni – del banditismo. Stando a Luigi Amorth, che a sua volta cita sempre il Litta, nel 1669 Laura, «per purgare lo stato di delinquenti o di turbolenti, fa una leva di un migliaio di tali signori, li pone al comando del conte Fontana e li invia ai Veneziani, impegnati nella lotta di Candia, perché vengano esposti "alle palle di cannone  dei Turchi"».  Quanto infine alle misure adottate nei confronti di alcuni esponenti inquieti e rissosi del ceto nobiliare, il comportamento della duchessa fu ancor più spregiudicato, come riferisce ancora il Litta: «Fece uccidere il conte Orazio Boschetti suo vassallo per essersi rivolto al Papa intorno alle sue ragioni pel feudo di San Cesareo, e così fece ammazzare il conte Odoardo Malvasia per attentato da lui e dai fratelli commesso in Cento contro un marchese Fontanelli, governatore del Finale».
Sovente la religiosità della duchessa – che non di rado tendeva a tramutarsi in autentico bigottismo – fu alla base di comportamenti che, con ogni probabilità, dovettero apparire discutibili anche ai suoi più stretti collaboratori. Quantomeno singolare fu, per esempio, la decisione di spendere l'enorme somma di 100.000 scudi romani (in barba alla politica del rigore!) per erigere un grandioso convento per le monache dell'Ordine della Visitazione. E non si trattò nemmeno di un'iniziativa isolata. In città, infatti, le chiese e i monasteri si moltiplicarono, mentre la chiesa di Sant'Agostino fu restaurata e trasformata – ha scritto Riccardo Rimondi – «in un santuario della grandezza e della nobiltà dinastiche» (anche se il progetto originario era di trasformarla in una sorta di pantheon degli Estensi che avrebbe dovuto ospitare le sepolture dei duchi). Il risultato fu che ogni giorno – stando a una cronaca del tempo – nelle strade di Modena divenne possibile assistere a tre o quattro funzioni religiose contemporaneamente.
Il fanatismo della Martinozzi fu all'origine anche di severi provvedimenti contro gli ebrei. Al riguardo, Ernesto Milano evoca addirittura il concetto di crociata, «con il consolidamento del ghetto di Modena e la fondazione di quello di Reggio, per altro tanto angusto che gli 885 israeliti della città vi si devono adattare "come le noci in un sacco". Le rigide disposizioni della Duchessa vietano agli ebrei di svolgere libere professioni, di ricoprire cariche pubbliche, di contrarre matrimoni con cristiani e di possedere beni immobili. Durante le processioni sono obbligati ad esporre i drappi alle finestre, ma non possono affacciarvisi. Devono inoltre portare, per un certo periodo, un nastro giallo sul cappello per essere riconosciuti a vista».
Una tale intransigenza,  che spesso sfociava in aggressività, non poté evidentemente esprimersi anche in politica estera, dal momento che le ridotte dimensioni e le limitate risorse del ducato non consentivano di coltivare progetti ambiziosi. Logico pertanto che Laura tentasse di mantenersi equidistante rispetto alle grandi potenze, prendendo semmai posizione solo per dirimere alcune piccole controversie di confine. Di un certo rilievo fu, ad ogni modo, l'acquisizione "pacifica" dei due feudi di San Felice sul Panaro (acquistato dai Pio nel 1669) e Gualtieri (già appartenuto ai Bentivoglio).
Il disegno della duchessa di preservare a tutti i costi la neutralità dello Stato estense si scontrò tuttavia, nel 1673, con la volontà di Luigi XIV di combinare  il  matrimonio tra la quindicenne Maria Beatrice (figlia di Laura) e l'erede al trono inglese Giacomo Stuart. A nulla valse la (peraltro timida) resistenza della Martinozzi:  il Re Sole voleva insediare nella corte di Londra una principessa cattolica, e la giovane di casa d'Este – di una dinastia, cioè, alleata della Francia – faceva proprio al caso suo. Anche papa Clemente X insistette, rendendo di fatto improponibile l'ipotesi di un clamoroso rifiuto. A Laura, di conseguenza, non restò  che cedere. E il 5 ottobre, accompagnata dal Garimberti e dal cognato Rinaldo, partì con la figlia alla volta di Londra.
L'assenza da Modena della duchessa si protrasse per sei mesi, durante i quali il legittimo erede di Alfonso IV, Francesco II, fu sapientemente avvicinato da alcuni uomini della corte che mal sopportavano il governo della Martinozzi. Tra essi, Luigi, Foresto e Cesare Ignazio – e in particolare proprio quest'ultimo, che, avendo frequentato la mondana Versailles, non condivideva il bigottismo di Laura e nutriva forti ambizioni personali –, appartenenti ad un ramo cadetto della casa d'Este, irretirono il futuro duca, convincendolo della necessità di sottrarsi alla tutela materna. Secondo Luigi Amorth, decisivi furono anche «il vecchio principe Cesare, fratello del duca Francesco I, toccato nel suo orgoglio per certi atteggiamenti troppo autoritari della Reggente, e il ministro Gatti, offeso perché il suo consiglio veniva sempre posposto a quello dell'onnipotente Garimberti». A queste pressioni il quattordicenne Francesco non seppe resistere, e si risolse ad assumere in prima persona il governo dello Stato. «Al ritorno della duchessa – ha scritto Rimondi – tutto era pronto. Grandi feste la accolsero e la sua carrozza fu scortata in duomo per il canto di un solenne Te Deum. Qui Laura notò però qualcosa di strano: due grandi padiglioni a ombrello erano stati posti sopra i troni suo e del figlio, ma quello di Francesco era più in alto, in segno di dominio».
Pur ferita nell'orgoglio, Laura non reagì e si rassegnò di fronte al volere del figlio. Nei due anni seguenti tentò di recuperare influenza sul duca, per cui nutriva sincero affetto, ma invano. Decise allora di lasciare Modena, «per trascorrere il resto della vita – precisa Chiappini – a Roma, a Bruxelles, ancora a Roma, non tralasciando di visitare piamente i santuari di Padova e di Loreto». Nella Città Eterna morì il 19 luglio 1687.

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mercoledì 5 giugno 2013

La guerra di Modena: lo scontro che permise ad Augusto di marciare su Roma

(articolo apparso su Prima Pagina del 26 maggio 2013)
 
«All'età di diciannove anni, di mia iniziativa e a mie spese, misi insieme un esercito, grazie al quale liberai la repubblica dal dominio dei faziosi. Per ricompensarmi, il Senato, con decreti che mi rendono onore, mi cooptò nel suo ordine attribuendomi addirittura il diritto di parlare quando tocca a chi è già stato console; e inoltre mi riconobbe l'imperium, il comando militare. Questi decreti risalgono al consolato di Aulo Irzio e Gaio Vibio Pansa [43 a. C.]. Il Senato inoltre mi ordinò di provvedere all'emergenza in cui si trovava la repubblica collaborando coi consoli in carica e attribuendomi il rango di propretore. Nello stesso anno, essendo caduti in guerra entrambi i consoli, il popolo mi elesse console nonché "triumviro per la riforma dello Stato"».
Queste parole, qui proposte nella traduzione di Luciano Canfora, costituiscono l'esordio delle Res Gestae Divi Augusti, ovvero il testamento politico del figlio adottivo di Cesare. Si trattava di un documento, inciso ed esposto in varie città dell'Impero, redatto da Augusto stesso al fine di legittimare la propria opera imperiale, anche là dove – specie col reclutamento di un esercito privato – essa era stata palesemente illegale. A rendere lecito il ricorso a misure straordinarie era stata, secondo le Res Gestae, la necessità di liberare la repubblica «dal dominio dei faziosi», identificabili senza dubbio coi cesaricidi nella versione greca (destinata ai sudditi delle province orientali), ma difficilmente inquadrabili nel testo latino (letteralmente: «Rem publicam a dominatione factionis oppressam in libertatem vindicavi»).
A chi alludeva, dunque, Augusto utilizzando la parola «factio»? Difficile sostenere che si riferisse esplicitamente ai cesaricidi, visto il successivo accenno alle ricompense ricevute dal senato. Ma anche l'ipotesi di un collegamento «factio»-Marco Antonio non convince del tutto, se non altro per la presenza, nell'ultima frase, di una legittimazione del triumvirato. Canfora suggerisce pertanto che «factio» evocasse «la parte più faziosamente "repubblicana" e anticesariana del Senato», anche se, utilizzando quella parola, Augusto probabilmente volle «che l'espressione fosse passibile di varie interpretazioni, tutte possibili e tutte smentibili». In sostanza, l'autore delle Res Gestae esordisce in modo volutamente ambiguo, come a dire che tutti i contendenti di Augusto potevano, all'uopo, essere tacciati di faziosità.
Tacito, che scrisse col beneficio di una visione ex post, smascherò l'ingannevole linguaggio augusteo: «La simpatia mostrata per la pars pompeiana [cioè repubblicana] – scrisse infatti negli Annali (la traduzione è sempre di Canfora) – era stata soltanto simulazione». Per comprendere, però, fino in fondo queste parole è necessario fare un passo indietro.
Dopo l'assassinio di Cesare (idi di marzo, ossia 15 marzo, del 44 a. C.), i cesariani, superato l'iniziale sbandamento, riuscirono a riorganizzarsi, mentre i congiurati (tra cui figuravano, in primo piano, Marco Giunio Bruto, Caio Cassio Longino e Decimo Bruto) dimostrarono di non aver pianificato nulla al di là dell'omicidio. In un clima di forte incertezza, Marco Antonio (ex luogotenente di Cesare) riuscì a far ratificare dal senato un compromesso che prevedeva l'amnistia per i congiurati e, di contro, la convalida degli atti del defunto dittatore. Anche l'attribuzione delle province fu confermata, con l'assegnazione della Gallia Cisalpina a Decimo Bruto e della Macedonia a Marco Antonio.
L'obiettivo di quest'ultimo era evidentemente quello di raccogliere l'eredità di Cesare. Per questo sfruttò le esequie del dittatore per scatenare le ire del popolo contro i congiurati, col risultato che questi abbandonarono Roma per timore di rappresaglie. Ad intralciare la scalata al potere di Antonio comparve tuttavia la figura del futuro Augusto. Alla lettura del testamento di Cesare, infatti, si scoprì che il conquistatore delle Gallie aveva designato suo erede e figlio adottivo il giovane pronipote Caio Ottavio (la sorella di Cesare, Giulia, era sua nonna), che in quei giorni si trovava in Illiria. Appresa la notizia, Ottavio si precipitò a Roma, dove reclamò ufficialmente l'eredità e lasciò intendere chiaramente che avrebbe vendicato la morte del padre. In tal modo si attirò le simpatie dei cesariani, mentre il senato, manovrato da Cicerone, cominciò a scorgere in lui un potenziale antagonista di Antonio, di cui temeva lo strapotere.
Quest'ultimo nel frattempo, in scadenza di consolato, aveva fatto votare dai comizi un provvedimento (permutatio provinciarum) col quale, di fatto, si assegnava la Gallia Cisalpina e la Gallia Comata (strategiche per il controllo della penisola) al posto della Macedonia. Quando però egli si accinse a prendere possesso della Cisalpina, Decimo Bruto (governatore originariamente designato dallo stesso Cesare) si rifiutò di consegnargliela, rifugiandosi a Modena, che fu stretta d'assedio. Al senato non restò che inviare i due consoli del 43 a. C. (Irzio e Pansa) in soccorso di Decimo Bruto; ad essi, però, fu affiancato anche Ottavio, che guidava un'armata privata reclutata in Campania e a cui fu conferito un imperium propretorio. Secondo la versione accreditata dalla storiografia tradizionale, «vicino a Modena – si legge in un manuale universitario di storia romana tra i più diffusi – Antonio fu battuto e fu costretto a ritirarsi verso la [Gallia] Narbonese, dove contava di unire le sue forze a quelle di Lepido [futuro triumviro]. Irzio e Pansa morirono per le ferite riportate dallo scontro. Poiché entrambi i consoli erano scomparsi, Ottavio chiese al senato il consolato per sé e ricompense per i suoi soldati. Al rifiuto, non esitò a marciare su Roma».
Secondo Canfora – e qui conviene riprendere l'analisi di Tacito –, questa versione dei fatti è tuttavia un po' fuorviante. Innanzitutto è bene chiarire la decisione di Ottaviano di mettersi al servizio del senato, decisione di per sé singolare, dal momento che comportava uno scontro armato col luogotenente del padre adottivo. Scrive Canfora: «L'abilità di Ottaviano è consistita nello schierarsi lucidamente dalla parte di Cicerone [...] [per] acquisire un peso contrattuale che mai, altrimenti, Antonio gli avrebbe riconosciuto nella difficile partita della spartizione dell'eredità politica di Cesare. Per questo, nella ricostruzione "ufficiale" di quel suo esordio mette l'accento sull'aspetto eversivo [...] e lascia nel vago quale fosse la factio che con tale atto eversivo aveva dovuto abbattere».
Sottomettendosi al senato, Ottaviano accettava di mettere le sue truppe agli ordini di Irzio e Pansa. Questi erano, prosegue Canfora, i veri ostacoli nella scalata al potere, «giacché le "sue" [di Ottaviano] truppe difficilmente avrebbero potuto piantare i consoli (eventualmente vincitori) e tornare con Ottaviano». Ma con la morte di questi ultimi Ottaviano ebbe buon gioco a prendere possesso delle "sue" legioni e di quelle consolari. E con esse marciò su Roma, dove con Antonio e Lepido costituì il secondo triumvirato. Decimo Bruto, invece, abbandonato dai suoi soldati, fu ucciso mentre tentava di passare le Alpi orientali per congiungersi cogli altri cesaricidi.
Le morti in rapida successione di Irzio (in battaglia) e di Pansa (per le ferite riportate nel primo scontro con Antonio) paiono, in effetti, alquanto sospette. Addirittura, scrive Svetonio, dopo la morte di Pansa «il medico Glicone venne arrestato sotto l'imputazione di averne avvelenato la ferita». Quanto ad Irzio, sempre Svetonio, citando uno storico a noi non pervenuto di nome Aquilio Nigro, indica esplicitamente Ottaviano come assassino «nel pieno della mischia». Ipotesi cui la storiografia non ha dato grosso credito, ma che invece Canfora non intende scartare a priori. Certo è che, rimasto isolato, Cicerone dovette di colpo realizzare di essere stato raggirato proprio da colui che egli per primo si era illuso di poter sfruttare per sconfiggere Antonio. Il progetto di far scontrare a morte, a tutto vantaggio del senato, due coalizioni di cesariani era fallito con la morte di Irzio e Pansa. Ed è quantomeno curioso che nell'erroneo calcolo di Cicerone lo storico Ronald Syme abbia visto un'anticipazione del comportamento politico di Giolitti, che credette di poter utilizzare strumentalmente Mussolini in funzione antisocialista, ma che invece fu abilmente manovrato, proprio come l'Arpinate, dal giovane di cui aveva propiziato l'ascesa.

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martedì 28 maggio 2013

Castelnuovo Rangone. Storia di un piccolo borgo divenuto «moderno paese-modello»

(articolo apparso su Prima Pagina del 19 maggio 2013)

Mercoledì 22 maggio, ore 20,30, presso la Sala delle Mura in via Conciliazione è stato presentato il volume Castelnuovo Rangone. Storia di un territorio antico, scritto a quattro mani da due appassionati studiosi di storia locale, Marco Gibellini e Gian Carlo Montanari.
Si tratta di una ricostruzione storica che Montanari definisce «un semplice punto di partenza» utile per inquadrare vicende e protagonisti di un passato indubbiamente affascinante, anche se non sempre facilmente ripercorribile. Il tutto corredato da un ricco e suggestivo apparato fotografico, a cura di Alessandro Mescoli.
Il libro è diviso in due parti. Nella prima – che in questa sede pare logico privilegiare – gli autori si concentrano sulla storia di Castelnuovo e del suo territorio, a partire dai primi abitati preistorici fino ai più recenti avvenimenti del secolo scorso; nella seconda sono invece proposti al lettore alcuni dati di particolare interesse, come l'elenco dei parroci e dei sindaci di Castelnuovo o alcune curiosità inerenti «significato e origine dei nomi di alcuni luoghi» della zona. Il volume si conclude con una rassegna di foto d'epoca (dal 1903 al 1952), affiancate da «opportune didascalie informative».
«La storia documentata» – si legge nel primo capitolo – inizia ad occuparsi di Castelnuovo nel 1025, precisamente in un atto di donazione redatto dal vescovo modenese Ingone, nel quale si faceva riferimento alla località di Castrum Novum (da porre, evidentemente, in relazione con Castrum Vetus, l'attuale Castelvetro), sulla riva destra del fiume Tiepido. Per quanto concerne, più in generale, l'epoca medievale – purtroppo solo parzialmente accessibile agli storici a causa della frammentarietà delle fonti –, occorre sottolineare che «una sola notizia abbiamo, di fine XII secolo, circa Castelnuovo: riguarda la sua chiesa, che nella Bolla di papa Lucio III del 1181 è detta appartenere al Capitolo di Modena». Seguirono lotte tra potenti famiglie, a partire dai Pico, che, vicari imperiali, «nel XIII secolo diventano padroni del Castello Nuovo», per arrivare agli Este, il cui esponente Obizzo II, «marchese ferrarese chiamato dalle tre famiglie modenesi dei Boschetti, dei Rangoni e dei Guidoni, diventa padrone dei destini del territorio in questione alla fine del 1288».
Tra rivolte (come quella che nel 1306 cacciò provvisoriamente gli Este da Modena) ed episodi singolari (su tutti, l'uccisione nei pressi di Castelnuovo di un legato papale – diretto ad Avignone – ad opera del leggendario "duca" Passerino, cui l'agguato fruttò la bellezza di 200.000 fiorini), passando attraverso la tragica epidemia di peste del 1348, Montanari passa rapidamente in rassegna gli avvenimenti del XIV secolo fino al 1391, quando «il marchese Alberto III d'Este [...] investì del territorio di Castelnuovo Jacopino IV Rangoni [...]. E così nacque Castelnuovo Rangone».
Tra gli eredi di Jacopino sorsero numerose dispute per la spartizione dei feudi nel Modenese: in questa sede basti ricordare che, dopo confuse vicende, «ai primi del XVI secolo sarà Sigismondo, figlio di Uguccione di Aldobrandino II [a sua volta figlio di Jacopino IV], a possedere Castelnuovo», località che, insieme con gli altri feudi dei Rangoni, era stata eretta in contea da Borso d'Este nel 1453.
Il Cinquecento fu un secolo di aspri contrasti. Per quanto concerne Modena, il duca Alfonso I d'Este fu scomunicato da papa Giulio II per non avere obbedito all'ordine di sospendere l'offensiva contro Venezia (nonostante le manovre contro la Serenissima fossero iniziate sotto l'egida della Lega di Cambrai, costituita dal pontefice), e perse provvisoriamente il ducato. In questo contesto, i Rangoni oscillarono «a seconda dei propri calcoli e interessi», finché il celebre Guido detto Piccolo, che fu tra i più tenaci oppositori degli Estensi, non ricevette da papa Leone X l'«ambito titolo di capitano delle truppe pontificie in Alta Italia». Quanto a Castelnuovo, in quegli anni «esso fu certo spesso base di partenza per spedizioni atte a pacificare la montagna rimasta fedele all'espulso duca d'Este».
Col ritorno di Alfonso al governo di Modena in seguito al Sacco di Roma del 1527, i Rangoni ottennero il perdono del duca: alla casa d'Este essi non avrebbero più voltato le spalle. Il che fu un bene, soprattutto perché, con la Devoluzione di Ferrara e il trasferimento della capitale a Modena (1598), conservare buoni rapporti con gli Estensi divenne, di fatto, una necessità.
Saldo nelle mani dei Rangoni (dei quali Montanari riporta precisi alberi genealogici), il feudo comprendente Castelnuovo risentì, nel corso del Seicento, di eventi che ebbero «riverberi non sempre positivi nel ducato». Dalle guerre garfagnine di inizio secolo (che lasciarono il segno sia per il continuo passaggio di truppe nelle terre dei Rangoni, sia per l'arruolamento forzato di molti giovani castelnovesi) alla tragica epidemia di peste del 1630-31 (che decimò la popolazione dell'intero Stato estense), il quadro pare alquanto desolante. Nel 1643 infine, mentre era in corso la guerra di Castro che opponeva Francesco I (insieme con Firenze e Venezia) a papa Urbano VIII, Castelnuovo fu occupata dalle truppe pontificie. Ed anche se il duca estense riuscì in breve a cacciare i soldati del papa, «certo i danni, prima dell'occupazione pontificia e poi delle truppe modenesi e venete [alleate di Francesco], furono pesanti per la povera gente di Castelnuovo».
Gli «anni agitati» non terminarono, ad ogni modo, con questo episodio. Il XVIII secolo si aprì, infatti, con una nuova occupazione militare da parte dei francesi, che nel 1702 piantarono «le tende in tutto il territorio modenese», costringendo il duca Rinaldo – che aveva tentato di mantenersi neutrale nel corso della cosiddetta guerra di successione spagnola – ad abbandonare la capitale estense. Ovviamente, in attesa che Rinaldo recuperasse Modena (1707), «anche [...] il territorio castelnovese ebbe guai» di fronte a truppe «che non si arrestavano davanti a nulla e pareva facessero le prove per le razzie future». Il riferimento è naturalmente alle campagne napoleoniche di fine secolo, che portarono nuovi eserciti a combattere sul suolo italiano. «Castelnuovo Rangone – si legge nella cronaca di Michele Ferrarini – fu pure occupato dai francesi [...], e vi derubarono molte cose specialmente in canonica».
Tra i due estremi temporali di inizio e fine Settecento, Montanari – insieme con le puntuali notizie riguardanti i feudatari di casa Rangoni – precisa inoltre che in quell'epoca alle difficoltà politiche si aggiunsero annate di forte maltempo: come riportano diverse cronache, in più occasioni interi raccolti furono devastati, con conseguente vertiginoso aumento dei prezzi delle derrate alimentari.
La povertà afflisse a lungo il territorio castelnovese, favorendo, specie nel contesto rivoluzionario del primo Ottocento, rivolte ed atti di brigantaggio. Significativa fu, al riguardo, la vicenda che ebbe protagonista il ribelle Giuseppe Muzzarelli («detto Cmein in dialetto e Cimini nella vulgata»), che per sfuggire all'arruolamento decise «di penetrare con altri sodali nell'archivio comunale di Castelnuovo per incendiarlo, allo scopo di ostacolare la compilazione degli elenchi degli obbligati alla leva». Il risultato fu che, con i documenti, andò in fumo buona parte della memoria storica locale.
Terminata la fase rivoluzionaria, ebbe inizio un periodo di forti cambiamenti. Brevemente, è sufficiente ricordare che nel 1815 l'arciduca Francesco IV «abolì il comune e così Castelnuovo, declassato, venne aggregato come sezione a Spilamberto»; in seguito, dopo la cacciata degli Estensi, «con la riforma del dittatore Luigi Carlo Farini verrà riattivato il Comune di Castelnuovo Rangone». Nel 1864 venne inaugurata la nuova chiesa parrocchiale; l'anno seguente «l'amministrazione comunale castelnovese acquistò dalla signora Teresa Ferrarini l'antico palazzo feudale col torrione quadrato e merlato a fianco e lo adattò a sede municipale»; nel 1879 «fu attivato il mercato settimanale», mentre nove anni più tardi, oltre a quella del nuovo campanile, «vi fu l'inaugurazione della ferrovia Modena-Vignola che passava per il paese dei Rangoni».
Si trattava, con tutta evidenza, di indici di progresso e crescita economica, destinati a cambiare il volto di Castelnuovo nel corso del XX secolo. Conclude infatti Montanari che, oltre all'inaugurazione (tra il 1927 e il 1931) della nuova facciata della chiesa parrocchiale e del nuovo Palazzo Comunale, nel secondo dopoguerra il paese dei Rangoni «doveva subire una benefica trasformazione per merito dello spirito imprenditoriale diffuso che a poco a poco lo trasformerà da luogo agricolo e quasi asfittico, nel centro di maggior concentrazione di ricchezza della Provincia e non solo». Protagonista indiscusso di questo rapido processo di crescita è stato senza dubbio il maiale, la cui lavorazione ha di fatto «portato un piccolo borgo nobilitato da un castello che più non esiste ad essere un moderno paese-modello».

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sabato 25 maggio 2013

Alfonso IV d'Este, il duca «indolente» amante della cultura e delle arti

(articolo apparso su Prima Pagina del 12 maggio 2013)

 «Principe d'amabilissimo aspetto, di esemplare pietà, di rettissima giustiza» – secondo il parere del Muratori –, Alfonso IV divenne duca di Modena alla morte di Francesco I, sopraggiunta il 14 ottobre 1658. Per via del suo temperamento incline «più alla mansuetudine e alla clemenza che al rigore», unito alla giovane età (era nato nel 1634) e alle precarie condizioni di salute, egli non era certo il successore più adatto per proseguire l'energica politica estera del padre, finalizzata al recupero di Ferrara e, più in generale, ad espandere i confini dello Stato estense. «Quanto il padre era stato dinamico, volitivo, ambizioso – ha scritto Luigi Amorth –, altrettanto Alfonso IV era indolente, un po' abulico, tollerante, di quella tolleranza ch'era sinonimo di debolezza».
Nondimeno il nuovo duca non volle venire meno agli impegni militari presi da Francesco I, alleato della Francia durante le fasi conclusive del lungo conflitto con la Spagna, eredità della guerra dei Trent'anni. Lo stesso Mazzarino, del resto, aveva voluto rassicurarlo che la scomparsa del padre non avrebbe rotto l'alleanza con Parigi: «Questa morte – precisò infatti il cardinale – non porterà alcuna alterazione di questa parte in tutto quello che può riguardare la sua Casa». Il che si tradusse nella decisione di Luigi XIV di gratificare l'Estense col titolo di generalissimo delle truppe francesi in Italia.
La condotta filofrancese del duca di Modena rappresentava peraltro la logica prosecuzione della politica di Francesco I, il quale, dopo avere a lungo appoggiato la Spagna – sempre nella vana illusione di poter in futuro rientrare in possesso della capitale dei suoi avi –, nella fase finale del suo regno era stato attratto nell'orbita di Parigi. Della nuova alleanza aveva fatto, per certi versi, da garante proprio lo stesso Alfonso, cui nel 1655 era stata data in sposa la nipote del Mazzarino (Laura Martinozzi), figlia di Margherita (sorella del cardinale) e del conte Girolamo Martinozzi da Fano.
In sostanza, il solco entro cui indirizzare la politica estense era profondo e ben tracciato, tanto più che lo stesso carattere debole del duca non rendeva realistici improvvisi cambi di fronte. Dando perciò prova di lealtà, Alfonso si preparò immediatamente per una nuova campagna militare in continuità con la linea seguita dal padre; tuttavia il Mazzarino lo informò che Francia e Spagna stavano già segretamente trattando per la pace, e lo invitò pertanto ad accordarsi col viceré di Milano. Il duca di Modena obbedì. L'11 marzo 1659 fu firmato un trattato in base al quale – scrive Riccardo Rimondi – «Alfonso rinunciava ai gradi di generalissimo francese e in cambio riceveva la sospirata conferma dell'investitura del principato di Correggio. La Spagna, inoltre, gli riconosceva il diritto di neutralità in quanto principe sovrano, e gli attribuiva i frutti della dogana di Foggia, dovutigli per l'eredità della nonna Isabella di Savoia, con un gettito di 37.000 ducati annui; in cambio furono restituite alla Spagna le città di Valenza e Mortara, occupate da Francesco I». Un articolo della pace dei Pirenei (che poneva fine alla guerra tra Francia e Spagna) confermò infine il trattato, facendo inoltre breve cenno, per la verità con vaghe promesse, alla questione dei beni ferraresi rivendicati dalla casa d'Este.
Il bilancio fu comunque tutto sommato positivo, se non altro per la cessazione delle ostilità dopo anni di sanguinosi combattimenti. Con la pace, il 1660 portò poi nel ducato un clima di euforia per la nascita dell'erede Francesco, dopo che un primo figlio di Alfonso era morto in tenera età. Il duca volle celebrare l'evento con feste e spettacoli, che prevedevano in particolare un grande torneo a cavallo, con musiche e scenografie spettacolari. La piazza del palazzo fu di fatto trasformata in un enorme teatro all'aperto. Secondo la ricostruzione di Rimondi, «il pubblico, ora ammirato ora inorridito, ora estasiato ora spaventato, assistette a una lotta fra vizi e virtù, culminante naturalmente nella vittoria del bene e nel canto finale in lode del neonato principe: "Giri il Ciel d'astri felici, / Dolci lumi e aspetti amici, / Fortunato e trionfante / Rida il Fato al Regio Infante, / Sua virtute e suoi splendori / Riverente il mondo honori"».
L'anno seguente, precisamente il 9 marzo, morì il Mazzarino, che in quanto zio della duchessa di Modena aveva pesantemente influenzato la politica estera di Alfonso. La notizia, per gli Estensi, aveva risvolti negativi, in quanto privava il ducato di un prezioso e potente alleato, ma anche positivi, dal momento che il cardinale lasciò in eredità alla nipote «150.000 scudi in contanti, 40.000 lire francesi in mobili e gioielli, altre 40.000 di rendita annua». Un'autentica boccata d'ossigeno per il ducato, specie dopo che gli anni di guerra avevano prosciugato le casse dello Stato. A ciò si aggiunga che, come il padre, Alfonso spendeva ingenti somme per acquistare opere d'arte (soprattutto dipinti, ma anche avori, cammei e medaglie), destinate ad impreziosire l'insigne Galleria Estense fondata proprio dall'illustre genitore. Citando nuovamente Amorth, Alfonso IV «dal padre aveva ereditato l'amore per l'arte, specie per la pittura, tanto che la Pinacoteca ebbe con lui un notevole incremento e al Bernini avrebbe voluto commissionare addirittura una superba statua equestre rappresentante il duca Francesco». A Pietro da Cortona, pittore e architetto tra i massimi esponenti del barocco italiano, egli affidò invece – scrive Rimondi – «la decorazione (poi non realizzata) di sei delle sette stanze dell'appartamento ducale di palazzo, con pitture che celebrassero la dinastia estense e le qualità del buon principe».
Solo la morte prematura impedì la realizzazione di tali progetti, cui Alfonso avrebbe voluto aggiungere anche quello dell'ampliamento della cerchia muraria, dal momento che la popolazione in aumento aveva oramai reso problematica la carenza di spazio entro il tessuto urbano. Più in generale, comunque, il giovane duca ebbe un occhio di riguardo per la cultura, «stipendiando generosamente – nota Rimondi – il filosofo e matematico Geminiano Montanari e sostenendo le ricerche astronomiche di Cornelio Malvasia».
La breve esperienza di Alfonso alla guida del ducato estense si concluse nel 1662, dopo nemmeno quattro anni di governo. Recatosi infatti a Firenze per assistere ai festeggiamenti per le nozze di Cosimo III de' Medici con Margherita Luisa d'Orléans, l'erede di Francesco I rientrò dal viaggio molto affaticato, o quantomeno più del solito. Soffriva infatti sin dalla prima gioventù di gotta, ed evidentemente in quella circostanza la malattia si aggravò. Ad essa si aggiunse un'infezione polmonare cui il duca non sopravvisse. Egli morì il 16 luglio, all'età di ventotto anni. Nel testamento lasciò alla moglie Laura la tutela dei due figli, Francesco (futuro duca, che tuttavia aveva da poco compiuto due anni) e Maria Beatrice (che sarebbe diventata, quale moglie di Giacomo II Stuart, regina d'Inghilterra). Sulla giovane duchessa (aveva appena 23 anni) ricaddero pertanto le responsabilità di governo. Come ha scritto Luigi Amorth, fu «il primo e unico caso di reggenza femminile nella storia del nostro ducato». Quale tutrice dell'erede Francesco II, Laura Martinozzi avrebbe governato fino al 1674.

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